Lo Stato avvia una causa da 5 miliardi contro il colosso ArcelorMittal

La decisione del Governo italiano di avviare una causa da 5 miliardi contro ArcelorMittal (primo produttore mondiale di acciaio, nato nel 2006 dalla fusione tra Arcelor e Mittal Steel) rappresenta l’ultimo atto di una vicenda industriale che da oltre un decennio segna la politica economica nazionale. L’azione legale nasce dalla constatazione, da parte delle istituzioni, del grave deterioramento in cui versano gli impianti siderurgici di Taranto, oggi sotto la gestione di Acciaierie d’Italia, e intende attribuire alla multinazionale le responsabilità per il mancato rispetto degli impegni assunti negli accordi del 2018 e del 2020.

L’ILVA, nata come grande impresa pubblica del dopoguerra, è stata per decenni il cuore della siderurgia italiana ed europea. Il polo di Taranto, inaugurato negli anni Sessanta, ha raggiunto dimensioni tali da diventare il più grande impianto integrato europeo, sostenendo lo sviluppo di intere filiere produttive — dall’automotive alle costruzioni — e garantendo occupazione a decine di migliaia di lavoratori. La privatizzazione degli anni Novanta, che portò l’azienda nelle mani del gruppo Riva, segnò l’inizio di una lunga fase di crisi: insufficienti investimenti ambientali, tensioni sociali, sequestri giudiziari e un progressivo deterioramento degli impianti condussero, nel 2013, al commissariamento governativo.

L’arrivo di ArcelorMittal nel 2018 avrebbe dovuto segnare un cambio di rotta. Lo Stato, attraverso Invitalia, costruì un modello di governance pubblico-privato con l’obiettivo di rilanciare l’acciaieria, garantire continuità produttiva e accelerare la messa in sicurezza ambientale. Le promesse, tuttavia, non si sono tradotte in risultati concreti: ritardi negli investimenti, riduzione dei volumi produttivi, un clima di costante incertezza gestionale e un progressivo peggioramento delle infrastrutture hanno compromesso il rapporto tra le parti. Per il Governo gli impianti sarebbero stati lasciati in uno stato tale da richiedere interventi urgenti e onerosi; da qui la richiesta di risarcimento.

Nel frattempo la situazione societaria rimane intricata. ArcelorMittal ha ridimensionato il proprio impegno industriale, lo Stato ha ripreso il controllo gestionale tramite i commissari e sono in corso tentativi di individuare un nuovo partner disposto a rilevare o co-gestire gli impianti. Le manifestazioni di interesse giunte finora — da Baku Steel e Jindal Steel — appaiono limitate, segno della complessità tecnica, ambientale ed economica del rilancio. La produzione resta su livelli minimi, migliaia di lavoratori vivono in una condizione di precarietà prolungata e l’intera filiera dell’acciaio osserva con preoccupazione un possibile vuoto produttivo in uno dei siti più strategici d’Europa.

La causa da 5 miliardi assume così un valore che va oltre il contenzioso industriale. Essa esprime un nuovo orientamento istituzionale, più assertivo e più attento alla tutela degli asset strategici nazionali. L’Italia sembra voler affermare che la gestione di infrastrutture industriali di rilevanza sistemica non può prescindere da responsabilità chiare e verificabili, e che lo Stato è disposto a intervenire per difendere il proprio patrimonio produttivo, anche attraverso strumenti giuridici dirompenti.

Il destino dell’ex ILVA, oggi Acciaierie d’Italia, rimane incerto e allo stesso tempo cruciale. È il luogo in cui si intrecciano politiche industriali, esigenze ambientali, interessi occupazionali e strategie geopolitiche. E la vicenda odierna — con un’azione legale senza precedenti — è solo l’ultimo capitolo di una storia complessa che continua a definire il modo in cui il Paese immagina il proprio ruolo nella siderurgia europea e nel governo delle sue infrastrutture industriali più sensibili.

Condividi su: