Kyrgyzstan, riscoprire il significato dell’avventura

Il cielo sopra Osh Baazar, il mercato principale di Bishkek – la capitale e città più popolosa del Kirghizistan – pare fermo. Neppure le nuvole sembrano degne di muoversi. Non c’è un filo di vento. Il sole batte forte e con il gruppo ci muoviamo in direzione dell’ostello, dove alloggiamo. Siamo appena stati a mangiare in un ristorante locale, dove abbiamo assaggiato vari piatti, dalla carne di cavallo a zuppe molto saporite. Sin dal primo giorno ho avuto la percezione di essere ben accolto e accettato dalla comunità kyrgyza. Le persone ti guardano con aria incuriosita ma non invadente. Sembra quasi che siano abituate ai volti stranieri. Poi, di tanto in tanto, qualcuno ci ferma e ci chiede: «France? Italy?». Noi rispondiamo sorridendo, cercando di farci capire e trasmettere cordialità. È il mio primo viaggio in Asia. Prima di partire ho cercato di lasciare da parte ogni tipo di preconcetto. Mi sono detto:

«Qualsiasi cosa capiti in Kyrgyzstan sarà un’esperienza che mi cambierà».

Il gruppo con cui sono partito era composto da venticinque studenti del mio stesso Bachelor in International Studies. Sebbene studiassimo insieme, prima della partenza conoscevo pochissime persone. Anche questo elemento ha reso il viaggio ancora più stimolante, spingendomi a scoprire non solo un nuovo Paese, ma anche il modo in cui avrei reagito a un’esperienza così intensa.

L’identità di un Paese giovane

Fin dal primo giorno mi sono sentito attratto dall’atmosfera locale e, spinto dalla curiosità, ho affrontato con entusiasmo questa nuova realtà. Il Kyrgyzstan è uno Stato indipendente soltanto dal 1991. È un dettaglio fondamentale, perché rappresenta la chiave per comprendere il Paese. Le persone con cui ho parlato si sono sempre presentate con orgoglio come cittadini kyrgyzi. Nei loro occhi ho visto determinazione e il desiderio di far conoscere la propria cultura. La recente indipendenza ha contribuito a rafforzare un forte senso di appartenenza nazionale.

Una sera, mentre camminavamo verso il Parlamento, raccontai ad Arina, una ragazza russa del gruppo, che il Kyrgyzstan mi trasmetteva un’energia familiare, come se lo avessi già vissuto. Per quanto possa sembrare insolito, la semplicità del luogo mi ricordava il Brasile. Non era soltanto il caldo continentale, ma soprattutto la cordialità delle persone, l’ospitalità delle famiglie nomadi che ci hanno accolto nelle tradizionali yurte, i sorrisi sinceri delle guide a cavallo, la spontaneità di Osh Baazar, la confusione delle strade e la genuinità dei prodotti venduti nei mercati.

Tradizioni autentiche lontane dalla globalizzazione

Con il nostro spirito da backpacker ci siamo presto accorti che, a eccezione della presenza di KFC, le grandi catene internazionali erano praticamente assenti. Questo ha favorito la conservazione delle tradizioni e ci ha permesso di immergerci davvero nella cultura locale. Abbiamo così assaggiato numerosi piatti tipici. Tra tutti, quello che ricordo con maggiore affetto è il katama. Dopo una lunga escursione nel Konorchek Canyon, la nostra guida ci propose una sosta in un tipico punto di ristoro kyrgyzo. Non c’erano insegne luminose né marchi internazionali. C’era una signora che preparava il tè, due fratelli scalzi che contavano gli spiccioli e famiglie sedute sui divani mentre mangiavano il katama: si tratta di una focaccia sottile ripiena di cipolle, che viene gustata immergendone un pezzo in una salsa calda al burro. Un piatto semplice, ma capace di raccontare un’intera cultura.

Questo viaggio insegna che la curiosità non ha limiti e che anche una destinazione poco conosciuta come il Kyrgyzstan può offrire molto più di tante mete europee più celebri. Bishkek si è rivelata una città autentica. Per dieci giorni mi sono sentito completamente fuori dalla mia comfort zone. La lingua era diversa, molte persone non parlavano inglese e ogni incontro richiedeva creatività, pazienza e disponibilità all’ascolto: qualità che distinguono il vero viaggiatore. Durante questa esperienza mi sono aperto a tutto. Ho assaggiato il kurut, tipico snack dell’Asia centrale, ho provato il formaggio di cavallo, ho cavalcato per la prima volta nelle steppe e sono entrato nella mia prima moschea.

Viaggiare è dare senso

Quando Seneca affermava che viaggiare non elimina i problemi interiori, credo avesse ragione. Tuttavia, questa esperienza mi ha portato ad aggiungere una riflessione. Il viaggio, se vissuto con consapevolezza, non cancella le difficoltà, ma cambia il modo in cui le affrontiamo. Costringe a uscire dalla comfort zone, ad adattarsi a contesti nuovi e a sviluppare una maggiore conoscenza di sé. È proprio questo cambiamento interiore il dono più prezioso del viaggio. Viaggiare significa stimolare continuamente la mente, sviluppare creatività, adattabilità e curiosità verso ciò che ancora non conosciamo. Il tipo di viaggio di cui parlo non è quello consumistico, fatto di locali e comfort. È il viaggio essenziale: dormire in una yurta a 3.300 metri insieme ai domatori di cavalli, mangiare cibo locale, lasciarsi guidare dalla confusione delle strade, condividere ogni esperienza con il gruppo e vivere ogni giornata con il desiderio autentico di conoscere. Una galoppata nelle steppe può insegnare molto più di tante attrazioni turistiche.

Mi sono reso conto di quanto oggi il viaggio venga spesso pianificato nei minimi dettagli. Sembra quasi che si parta per ritrovare ciò che già si conosce. Si vola in Brasile e si finisce per mangiare la pizza anziché la cucina locale. Eppure il viaggio dovrebbe essere un libro aperto: programmare è utile, ma è altrettanto importante lasciare spazio all’imprevisto e alle opportunità che ogni luogo può offrire. Il viaggio è avventura, paura, gioia. È un intreccio di emozioni contrastanti che ci costringe a lasciare andare le nostre certezze. Viaggiare significa aprirsi al mondo, accettare l’imprevisto e permettere a ogni esperienza di trasformarci. Per questo, credo che viaggiare significhi, in fondo, dare un senso più profondo alla vita.

Fabio Sai

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