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ANNA FENDI VENTURINI: STORIA DELLA FAMIGLIA CHE HA DIFFUSO LA PROPRIA MODA NEL MONDO

Anna Venturini Fendi

Anna è una di cinque sorelle dal cognome prestigioso, cresciute nella bottega dei genitori Edoardo Fendi e Adele, poi cresciuta più di loro sino a divenire, in breve tempo, sinonimo dell’alta moda nel mondo. Vi sono una terza, una quarta, finanche una quinta generazione, ma il marchio è stato venduto nel 2000 ed è oggi di proprietà della casa francese Louis Vuitton, sebbene ne mantenga la presidenza la sorella minore Carla e ne guidino la parte creativa, conservando lo stile di famiglia, la figlia Maria Silvia e lo stilista Karl Lagerfeld. Dopo aver dedicato una vita alla moda, Anna Fendi Venturini oggi si prepara a un impegno nuovo, quello di un’attività residenziale recettiva, e a un altro ancora più difficile: ricominciare tutto da capo. Ma con la forza di sempre, la forza Fendi.

Domanda. Qual è la sua storia?

Risposta. Parlo al plurale perché siamo cinque sorelle, e la mia è una storia di famiglia di cui non sono l’unica artefice. Devo risalire ai miei genitori, a quando nel 1925 fondarono l’azienda Fendi, inizialmente molto diversa da quella che è divenuta in seguito. Essa nacque, infatti, in piena era fascista come una piccola elegante bottega in Via del Plebiscito a Roma. Mio padre si occupava dell’amministrazione e mia madre, una donna che ha sempre avuto il senso della moda, curava la parte creativa. Commercializzavano principalmente accessori e alcuni articoli di pellicceria come manicotti, cravattine di pelliccia e guanti dai polsi in pelliccia. Più avanti spostarono la boutique in un’altra zona. Mio padre morì molto giovane e lasciò mia madre sola con cinque figlie. Abbiamo vissuto una bella infanzia: abitavamo ai Parioli e abbiamo studiato dalle suore dell’Istituto dell’Adorazione in Piazza delle Muse. Subito dopo le scuole superiori dovetti lasciare gli studi per necessità, non per hobby o per realizzarmi come accade oggi. Abbandonai le amicizie e una vita facile per un grande impegno, in tutti i sensi: non trovavo soddisfacente il lavoro che mi offriva mia madre, una semplice attività commerciale in Via Piave. Per amarlo, cercai di contribuire a un cambiamento radicale. Nei primi tempi noi cinque sorelle lavorammo da trasformiste, facendo un po’ di tutto, dall’amministrazione alla parte decorativa. Con gli anni, quando l’azienda acquisì dimensioni maggiori, ognuna ebbe un compito in base alle proprie predisposizioni.

D. In quale maniera avete diviso i ruoli tra di voi?

R. Io mi occupavo del prodotto per mia attitudine naturale. Nel 1976, quando persi mio marito, ebbi un rifiuto per tutto e improvvisamente, forse perché la clientela mi aveva sottratto alla vita familiare, lasciai l’atelier in Via Borgognona dove lavoravo e mi dedicai esclusivamente alla parte progettuale stilistica. In quel periodo avemmo una grande soddisfazione: gli Stati Uniti decretarono il nostro successo.

R. Come arrivaste in America?

R. Grazie al nostro responsabile delle relazioni esterne Rudy Crespi, che a quei tempi era il pierre delle case di moda più in voga, inclusa Valentino. Con lui affrontammo il grande mercato americano: andammo io e mia sorella Carla e fu un grande successo. In America avevano già sentito parlare di noi, perché avevamo presentato due collezioni a Palazzo Pitti a Firenze, e quando videro la collezione che avevamo portato con noi rimasero incantati al punto che i più prestigiosi negozi americani ci dedicarono alcune vetrine. Avemmo la fortuna di entrare negli «store» più importanti: Goodman, che era leggendario, e Bendel, a quei tempi il più raffinato. Questo accadeva nel 1975; subito dopo ero rimasta vedova e avevo preso a lavorare ancor più serratamente con le mie sorelle ma negli Stati Uniti ci andai con mia sorella Carla. Prima di affrontare quegli appuntamenti decidemmo di visitare tutti gli store di New York per avere una nostra idea. A quel tempo avevamo già il nostro disegnatore, Karl Lagerfeld, un genio della moda, che aveva però il «difetto» di anticipare i tempi, come è giusto fare in questo settore. Vidi solo due negozi adatti alla nostra collezione - appunto Goodman e Bendel - e furono proprio loro a sceglierci. Immediatamente entrammo dalla porta d’oro. Quando inaugurammo la collezione a New York, Goodman fece qualcosa che non aveva mai fatto prima: ci dedicò una boutique con la porta su strada per gli accessori, accanto a Van Cleff, e un piano solo per la pellicceria. Ci dissero che avevano bisogno di unire quel piano al prét-à-porter. Ci fu quindi anche il battesimo della collezione, sempre disegnata da Karl Lagerfeld il quale con noi ha avuto uno dei «matrimoni» più lunghi della moda.

D. Com’è nato il marchio formato da una doppia F capovolta?

R. Fu disegnato proprio da Karl Lagerfeld. Ora ho un marchio tutto nostro che è AFV Residenze. Il cognome Fendi è unico in Italia: mio padre era il solo maschio ed ebbe cinque figlie femmine. Adesso però anche i nostri nipoti si chiamano Fendi, perché abbiamo voluto che aggiungessero questo cognome. Mio padre diceva che era breve, che aveva un bel suono e che si pronunciava bene in qualsiasi lingua.

D. Come ha combinato la vita professionale con quella privata?

R. Grandi onori, grande successo, ma anche grande impegno. Nella moda niente è mai finito perché terminata una collezione, si deve subito avviare la successiva. Si è quasi al di fuori del mondo perché si deve essere sempre avanti dal punto di vista ideativo, e questa è una fatica. Ho avuto una difficoltà estrema, mi sentivo un elastico, tirata da tutte le parti. Diceva il prof. Giovanni Bollea che ero afflitta dal «doverismo» e infatti ho avuto un’educazione molto severa da mia madre e il dovere per me era la cosa principale. Proprio questa disciplina mi ha reso possibile - ma è stata molto dura - conciliare la professione con la vita privata, non sempre riuscendoci come avrei voluto. Ho tre figlie, non sono mondane, si vedono molto poco in giro, poiché privilegiano l’intimità familiare e il loro lavoro che è molto impegnativo

D. Nel 1999 è cambiato l’assetto societario con l’entrata in scena della LVMH Moët Hennessy-Louis Vuitton. Perché?

R. Abbiamo capito che da sole non potevamo affrontare un mondo che si stava evolvendo in tutti i sensi: Fendi doveva essere presente ovunque. Abbiamo realizzato questo obiettivo tramite la fusione con Louis Vuitton. Mia sorella Carla è presidente della Fendi e mia figlia Silvia ha preso il mio posto per la parte creativa. I marchi Fendi e Louis Vuitton procedono comunque separati, ed è mia figlia Silvia che insieme a Karl Lagerfeld mantiene l’impronta della famiglia.

D. Quanto le è costato tutto ciò dal punto di vista psicologico, umano ed emotivo?

R. È stato come se mi avessero strappato l’anima, mi sentivo svuotata. Ho lottato fino all’ultimo per non vendere e non è stato semplice. Io sono stata di quelle più dure, era un’azienda sana e pensavo che fosse un peccato lasciarla, ma poi mi sono rassegnata.

D. Chi è stata l’anima dell’azienda Fendi?

R. All’inizio mia madre, la vera protagonista, poi siamo state tutte complementari: una senza l’altra non avrebbe potuto fare quello che abbiamo fatto tutte insieme. È come se avessero lavorato cinque generazioni, e anche gran parte dei nipoti ha contribuito a rendere grande l’azienda. È una storia di sinergia, di complicità e di grande amore, ribadito anche dalle discussioni.

D. Ora pertanto ha cambiato vita?

R. Sì. Mi sento psicologicamente sempre unita a Fendi, nonostante tutto sono riuscita a riversare la mia creatività e la mia energia in una struttura affascinante e piena di charme, Villa Laetitia, una residenza d’epoca tra Piazza del Popolo e il quartiere Prati, progettata da Armando Brasini, tra i migliori autori degli anni Venti del secolo scorso. L’attento recupero e il rispettoso restauro hanno trasformato l’edificio e il giardino in un luogo irripetibile, ricco di atmosfera, destinato a ricevimenti, congressi, eventi, beauty farm e palestra, nonché all’ospitalità di pregio nelle suites residenziali concepite in modo da riprodurre l’intimità di casa propria, perfino nell’angolo di giardino o terrazza ritagliato per ciascuna suites e nell’accesso riservato.

D. È questa allora attualmente la seconda Anna Fendi?

R. La locandiera, diciamo, forse anche la padrona di casa che non sono mai stata. Questa è la mia casa, ormai vivo a Villa Laetitia dalla mattina alla sera. Sto creando un nuovo lavoro insieme a mio nipote di 26 anni, figlio di Silvia. Abbiamo acquistato anche un ex istituto di suore e ne faremo un albergo.

D. E Villa Laetitia cosa diventerà?

R. In sintesi una struttura polivalente in cui ricevere, volta a volta, tutto quanto ho sopra esposto e sempre conciliando l’intimità della casa con l’efficienza di un’ospitalità ineccepibile.

D. Quanti dipendenti ha?

R. Ho sempre operato con poche persone, ma molto efficienti. Saranno una decina di unità. Con Fendi anche lavoravo con poche unità, tre o quattro: la moda non si può divulgare, deve essere un’attività ristretta.

D. Cosa pensa di una moda che viene costruita su donne che spesso diventano anoressiche pur di indossare determinati abiti?

R. Per essere chic una donna non ha l’esigenza di essere magrissima, l’eleganza è innata. In passerella una donna molto magra figura molto di più di una rotonda, questo è normale ed è sempre stato così, ma un conto è la passerella, un altro è la vita.

D. Non c’è un’alta moda per donne diverse dalle indossatrici?

R. Vi sono delle Case che dedicano le proprie collezioni alle donne più avanti negli anni o meno magre; l’alta moda è fatta su misura e quindi può essere indirizzata in vari sensi. Se una donna non ha il coraggio di dimagrire né la forza di sacrificarsi, deve cercare di vestire con la massima semplicità e guardare ai dettagli. È necessario anche per la salute fare attenzione al vitto e al movimento.

D. Quali sono stati la tendenza più bella e più rilevante e il periodo della moda che ha reso la donna più affascinante?

R. Forse gli anni 40. Sembrerà strano, ma io credo nei grandi volumi. Trovo che la moda troppo stretta sia poco chic. Noi creammo una collezione con i volumi, con pellicce molto morbide, camicie un po’ alla russa con le maniche grandi, forse nel 1968. Oggi mi sembra che si stia ritornando a una struttura più semplice, ma di grande qualità e di grande eleganza.

D. Dal punto di vista economico, in un momento di crisi come quello attuale il lusso ha avuto una flessione negativa?

R. Il lusso e la qualità, devo dire, si sono salvati ed ha funzionato anche chi ha seguito tendenze o mode intelligentemente affrontate con la grande distribuzione. Chi ha risentito molto della crisi è stata la via di mezzo, ad eccezione di chi è riuscito a creare una specializzazione. Le crisi si vincono con le idee.

D. Ma se la clientela non ha più disponibilità finanziarie?

R. Se desidero risparmiare, anch’io mi oriento verso un prodotto di tendenza ma non costoso. Io stessa mi rivolgo alla grande distribuzione, altrimenti non restano che le grandi firme che conciliano moda e qualità. In questo settore si vince se si affronta la crisi con il marketing adatto. La gente si veste sempre, i ristoranti sono sempre pieni, si pensa sempre al week end. È anche vero che l’italiano è un grande risparmiatore e che non ha avvertito la crisi bancaria. In fondo siamo più equilibrati degli altri. Se vi sono molte aziende che stanno licenziando, è anche perché non si sono adeguate. Bisogna avere la forza di dirigere il timone e non è sempre facile.

D. La crisi, quindi, non è imputabile solo a colpe del Governo?

R. No, è imputabile anche a molte persone che si sono adagiate. La moda non è solo vestiti, ma vita in tutte le fasce: c’è anche una moda della finanza. Gli italiani però sono molto bravi e nonostante tutto riescono comunque a cavarsela. Ma il settore moda deve fare molta attenzione, non esiste la via di mezzo.

D. Cosa chiederebbe al Governo come imprenditrice donna?

R. È necessario un maggiore snellimento nelle pratiche burocratiche: in un momento di crisi economica bisogna raggruppare e risolvere i problemi ed essere più flessibili. È proibitivo oggi affrontare nuove soluzioni commerciali, anche dal punto di vista professionale: è una macchina farraginosa. Non capisco come non ci si renda conto che uno dei problemi maggiori della crisi è proprio questo: c’è una grande difficoltà per aprire una nuova attività di qualsiasi genere. Negli uffici non danno nemmeno una consulenza e manca una formazione in merito. Non si ha una grande esperienza quando si inizia e non si può cominciare con i debiti. Lo Stato dovrebbe essere al servizio del cittadino, ma questo oggi non è possibile.

D. Che cosa pensa del made in Italy nel mondo?

R. Ritengo che sia un grande successo. Non avevamo le tradizioni della Francia, ma siamo sempre e comunque al primo posto.

D. Per quale motivo l’Italia potrebbe essere sempre la prima, ma in fondo è sempre l’ultima?

R. È vero, abbiamo un rilevante debito pubblico, certamente non imputabile alla moda.

D. Qual è nel lavoro l’aspetto che le ha dato maggiore soddisfazione?

R. L’aver agito sempre come una semplice artigiana della moda.

D. Che cosa consiglia oggi a una donna? Ritiene che i giovani di oggi siano pronti alle rinunce?

R. La nostra azienda è di matrice squisitamente femminile. Per cui alle donne consiglio impegno e perseveranza, perché nulla si ottiene senza grandi rinunce. Ho fiducia nei giovani, ricorderò sempre una ragazza molto giovane che un giorno venne da me per avere un lavoro e mi disse: «Non voglio nemmeno essere remunerata, vengo anche per uno stage. Mentre lei esegue le prove con il suo staff, io posso anche tenere gli spilli». Quella donna è diventata molto importante nella moda. Bisogna cominciare con molta umiltà, che è il sentimento più aristocratico. Se si crede in qualcosa, dall’umiltà e dall’educazione si otterrà sempre un ritorno.

D. In quali rapporti è la famiglia Fendi con il mattone?

R. In rapporti discreti, e con un certo intuito. L’esempio è l’acquisto a Roma dei punti vendita di Via Borgognona e del palazzo di Largo Goldoni e di Via Fontanella Borghese, che oggi viene chiamato da tutti Palazzo Fendi.

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