Ponte sullo Stretto: e nemmeno questa volta si farà

Ricordo che quando abitavo a New York andavo in palestra al Chelsea Piers che distava solo tre “blocks” dalla mia casa di Chelsea, Manhattan, e rimanevo impressionata perché, senza che io potessi accorgermene, vedevo spuntare palazzi e grattacieli da un giorno all’altro al punto di chiedermi: ma dove ho messo la testa? Non mi sono accorta di niente? Eppure ci passo tutti i giorni! Non è propriamente quello che si verifica in Italia: puoi passarci tutti i giorni, sempre la stessa cosa vedrai. Cantieri. Ringraziamo “Dio” che l’altro giorno è stata intanto inaugurata la fermata “Colosseo” della fatidica Linea C romana, qualcosa che molti di noi pensavano mai avrebbero visto. Ma più che un caterpillar americano a noi ci caratterizza un grande, orgoglioso lumacone. Uno degli esempi più estremi? Il Ponte sullo Stretto di Messina.

Quel sempreverde (meglio dire grigio) dibattito oggi si riaccende ancora una volta a partire da un passaggio chiave della Legge di Bilancio del Governo Meloni, con un emendamento che colloca 780 milioni di euro nel 2033: la rimodulazione delle risorse pubbliche che, di fatto, priva il progetto di coperture operative immediate. Non si tratta di una cancellazione formale dell’opera, ha sottolineato (Ansa) l’amministratore delegato della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, né di una pronuncia definitiva da parte del Governo o del Parlamento, ma di una scelta politica di bilancio che sposta fondi verso altre priorità, in particolare il sostegno alle imprese, le Zone Economiche Speciali e la Transizione 5.0.

Il tema del Ponte sullo Stretto si inserisce nel più ampio dibattito sulle grandi opere infrastrutturali, sulla sostenibilità della spesa pubblica e sulle scelte di bilancio dello Stato. Ora un definanziamento sostanziale, più che giuridico, congela l’avanzamento del progetto e riapre interrogativi irrisolti. Alla base di questa scelta pesa la pronuncia della Corte dei conti del 29 ottobre 2025, che ha negato il visto di legittimità alla delibera del CIPESS (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile) con cui veniva approvato il progetto definitivo del Ponte e stanziata una copertura complessiva pari a 13,5 miliardi di euro. La mancata registrazione ha impedito all’atto di produrre effetti, bloccando di fatto l’avanzamento formale dell’opera. Secondo i magistrati contabili, la delibera presentava criticità procedurali e profili di possibile contrasto con la normativa nazionale ed europea, in particolare in materia ambientale e di appalti pubblici, rendendone inadeguata la registrazione in quella fase. La decisione non boccia l’idea del Ponte, ma segnala che il procedimento non era ancora “a prova di controllo” e che procedere avrebbe potuto esporre lo Stato a rischi giuridici e finanziari, imponendo una revisione del cronoprogramma e delle coperture.

Il nuovo definanziamento ha spinto Confimprenditori a intervenire pubblicamente attraverso il suo presidente Stefano Ruvolo. L’organizzazione datoriale ha accolto con favore il rafforzamento delle misure a sostegno del sistema produttivo, definendo il ridimensionamento del Ponte una scelta coerente con quanto sostenuto da tempo: un progetto ritenuto tecnicamente irrealizzabile e finanziariamente insostenibile. Ma, al di là della valutazione sull’opportunità dell’opera, emerge una questione ancora più delicata: la sorte delle risorse pubbliche già impiegate e le responsabilità connesse. «Una spada di Damocle che non può e non deve ricadere né sulle imprese né sui cittadini. Ci aspettiamo che il Governo garantisca personalmente, senza usare fondi destinati allo sviluppo dei territori o delle imprese, che nessuna penale sarà pagata con denaro pubblico», sottolinea Ruvolo.

La vexata quaestio divide da anni le posizioni. Per alcuni il Ponte rappresenta un’infrastruttura strategica in grado di ridurre l’isolamento della Sicilia e di stimolare sviluppo e occupazione. Vi è anche una motivazione di carattere industriale: realizzare uno dei ponti sospesi più lunghi al mondo rafforzerebbe il ruolo dell’ingegneria italiana e la capacità del Paese di gestire grandi opere complesse. Per altri, invece, si tratta di un’opera troppo costosa, con coperture incerte e benefici limitati in assenza di un potenziamento delle infrastrutture locali, con il rischio concreto che si trasformi in una “cattedrale nel deserto” senza reti efficienti a monte e a valle. Alla base del confronto c’è una diversa visione delle priorità economiche e dell’uso delle risorse pubbliche, in un copione che richiama i tradizionali tira e molla della politica italiana.

Per comprendere la portata del dibattito è necessario collocare il Ponte sullo Stretto in una prospettiva storica. È inevitabile che, trovandosi sopra un traghetto tra le due sponde tra Scilla e Cariddi e osservando ad occhio nudo l’estrema vicinanza tra Calabria e Sicilia, sorga spontanea la domanda sul perché un collegamento stabile non sia mai stato realizzato. Secondo alcune letture critiche, uno degli elementi di complessità riguarda anche l’attuale sistema di attraversamento, basato quasi esclusivamente sulla navigazione, che opera in assenza di reali alternative strutturali. Un tema delicato, che si intreccia con interessi economici consolidati. Sul progetto del Ponte non risultano coinvolgimenti mafiosi accertati in sede giudiziaria, ma magistratura e organismi di controllo hanno più volte segnalato il rischio strutturale di infiltrazioni criminali tipico delle grandi opere in territori ad alta presenza mafiosa, motivo per cui nel tempo sono stati previsti protocolli antimafia rafforzati.

L’idea di un collegamento stabile tra Sicilia e Calabria affonda le sue radici nel XIX secolo. Nel secondo dopoguerra il progetto assunse una dimensione più strutturata: tra gli anni Sessanta e Settanta enti pubblici come ANAS, Ferrovie dello Stato e CNR avviarono studi sistematici di fattibilità, fino alla costituzione, nel 1971, della società Stretto di Messina S.p.A. Negli anni Ottanta e Novanta si susseguirono concorsi internazionali e approfondimenti tecnici, culminati nella gara del 2003, aggiudicata al consorzio Eurolink. Da allora il progetto è stato segnato da una lunga alternanza di stop e rilanci: la sospensione del Governo Prodi nel 2006, il rilancio sotto il Governo Berlusconi nel 2009 e il nuovo stop deciso dal Governo Monti nel 2013, anche per le criticità finanziarie e contrattuali emerse.

Per oltre un decennio il Ponte è rimasto in un limbo amministrativo, continuando però ad assorbire risorse attraverso studi, strutture societarie e consulenze. Nel 2023 il Governo Meloni ha riavviato formalmente l’iter, ripristinando la società Stretto di Messina S.p.A. e rilanciando il progetto come infrastruttura strategica nazionale, con un costo stimato aggiornato a oltre 13 miliardi di euro. Tuttavia, questo percorso non si è mai tradotto nell’avvio dei cantieri, anche a causa delle persistenti incertezze sulle coperture finanziarie e sui profili di controllo contabile.

È in questo contesto che si inserisce la scelta di bilancio più recente. Il progetto non viene formalmente cancellato, ma resta privo di risorse immediatamente utilizzabili. Una situazione che, secondo Confimprenditori, impone una riflessione non più rinviabile su quanto è stato fatto finora, con una domanda diretta: chi risponderà dei milioni di euro già spesi per studi, consulenze e progettazioni? In una fase in cui alle imprese vengono richiesti sacrifici crescenti, tra costi energetici elevati, inflazione e credito più caro, l’assenza di una chiara rendicontazione appare difficilmente giustificabile. A rendere il quadro ancora più complesso è il tema della penale stimata in circa 1,5 miliardi di euro in caso di mancata realizzazione dell’opera, un rischio potenziale rilevante per i conti pubblici.

Il Ponte sullo Stretto, dopo oltre un secolo di ipotesi, studi e decisioni contrastanti, continua così a essere meno un’infrastruttura e più un caso emblematico di politica economica. Il definanziamento di fatto non chiude la vicenda, ma la riporta al punto centrale: la responsabilità nell’uso delle risorse pubbliche. Un nodo che riguarda non solo il passato dell’opera, ma la credibilità futura delle scelte di investimento dello Stato. Questo è uno dei troppi casi in cui l’Italia fa la sua “figuraccia”, perché non riesce ad andare oltre, i suoi politici si stringono le mani e se le lavano, e si rimane un Paese con poche speranze di crescita. Ogni Governo non fa che lodarsi per ciò che fa, ma in realtà ciò che fa non è altro che cancellare altri passi fatti dai precedenti amministratori per gestire a modo proprio le situazioni e prendersene i meriti non solo politici, anche economici, e l’Italia cade nella abitudinale incertezza. Perché si faccia o non si faccia, la questione va decisa una volta per tutte. Chi la deve decidere poi, la Sicilia? La Calabria? L’Italia? La popolazione, i politici? Lo facciamo? Sì. Allora avanti tutta. Non lo facciamo? Allora pazienza. E quante chiacchiere.

Romina Ciuffa, direttore

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