Il CEO e cofondatore di Eatable Adventures racconta l’AgriFoodTech italiano con AI, startup e open innovation
L’innovazione tecnologica sta diventando uno degli strumenti più importanti per garantire il futuro dell’agroalimentare italiano. In un settore che rappresenta circa il 15% del Prodotto interno lordo e che nel 2025 ha raggiunto il record storico di 73 miliardi di euro di esportazioni, la capacità di integrare ricerca, digitalizzazione e nuove tecnologie è ormai un fattore decisivo per mantenere la competitività del Made in Italy. Intelligenza artificiale, biotecnologie, robotica, sensoristica avanzata e agricoltura di precisione stanno progressivamente entrando nelle filiere produttive, offrendo risposte concrete alle grandi sfide del comparto: cambiamento climatico, sostenibilità, scarsità delle risorse, volatilità dei mercati e necessità di aumentare la produttività senza sacrificare qualità e identità dei prodotti.
È il mondo dell’AgriFoodTech, un ecosistema in rapida evoluzione che applica le tecnologie più avanzate all’intera catena del valore, dal campo alla tavola, e che in Italia sta vivendo una crescita in controtendenza rispetto al resto d’Europa. Secondo il Report sullo Stato dell’AgriFoodTech in Italia 2025, gli investimenti nel settore sono aumentati del 18% rispetto all’anno precedente, raggiungendo 121,6 milioni di euro, mentre il numero delle startup continua a crescere, confermando la progressiva maturazione di un comparto destinato a giocare un ruolo sempre più strategico nell’economia nazionale.
Tra i protagonisti di questa trasformazione c’è Eatable Adventures, uno dei principali acceleratori internazionali specializzati nel food-tech, presente in Italia dal 2023 e impegnato a costruire un ponte tra startup innovative, grandi imprese agroalimentari e investitori. Con una rete internazionale di oltre 25.000 fondatori, più di 40 programmi di accelerazione sviluppati ogni anno e 37 investimenti già realizzati, la società è oggi tra i principali promotori dell’innovazione applicata all’agroalimentare. Attraverso la gestione operativa di FoodSeed, l’acceleratore foodtech della Rete Nazionale di CDP Venture Capital, Eatable Adventures contribuisce a trasformare la ricerca in soluzioni industriali concrete, favorendo l’incontro tra tecnologie emergenti e imprese della filiera.
Alla guida dell’azienda c’è José Luis Cabañero, amministratore delegato e cofondatore, considerato a livello internazionale una delle figure di riferimento dell’innovazione agroalimentare. In questa intervista racconta come l’Italia possa diventare uno dei principali hub europei dell’AgriFoodTech, quale ruolo avranno intelligenza artificiale e biotecnologie nella tutela del Made in Italy e perché, oggi, innovare non significa sostituire la tradizione, ma garantirne la sopravvivenza e la competitività nei prossimi decenni.
Cos’è l’AgrifoodTech?
L’AgrifoodTech rappresenta l’applicazione delle tecnologie di frontiera, come intelligenza artificiale, robotica, biotecnologie e sensoristica, all’intera catena del valore agroalimentare, con l’obiettivo di renderla più efficiente, sostenibile e resiliente. Non si tratta solo di software, ma di un layer tecnologico che opera “from farm to fork”, migliorando come il cibo viene coltivato, trasformato, distribuito e consumato.
Negli ultimi anni l’Italia è diventata uno dei pochi Paesi europei in cui gli investimenti AgriFoodTech continuano a crescere. Quali fattori stanno rendendo il nostro ecosistema particolarmente attrattivo per capitali e innovatori?
L’Italia si conferma un “outstanding case” globale: nel 2025 gli investimenti sono cresciuti del 18% (121,6 mln €), in netta controtendenza rispetto alla contrazione europea (-3,7%) e mondiale (-12%). La nostra attrattività poggia sulla capacità di coniugare una tradizione alimentare leader nel mondo con una solida cultura ingegneristica, scientifica e manifatturiera. Inoltre, anche se il mercato italiano non ha ancora raggiunto la sua fase di piena maturità industriale, i round di investimento superiori al milione di euro sono balzati dal 12,4% al 39,4% in un solo anno, segno che le sue fasi iniziali si stanno consolidando con una forza maggiore rispetto ad altre regioni.
L’agroalimentare italiano è costruito su tradizione, territorio e artigianalità. In che modo l’innovazione tecnologica può rafforzare questi valori senza snaturarli?
Per noi la tecnologia non è un sostituto della tradizione, ma il suo “scudo” necessario. In un momento di estrema pressione climatica e di mercato, l’innovazione deep-tech serve a preservare l’eccellenza e l’heritage del Made in Italy. Ad esempio, l’uso di biotecnologie e fermentazione di precisione permette di sostituire additivi sintetici con ingredienti naturali, assicurando che il prodotto finale resti fedele all’identità originale pur essendo più sostenibile.
L’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie sono fondamentali per il futuro del Made in Italy. Quali applicazioni stanno già producendo risultati concreti nelle imprese agroalimentari?
In Italia, il 43,8% delle startup integra già l’IA nelle proprie soluzioni Agrifoodtech stando ai dati riportati dal report di Eatable Adventures sullo Stato dell’Agrifoodtech in Italia. Il Made in Italy agroalimentare non può permettersi di essere solo eccellenza di tradizione: deve diventare eccellenza tecnologica. E la buona notizia è che sta già succedendo.
Quello che osserviamo attraverso FoodSeed, il programma di accelerazione agrifoodtech che gestiamo insieme a CDP Venture Capital, è che le tecnologie più impattanti sono quelle che intervengono sul cuore della filiera. L’intelligenza artificiale applicata alla gestione del rischio climatico, i dati satellitari per l’agricoltura di precisione, le biotecnologie per trasformare scarti e sottoprodotti in ingredienti ad alto valore per il food, il nutraceutico e il cosmetico: non stiamo parlando di sperimentazioni future, ma di soluzioni che le 21 startup del nostro portafoglio stanno già portando nelle aziende.
Il cambiamento climatico rappresenta una delle maggiori minacce per il settore. Quali soluzioni innovative ritiene più promettenti per proteggere le produzioni che rendono famoso il nostro Paese nel mondo?
Il cambiamento climatico non è una minaccia futura per il Made in Italy agroalimentare, è una crisi già in corso. Siccità, eventi estremi, instabilità stagionale colpiscono proprio quelle produzioni: vino, olio, grano duro, lattiero-caseario che definiscono la nostra identità nel mondo. La risposta deve essere tecnologica, proattiva e sistemica.
Attraverso FoodSeed vediamo già oggi startup che costruiscono questa risposta in modo concreto. Alcuni esempi sono GreenAnt, che combina dati satellitari e intelligenza artificiale per anticipare i rischi climatici lungo la filiera, Prospecto, che integra visione artificiale e AI direttamente nelle macchine agricole, trasformando ogni trattore in una fonte di dati e decisioni operative in tempo reale. Aflabox usa imaging UV e AI per rilevare le aflatossine nei cereali e nelle granaglie con oltre il 95% di accuratezza, già in trial industriali con trasformatori italiani: una minaccia che il cambiamento climatico sta aggravando, resa gestibile dalla tecnologia.
Ma la resilienza passa anche per la capacità di valorizzare ciò che il clima compromette: startup come Kymia, Alma Serum e NOIET trasformano scarti e sottoprodotti in ingredienti ad alto valore, riducendo la dipendenza da condizioni produttive ideali.
Il Made in Italy non si protegge solo con le denominazioni di origine. Si protegge investendo in tecnologia applicata alla filiera.

Attraverso FoodSeed avete osservato centinaia di startup. Quali sono oggi le idee e le tecnologie che stanno attirando maggiormente l’attenzione degli investitori internazionali?
Gli investitori internazionali cercano realtà research-driven con vantaggi tecnologici chiari applicati a problemi industriali concreti. Le aree di maggior interesse includono la valorizzazione degli scarti (upcycling), lo sviluppo di ingredienti Next-Gen e la biotecnologia applicata alla produzione. A testimoniare la maturità del talento italiano sono i recenti round di investimento: Foreverland (alternativa al cioccolato da carruba) ha chiuso un seed da 3,4 milioni di euro, mentre HypeSound (modulazione acustica per bioproduzioni) ha raccolto 1,2 milioni in fase seed. A queste si aggiunge Alkelux (packaging dagli scarti della liquirizia), che ha recentemente completato un investimento da 970 mila euro.
Molte piccole e medie imprese italiane non dispongono di grandi strutture di ricerca e sviluppo. Come possono accedere all’innovazione senza perdere competitività?
Il nostro modello operativo agisce proprio per colmare questo gap strutturale di R&D delle PMI. Operiamo come architetti dell’ecosistema, favorendo un “innesto” di competenze esterne capace di unire l’eccellenza alimentare alla tecnologia d’avanguardia. Attraverso i programmi promossi da Eatable Adventures, le PMI possono accedere a innovazioni già validate industrialmente (il 42,2% delle nostre startup vanta brevetti depositati) senza dover affrontare i rischi e i costi di una struttura di ricerca interna.
Il vostro modello di Smart Capital punta molto sulla collaborazione tra startup e aziende consolidate. Quanto è importante creare ponti tra questi due mondi per accelerare la trasformazione del settore?
È fondamentale. FoodSeed nasce proprio con l’obiettivo di creare questi ponti, mettendo in relazione startup innovative, grandi aziende e investitori. Grazie all’esperienza internazionale di Eatable Adventures agiamo come dei catalizzatori di innovazione esterna per le PMI che vantano un patrimonio inestimabile ma necessitano di evoluzione tecnologica. Operiamo per colmare il loro gap strutturale di ricerca, trasformando l’eccellenza accademica e scientifica in asset competitivi pronti per l’industria. Attraverso il nostro ecosistema, le imprese possono integrare soluzioni già validate, il 42,2% delle nostre startup vanta brevetti depositati, senza dover affrontare i costi e i rischi di un dipartimento R&D interno, mantenendo così la propria agilità e leadership sul mercato.
Oggi si parla sempre più di sovranità alimentare e sicurezza delle filiere. Che ruolo può svolgere l’innovazione tecnologica nel rafforzare la resilienza del sistema agroalimentare italiano?
È il cuore della nostra missione: abilitare l’incontro tra la profondità industriale della manifattura italiana e le tecnologie di frontiera. Questo “matrimonio” non mira a sostituire la tradizione, ma a difenderla attraverso una metodologia di validazione industriale anticipata. Inseriamo le startup direttamente nei processi produttivi delle corporate attraverso progetti pilota controllati. Questo approccio riduce drasticamente l’incertezza tecnologica e permette alle aziende tradizionali di prendere decisioni basate su dati certi, come incrementi di resa e risparmio energetico misurabili, accelerando una trasformazione che è ormai vitale per il Paese, con l’obiettivo di ottimizzare i processi e ottenere migliori rendimenti.
Avete annunciato l’obiettivo di creare una piattaforma nazionale integrata tra FoodTech e AgriTech: come immagina questo ecosistema e quale impatto potrebbe avere sull’economia italiana?
Immaginiamo una filiera strutturata dell’innovazione capace di presidiare l’intera catena del valore, “from farm to fork”. Dopo aver consolidato il proprio ruolo nel Nord Est, l’Hub guarda ora oltre i confini regionali avviando una nuova fase: l’espansione su scala nazionale, con l’intento di replicare il modello veronese in nuovi poli strategici per valorizzare il potenziale agricolo di Mezzogiorno e Sud Italia e bilanciare le disparità regionali. Con Verona nel ruolo di coordinamento dello spoke Nord Est, il progetto mira a diventare un punto di riferimento nazionale per l’agrifoodtech: un ecosistema diffuso che promuove la cultura dell’Open Innovation e che accompagna la filiera agroalimentare nella transizione verso modelli produttivi più digitali, sostenibili e connessi ai bisogni emergenti del mercato. Questa piattaforma punta a trasformare l’Italia nel centro nevralgico della tecnologia alimentare mondiale, capace di esportare modelli di innovazione con la stessa forza con cui oggi esporta i suoi prodotti.
Se dovesse descrivere il settore agroalimentare italiano futuro, quali saranno secondo lei le principali differenze rispetto a quello che conosciamo oggi?
Il settore agroalimentare italiano che immaginiamo tra cinque-dieci anni sarà riconoscibile, ma profondamente trasformato. Non nel suo DNA, perchè la qualità, il territorio, la cultura del cibo restano il vantaggio competitivo irriproducibile, ma nel modo in cui quell’eccellenza viene prodotta, protetta e valorizzata.
Il Made in Italy non sarà più solo un patrimonio da custodire, ma una piattaforma tecnologica scalabile. Le aziende che oggi si affidano esclusivamente alla reputazione e alla tradizione avranno integrato tecnologia per ottimizzare i processi produttivi e aumentare la profittabilità: dall’agricoltura di precisione alla fermentazione avanzata, dall’intelligenza artificiale fino alla valorizzazione degli scarti di filiera.
Il secondo cambiamento riguarda gli investimenti. L’Italia sta uscendo dalla fase “emerging market” dell’agrifoodtech. I round sono già più grandi, più strutturati, con investitori internazionali che iniziano a guardare con serietà un ecosistema che fino a pochi anni fa era quasi invisibile sui radar globali. Questo processo si accelererà. E chi ha costruito presenza, track record e fiducia nel mercato italiano in anticipo, come abbiamo fatto in Eatable Adventures con FoodSeed e con i nostri hub di innovazione, avrà un vantaggio difficile da colmare per i newcomer.
Il terzo cambiamento, forse il più profondo, sarà culturale. La collaborazione tra corporate e startup non sarà più percepita come sperimentazione ma come modello industriale consolidato. Le grandi aziende agroalimentari italiane non cercheranno più “progetti pilota” isolati: integreranno l’open innovation nella propria strategia di crescita. Noi lo stiamo già vedendo succedere con i nostri partner.
L’Italia ha tutti gli ingredienti per diventare il mercato di riferimento europeo nell’agrifoodtech. La vera differenza, rispetto ad oggi, sarà quanto velocemente l’ecosistema saprà trasformare questo potenziale in leadership.
Romina Ciuffa
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