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GRAZIANO DELRIO: STOP AI LAMENTI, PASSI AVANTI SONO STATI COMPIUTI

Graziano Delrio, ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie con delega allo Sport

di VICTOR CIUFFA

 

Per ben 9 anni sindaco di Reggio Emilia, città di una delle regioni più virtuose d’Italia, lo scorso aprile Graziano Delrio è stato chiamato dal presidente Enrico Letta a far parte del Governo con la delega a un settore non solo in cui è competente, ma che sta richiamando una crescente attenzione di politici e cittadini: le Regioni, oggetto di proposte di riforma o addirittura di abolizione. A tale delega si è aggiunta, lo scorso giugno, quella allo Sport. Laureato in Medicina, Graziano Delrio è specializzato in Endocrinologia, è docente e ricercatore nell’università di Modena e Reggio Emilia ed ha perfezionato gli studi in Gran Bretagna e Israele; è autore di una produzione scientifica di rilievo che l’ha portato a svolgere seminari in America e in Europa. Ha fondato e presieduto l’Associazione «Giorgio La Pira» con cui ha promosso iniziative culturali e allacciato rapporti con il Medioriente. Ricoprì il primo incarico istituzionale a Reggio Emilia nel 1999 subentrando, per il Partito Popolare, al consigliere comunale Giuseppe Davoli divenuto assessore. Nel 2000 fu eletto consigliere regionale dell’Emilia-Romagna e nel Consiglio presiedé la Commissione Sanità e Politiche sociali. Nel 2001 aderì alla Margherita e alle elezioni del giugno 2004 fu eletto sindaco con il 63,2 per cento dei voti, primo sindaco di Reggio Emilia dal 1945 a non aver militato nel Partito comunista. Confermato nel giugno 2009, Delrio è stato vicepresidente e poi presidente dell’Anci, che raggruppa gli oltre 8 mila Comuni italiani. È membro della Conferenza Stato-Città ed Autonomie locali.
Domanda. Le entrate tributarie negli ultimi due anni sono aumentate con l’introduzione di nuove imposte o aumenti di quelle esistenti. Conseguentemente l’aumento delle spese dello Stato e degli enti locali avrebbero dovuto favorire una ripresa economica. Questo non è avvenuto. Per quale motivo?
Risposta. Le entrate dello Stato e degli altri enti pubblici non sono sufficienti a coprire le spese. E la mancata ripresa è causata, appunto, dall’insufficienza delle entrate. Va detto che, contestualmente agli aumenti di entrate dovuti alla maggiore pressione fiscale, operano in senso contrario due fattori specifici, la corruzione e l’evasione fiscale. Per cui ormai il problema dell’Italia non è tanto la spesa pubblica per beni e servizi in assoluto, quanto piuttosto l’insufficienza delle entrate. Proveniamo da un periodo di 5 o 6 anni di recessione reale, ed è evidente che, se l’economia non cresce, non si può pensare nemmeno di risanare il bilancio dello Stato, anche se le misure di contenimento della spesa pubblica hanno aiutato a correggere i conti, mentre quelle che abbiamo varato proprio in queste ultime settimane contribuiranno a riportare il debito pubblico sotto controllo.
D. In questi ultimi tempi di risparmi, restrizioni, maggior rigore, sono almeno un po’ migliorate l’efficienza e la produttività delle varie pubbliche amministrazioni?
R. Ritengo che ciò sia avvenuto, che nel complesso l’efficienza e la produttività siano aumentate. Ma non dobbiamo stare sempre a lamentarci, a non riconoscere che passi avanti, sia pure timidi, sono stati compiuti. Perché realmente passi avanti sono stati fatti. Dalla riforma cosiddetta Bassanini della seconda metà degli anni 90 in poi la Pubblica Amministrazione è abbastanza cambiata. È vero che resta da fare molto altro ancora, a partire dalla digitalizzazione grazie alla quale essa deve diventare più amichevole, più rapida, efficiente e meno burocratica. Ma per attuare in pieno questo obiettivo è necessaria una riorganizzazione generale delle funzioni svolte sia dai comuni che dalle regioni. Un miglioramento complessivo comunque si è già verificato, ed è visibile attraverso un aumento dell’efficienza dei comuni e di quante persone sono impegnate a svolgere attività di carattere amministrativo.
D. Dopo l’inchiesta della Procura della Repubblica di Milano detta «Mani Pulite» a carico della classe politica al potere all’inizio degli anni 90, sono state periodicamente emanate leggi di riforma della pubblica amministrazione ufficialmente dell’interesse dei cittadini. Le più significative sono le 142 e 241 del 1990 sulla trasparenza e semplificazione degli atti amministrativi, la 537 del 1993 sull’elezione diretta dei sindaci, le due denominate «Bassanini» del 1997 ed altre. Purtroppo sono state applicate in buona parte a danno dei cittadini perché via via sono stati eliminati tutti i controlli sull’attività delle pubbliche amministrazioni. È stato abolito il Co.re.co. ovvero Comitato regionale di controllo; trasformata la funzione di segretari comunali e prefetti; introdotti lo spoil system e la mobilità del personale; svuotato il reato di abuso di atti d’ufficio perché oggi per far perseguire un dirigente pubblico che ha danneggiato un cittadino, questi deve dimostrare che ha agito con dolo. Può aversi un’amministrazione pubblica efficiente e onesta se è stato sguarnito tutto l’apparato di controllo?
R. Alcune funzioni della pubblica amministrazione, che erano state introdotte da leggi in un passato ormai lontano e superato dallo sviluppo della società, sono state sostituite da altre, come ad esempio gli istituti del rendiconto, della valutazione, dell’obbligo di pareggio del bilancio, del controllo molto stringente negli ultimi anni della Corte dei Conti. Il problema vero, forse, consiste nella necessità di approfondire lo studio dei quei meccanismi che consentono di costruire bilanci non credibili e non sinceri. Un lavoro del genere è stato compiuto in maniera abbastanza seria negli ultimi anni sull’armonizzazione dei sistemi di bilancio. Molti comuni, infatti, hanno scaricato alcune voci di spesa sul bilancio consolidato, ossia hanno trasferito i debiti nei bilanci delle società partecipate. Per esempio, le spese per gli stipendi dei propri dipendenti. In tal modo hanno proseguito a gestire in maniera non efficiente le risorse pubbliche.
D. Lei è stato amministratore di una regione virtuosa, l’Emilia Romagna, ma esistono regioni e comuni operanti in «periferie virtuali» del Paese nelle quali lo Stato è lontano, la Corte dei Conti non arriva o, se arriva, è ostacolata spesso dal Parlamento che con qualche legge le impedisce di far pagare il danno erariale. Perché i Governi non pensano a correggere i risultati negativi di provvedimenti ufficialmente positivi?
R. Anche se c’è ancora molto da fare, bisogna riconoscere che vari provvedimenti sono stati adottati e che i rimedi esistono, ad esempio l’armonizzazione dei sistemi contabili e i controlli incrociati, cioè un nuovo sistema che è diventato una realtà e che sostituisce quegli organismi, metodi ed istituti che sono via via scomparsi, o sono stati trasformati, o hanno ricevuto nuovi compiti. Credo comunque che una soluzione alle disfunzioni vecchie e nuove esiste, ed è il federalismo, ossia un’applicazione federale di tutti questi meccanismi. Un’applicazione vera, seria, porterà sempre più a situazioni molto più serie.
D. Nella prospettiva di riforma di tipo federalista è prevista, per esempio, l’eliminazione del tipo di Senato repubblicano oggi esistente, al quale si attribuiscono ritardi, spreco di risorse, danni all’economia nazionale. Gli inconvenienti lamentati verrebbero eliminati sostituendolo con il cosiddetto Senato delle Regioni? E quali sarebbero i compiti di quest’ultimo, ossia di che cosa si occuperebbe?
R. Questi compiti saranno oggetto del lavoro che dovranno svolgere i parlamentari, trattandosi di competenze del Parlamento. Certamente il Senato delle Regioni non dovrà essere chiamato a votare la fiducia al Governo; esaminerà solo le leggi che riguardano le Regioni e i Comuni, diventerà il luogo in cui si esprimeranno pareri concertativi o pareri sulle leggi regionali, quindi diventerà la «Camera delle Autonomie», un po’ sul modello del Bundesrat tedesco. Mi pare che sia un ottimo modo per riformare. L’attuale bicameralismo perfetto va assolutamente superato, è una delle palle al piede del nostro sistema.
D. Ma non ci ha consentito di salvaguardare la democrazia e la libertà per oltre 65 anni? E si arriverà ad abolirlo, vista la tempestiva nascita di movimenti in difesa della Costituzione del 1948?
R. Nessuno nega che il bicameralismo perfetto abbia svolto la propria funzione espressamente nel difendere la democrazia. Ma io ritengo che il suo superamento, nella forma indicata, sia assolutamente necessario, e penso che su di esso vi sia un’amplissima convergenza nelle forze politiche e nel Paese.
D. Ogni volta che il Governo annuncia un taglio di fondi, le amministrazioni pubbliche locali minacciano la riduzione dei servizi essenziali come sanità e trasporti. Intanto continuano a spendere in iniziative superflue e spesso già esistenti. A Roma l’amministrazione di centrosinistra guidata da Valter Veltroni istituì un festival del cinema e una serie di «case»: del cinema, del teatro, del jazz, delle letture, perfino delle traduzioni. In campagna elettorale il candidato sindaco di centrodestra Gianni Alemanno annunciò che, in caso di vittoria, avrebbe abolito tutto questo. Insediatosi, non eliminò nulla, anzi propose di istituire anche una gara della Formula Uno. Perché il Governo non interviene su tali sprechi?
R. L’obbligo dei tagli è stato molto pesante, ma non bisogna rimanere alle analisi degli anni in cui questi non venivano decisi. Erano stagioni diverse. Poi i tagli sono stati imposti e tante iniziative sono state ridimensionate, questo è un dato oggettivo. Recentemente sono stati comunicati i dati del ridimensionamento delle spese dei Gruppi consiliari regionali, ridotte da 50 milioni a 9 milioni di euro, con un taglio quindi del 60-70 per cento. Si tratta, in tal caso, di tagli veri. Le spese di rappresentanza nei comuni sono state ridotte dell’80-90 per cento, per cui credo che dobbiamo cominciare a guardare i fatti per quello che sono, nonché le politiche di ogni comune. Se un comune decide di attuare una politica a favore della cultura, ad esempio, perché vi trova un ritorno economico in quanto ogni euro investito in questo settore produce ricchezza, credo che debba essere lasciato libero di farlo, a condizione che non si tratti di iniziative dirette a sistemare o a favorire parenti, amici, sindacalisti ecc. Ormai però episodi del genere appartengono al passato, non c’è più nessuno che possa permettersi, neanche in una grande città, di inventare iniziative che non arrechino un qualche beneficio ai cittadini.
D. A proposito di riforme istituzionali e costituzionali, si parla molto dell’abolizione dell’attuale modello di Senato, mai del CNEL, Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. A che cosa è servito in oltre mezzo secolo di vita?
R. È uno degli organi titolari di funzioni storiche, per cui bisogna fare in modo di usarlo nel modo migliore, non farne il duplicato di altri che svolgono le stesse funzioni; e bisogna evitare di creare ogni 4 o 5 anni un osservatorio e strutture di questo genere. Comunque non sono per l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, semmai per utilizzarlo meglio.
D. L’ex presidente del Consiglio Romano Prodi ha proposto addirittura l’abolizione di tutta la giustizia amministrativa, cioè dei Tar e del Consiglio di Stato, perché costituirebbero una fonte di sprechi da parte sia della stessa struttura giurisdizionale sia delle imprese, ostacolate dai suoi lunghi tempi. Occorrerebbe una riforma di essa?
R. Certamente occorrerebbe una riforma. Abbiamo tre tipi di giustizia, cinque corpi di polizia. C’è da mettere mano anche a questo.
D. Con l’affidamento della delega allo sport, il suo ministero ha acquisito la competenza per tutto questo settore. Lo sport è stato gestito anche dal Ministero dei Beni Culturali. L’ultima scelta è indovinata?
R. Stiamo svolgendo politiche soprattutto di promozione dell’educazione motoria nelle scuole, e ci interessa molto favorire la pratica sportiva nel pomeriggio. Sono i due nostri principali obiettivi, e inoltre desideriamo contribuire, attraverso lo sport, alla prevenzione delle malattie. Stiamo predisponendo un progetto di legge per disciplinare l’impiantistica sportiva ed elaborando una serie di iniziative per combattere la cultura del doping nello sport.
D. Quali risultati produrranno le critiche rivolte da più parti alla Conferenza delle Regioni?
R. La Conferenza delle Regioni è il luogo in cui si cercano soluzioni ai problemi e si formulano pareri sui provvedimenti del Governo. In uno Stato federale è normale l’esistenza di queste procedure e di questi organi, per cui è chiaro che essa deve diventare sempre più un luogo, anziché di semplice burocrazia, di riforme e di stimolo per queste.
D. Quindi lei ha fiducia in esse?
R. Sono fiducioso nelle riforme istituzionali e in quelle costituzionali. Ma dobbiamo esserlo tutti.  

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