Gillo Dorfles, sessant’anni di libertà creativa in mostra

Prosegue fino al 31 gennaio 2026, negli spazi della Paula Seegy Gallery di Milano, la mostra dedicata a Gillo Dorfles, curata da Martina Corgnati, che rende omaggio a una delle figure più lucide, longeve e trasversali della cultura italiana del Novecento. L’esposizione attraversa oltre sessant’anni di attività, dal 1946 al 2013, restituendo una visione ampia e non convenzionale di un artista-intellettuale capace di muoversi tra epoche, linguaggi e discipline senza mai perdere autonomia di pensiero, ironia e rigore critico.

La selezione di opere – lavori su carta e su tela, sculture, piatti e ciotole in ceramica – permette di entrare nel mondo iconografico di Dorfles, popolato da figure ibride, segni fluttuanti, arabeschi cromatici e personaggi metamorfici. Un universo visivo che, come osserva la curatrice, agisce “come un balsamo salutare per gli occhi”, conservando leggerezza, intelligenza e gusto anche nei momenti di maggiore complessità formale.

Elemento distintivo del percorso è quella che Corgnati definisce la “lateralità” metodica di Dorfles: una posizione volutamente eccentrica rispetto ai movimenti dominanti e alle convenzioni accademiche, che gli ha consentito di anticipare tendenze, cogliere segnali nascosti e stabilire connessioni profonde tra arte, design, moda e comunicazione, una postura intellettuale che ha accompagnato l’artista fin dagli esordi triestini, nella città cosmopolita di Svevo e Saba, fino all’intensa produzione degli ultimi decenni.

Dopo le prime esperienze figurative cariche di tensione simbolica e psicologica, la svolta arriva alla fine degli anni Quaranta con la fondazione del Movimento Arte Concreta (MAC) insieme a Bruno Munari, Atanasio Soldati e Gianni Monnet. In questo laboratorio di sperimentazione Dorfles elabora un linguaggio del tutto personale, da cui emergeranno, negli anni della maturità, gli “ibridi” e i “personaggi” che caratterizzano il suo immaginario: figure sospese tra astrazione e caricatura, animate da una tavolozza vivace che spazia dal verde acqua al rosa confetto, dal fucsia agli azzurri più infantili.

La mostra documenta con efficacia questa fase attraverso opere come Un occhio, una mano (1989), Trafitto (1992), Due schieramenti (2001), un ritratto creativo di Sigmund Freud (2005) e una grande scultura in vetroresina, esempi di una ricerca sempre in equilibrio tra gioco, riflessione e intuizione poetica. Particolarmente significativa è la presenza di Vitriol, personaggio esoterico inventato da Dorfles e ricorrente nei suoi taccuini a partire dal 2010, legato all’acronimo alchemico che invita a un viaggio nelle profondità della psiche.

Accanto all’artista, emerge inevitabilmente il teorico. Dalle celebri analisi sul kitsch alle riflessioni sull’estetica del mito, dalle oscillazioni del gusto alla critica della società dei consumi, Dorfles ha offerto per quasi settant’anni strumenti fondamentali per comprendere la modernità visiva. Nel suo lavoro pittorico e grafico, come egli stesso affermava, la mano sa tracciare “schemi formali ricorrenti, progenitori di ogni espressione grafica, conscia o inconscia”, rivelando una profonda unità tra pensiero teorico e gesto creativo.

La mostra alla Paula Seegy Gallery restituisce così il ritratto complesso e coerente di una figura irriducibile a etichette, in cui l’artista, il filosofo dell’estetica e il critico convivono senza gerarchie. Un omaggio che conferma come senza Dorfles il nostro sguardo sul contemporaneo sarebbe stato “meno intelligente, meno curioso e meno aperto”, e certamente meno capace di cogliere le vibrazioni sottili del presente.

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