L’UNESCO riconosce la Cucina italiana come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità, non repertorio di ricette ma sistema culturale complesso.
Saranno felici Cannavacciuolo, Borghese e Cracco: è arrivata da Parigi oggi, 10 dicembre 2025, la decisione con cui il Comitato intergovernativo UNESCO riconosce ufficialmente la Cucina italiana come Patrimonio culturale immateriale dell’umanità, sancendo un risultato atteso da anni e sostenuto da istituzioni, filiere produttive e mondo della ricerca. L’Italia diventa così il primo Paese al mondo a vedere l’intera propria tradizione gastronomica iscritta nella lista, non come semplice repertorio di ricette, ma come sistema culturale complesso che integra saperi, pratiche sociali, biodiversità e identità territoriale.
Il Patrimonio Mondiale UNESCO (World Heritage) è un riconoscimento dato a siti culturali e naturali di eccezionale valore universale, protetti dalla Convenzione del 1972 per garantirne la salvaguardia per le future generazioni, e l’Italia è il Paese con più siti iscritti (61), superando la Cina, con esempi che vanno dai Sassi di Matera alle Dolomiti, passando per centri storici come Roma, Firenze e Venezia, e monumenti come Pompei e il Cenacolo. Da oggi è presente anche con un bene immateriale, non con un altro sito ma con ciò che ciascun sito produce e dal quale è rappresentato, l’insieme di tutti i siti, con le loro tradizioni e ricette, nella loro totalità ed unicità: si celebra la tavola italiana e la capacità di riunire attorno alla bontà chiunque, ovunque, senza limiti, in un investimento che non è solo culinario e fisiologico ma anche culturale, storico, originario e irriproducibile.
Il Governo esprime “grande soddisfazione” per un traguardo definito «un riconoscimento che appartiene a tutti gli italiani», frutto di un lavoro di diplomazia culturale coordinato dal MASAF con il supporto delle Regioni, delle associazioni di categoria e della comunità scientifica. Il dossier di candidatura — “La Cucina Italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale” — ha convinto la giuria UNESCO mettendo al centro la dimensione sociale del cibo: la trasmissione familiare, la ritualità quotidiana, l’intreccio tra territorio e conoscenza, e la capacità del sistema gastronomico italiano di evolvere senza perdere autenticità. Specchio Economico attendeva la notizia con Al Bano e Mogol da qui: https://www.specchioeconomico.com/sommario/articoli/5673-cucina-italiana-unesco-albano-mogol/.
L’annuncio ha immediate ricadute economiche. Secondo prime stime di osservatori del settore, il riconoscimento potrà generare una crescita significativa nel turismo enogastronomico e rafforzare ulteriormente il posizionamento dell’Italia nei mercati internazionali, soprattutto nel comparto agroalimentare di qualità, che già oggi rappresenta uno dei principali motori dell’export nazionale. La legittimazione UNESCO è destinata a valorizzare l’intera filiera, dalle piccole produzioni territoriali alle grandi imprese industriali fino alle reti della ristorazione, con effetti potenziali sul PIL e sull’occupazione specializzata.
Le istituzioni richiamano alla responsabilità. Accanto alle opportunità, emergono nuove esigenze: contrastare le contraffazioni che minacciano il Made in Italy, sostenere le comunità locali che custodiscono i saperi tradizionali, investire in formazione e innovazione sostenibile, garantire che la cucina italiana resti un patrimonio vivo e non un prodotto di consumo standardizzato. Come ricordano alcuni analisti, «la tutela dell’immateriale richiede un’azione concreta sul materiale», cioè sulle filiere, sui territori e sulle professionalità che rendono possibile l’eccellenza gastronomica italiana.
La decisione dell’UNESCO di oggi non è soltanto una celebrazione culturale: rappresenta un punto di svolta strategico per l’Italia, che rafforza il proprio ruolo internazionale attraverso uno dei suoi asset più potenti di soft power. La Cucina italiana entra nel patrimonio dell’umanità come espressione universale di creatività, sostenibilità e comunità e, al tempo stesso, diventa una leva strutturale per lo sviluppo economico del Paese negli anni a venire.
ROMINA CIUFFA