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FEDERICO VECCHIONI: MAREMMA, D'ACCORDO AMBIENTE E INDUSTRIA

Non ha ancora 37 anni ma un curriculum corposo e una serie di incarichi che lo tengono spesso lontano dalla tenuta ereditata dal nonno paterno, 360 ettari sulle colline di Massa Marittima coltivati a ulivi, di cui ha saputo sfruttare le potenzialità dando vita anche ad un’azienda turistico-venatoria. Membro di Giunta della Confagricoltura, che riunisce gli imprenditori agricoli, vicepresidente nazionale dell’Agriturist, presidente della società per il commercio elettronico Certicommerce e della Confagriconsult, che promuove l’internazionalizzazione delle aziende del settore, Federico Vecchioni presiede anche, da un anno e mezzo, la Camera di Commercio di Grosseto. «La Maremma è un pezzo del mio cuore, per questo alla fine del liceo decisi di studiare Scienze agrarie e di occuparmi dell’azienda di famiglia», spiega. Nato a Padova ma cresciuto a Verona, alterna l’attività nella Confagricoltura e nell’Agriturist all’azione a favore della realtà economica della Maremma, protagonista anche della sua tesi di laurea intitolata «Acquacoltura e burocrazia».
Domanda. Qual’è la realtà attuale dell’agriturismo, un tempo sinonimo di turismo ecologico ma anche economico?
Risposta. I dati della guida Agriturist 2004 registrano una crescita costante del numero di persone che scelgono questo tipo di vacanza. Le aziende censite, 8.738 nel 1999, sono oggi 12.603. Rispetto al 2002 sono cresciute dell’8,7 per cento e la previsione per il 2004 è di un ulteriore incremento del 6,7 per cento. Sono 10 mila le aziende che offrono alloggio per un totale di 129 mila posti letto, che nel 2004 dovrebbero crescere di altre 10 mila unità, con una media di 12,9 posti per azienda. Le aziende con servizio di ristorazione sono 7.800, gli agricampeggi 930, le aziende con cavalli 1.520. Gli arrivi nel 2003, pari a 2.220.000 con un soggiorno medio di 5 giorni, sono cresciuti dello 0,9 per cento rispetto al 2002, e per il 2004 contiamo di arrivare a 2 milioni e mezzo.
D. Quanti sono i turisti stranieri?
R. Per gli avvenimenti internazionali la presenza di stranieri è calata dal 25 al 21 per cento del 2002, ma per il 2004 si prevede un incremento di circa due punti. Il giro di affari nel 2003, pari a 780 milioni di euro con una media per azienda di 61.900, è cresciuto del 5,4 per cento rispetto 2002 e la previsione per il 2004 è di 880 milioni di euro. Ancora più importante la crescita sotto il profilo imprenditoriale. I servizi offerti collegano l’ospite all’attività agricola permettendogli di conoscere i requisiti del territorio, mentre l’imprenditore agricolo è obbligato ad assumere altre capacità. «Vendere ambiente» impone un miglioramento qualitativo e dell’assetto estetico dell’azienda agricola, per cui l’agriturismo ha consentito anche il recupero di un patrimonio edilizio che rischiava di andare perduto. Ma l’impegno non sta più nella qualità ricettiva, bensì nei servizi, nella capacità di offrire al cliente un buon soggiorno in una camera gradevole, con una serie di attività collaterali che consentano di conoscere la realtà gastronomica, ambientale, didattica, sportiva, culturale, ivi compresa la possibilità di effettuare percorsi archeologici.
D. Quali norme regolano le aziende agrituristiche?
R. Una legge nazionale delinea solo la cornice lasciando ampio spazio alle Regioni per emanare provvedimenti che tengano conto delle diverse situazioni territoriali. In Toscana la legge regionale n. 76 del 1994 è stata recentemente modificata dalla legge n. 30 del 2003 che ha recepito le istanze degli imprenditori sulla «complementarietà» che legava troppo rigidamente la ricettività alla produzione agricola. Un passaggio fondamentale, perché il riconoscimento della qualifica di azienda agrituristica, definita come complementare all’attività agricola, era legato alla sua produzione vendibile.
D. Come è stata risolta la questione?
R. La nuova legge consente, all’imprenditore che per qualsiasi motivo non produca un raccolto, di legare i requisiti agrituristici alle ore lavoro anziché alla produzione lorda vendibile. Inoltre le fattorie didattiche introdotte dalla legge 30 consentiranno di avvicinare le aziende agricole al mondo della scuola e di farne conoscere i valori; le attività inter-aziendali consentiranno agli imprenditori agrituristici di collaborare tra loro, creando rapporti tra le aziende e mettendo le proprie attività al servizio anche di altri. Queste innovazioni testimoniano l’attenzione con cui la Regione Toscana accompagna la crescita del settore, mentre l’obbligo di limitare la ricettività al patrimonio edilizio esistente ha stimolato le imprese agrituristiche a dimensionarsi in modo più professionale per garantire gli standard qualitativi richiesti dal mercato. Ora occorre facilitare la promozione all’estero perché le attività agrituristiche trovano difficoltà in alcune manifestazioni fieristiche. Di qui l’importanza dei siti aziendali su internet con prenotazioni dirette, e dell’appartenenza alle associazioni agrituristiche attraverso le quali raggiungere grandi mercati.
D. Quali sono i suoi progetti come presidente della Camera di Commercio?
R. La provincia di Grosseto ha una matrice agricola notevole. Su 32 mila imprese iscritte, 12 mila sono legate all’agricoltura, il 70 per cento sono ditte individuali e solo il 30 per cento società di capitali. Il sistema agroalimentare costituisce uno degli elementi cardine e in questo anno e mezzo di presidenza della Camera ho assistito a una crescita vigorosa del nostro sistema economico malgrado le ridotte dimensioni delle imprese. Il settore agroalimentare si sta affermando anche in campo internazionale con produzioni di punta soprattutto nei comparti vitivinicolo, olivicolo e lattiero-caseario. L’industria di trasformazione sta crescendo anche in termini occupazionali e la verticalizzazione delle aziende consente di confezionare e vendere il prodotto sul posto, cosicché il profitto rimane nella zona. Investimenti sono stati compiuti anche da grandi produttori esterni, come Rothschild, Antinori, Frescobaldi, Zonin, Cecchi, Mazzei, senza dimenticare il grande valore dei produttori storici che hanno contribuito alla valorizzazione della Maremma come area di produzione ad alto requisito ambientale.
D. Quanto la Maremma si presta all’attività agrituristica?
R. Questa vi trova un contesto ideale, caratterizzato da strutture di dimensioni contenute ma fortemente diversificate. Sono quasi 700 le aziende nella provincia che si affiancano a un qualificato sistema di alberghi e di villaggi turistici. Le attività agroalimentare e turistica hanno consentito di sostenere la difficile congiuntura di questi anni, ma va sottolineato anche il vantaggio derivante da altre importanti componenti del mondo produttivo maremmano. Il sistema artigianale ha trovato nell’edilizia un comparto in grado di saper fronteggiare la crisi con risultati notevoli sia per valore economico sia per occupazione. Il polo industriale, prevalentemente chimico con produzioni di acido solforico e biossido di titanio, è di importanza strategica per fatturato e occupazione, così come per l’innovazione sono stati acquisiti significativi risultati nel settore manifatturiero, in particolare nel comparto delle tecnologie dell’acqua. Occorre però trasferire, anche nei mercati internazionali, l’idea di quello che è la Maremma oggi: non più un’area depressa ma un contesto economico che ha nell’ambiente un fattore produttivo primario, da preservare e mantenere in quanto elemento di competitività.
D. Quali sono le maggiori difficoltà?
R. La principale è rappresentata da un tessuto economico frastagliato e di dimensioni ancora ridotte delle aziende, ma stiamo operando affinché comprendano la necessità di percorrere strade comuni e penetrare nel mercato in maniera più significativa. L’impresa non va considerata un’attività che consuma territorio e, in alcuni casi, addirittura delegittimata verso la collettività, ma come un soggetto economico capace di generare benessere rispettando l’ambiente. Stiamo collaborando sia con il Comune che ha un’amministrazione di centrodestra sia con la Provincia a maggioranza di centrosinistra. Il mondo imprenditoriale non è più visto come antagonista del sistema politico, l’economia interessa chiunque si occupi di politica, sia pure con visioni o con programmi diversi; la Camera di Commercio può svolgere un ruolo equilibratore.
D. Quale formazione occorre all’imprenditore agrituristico?
R. Servizi e formazione impegnano le associazioni di settore e la Camera di Commercio. La crescita del mercato agrituristico impone di garantire agli ospiti determinati parametri di accoglienza. Gli imprenditori devono comprendere quali sono le richieste o le nuove richieste del turista, che cambiano secondo la nazionalità. Quelle di un americano sono molto diverse da quelle di uno svizzero o di un tedesco e soprattutto da quelle di un italiano. Lingua inglese, internet, enogastronomia, sport, ambiente, costituiscono l’offerta di base. La formazione può essere fatta anche in azienda. L’accoglienza, un tempo svolta anche da un coadiuvante, richiede oggi personale con preparazione linguistica appropriata.
D. Come sono i rapporti con il settore alberghiero?
R. Sono improntati alla collaborazione, soprattutto in materia promozionale. L’agriturismo non è più considerato una forma di concorrenza sleale e le nostre associazioni collaborano con la Federalberghi perché gli obiettivi sono comuni: allungare il più possibile la stagione, portare la clientela in Maremma e aprire nuovi mercati. Abbiamo favorito l’afflusso di turisti olandesi e svizzeri; è ripreso l’arrivo dei tedeschi e stanno giungendo anche gli inglesi, finora appannaggio del Chianti. Scarsi gli americani, più interessati alle città d’arte dato il poco tempo che hanno a disposizione. Il settore è cresciuto ma la Maremma è ancora poco conosciuta dagli operatori e dalle stesse istituzioni. Spetta alla Camera di Commercio darle visibilità. È un luogo non solo di vacanza ma di produzione, di investimenti, di possibilità di combinare lo sviluppo economico con un contesto ambientale idoneo a trascorrere un periodo di relax. La strada è lunga, ma le prospettive sono buone.
D. In che consiste la sua attività imprenditoriale nella tenuta Il Cicalino?
R. È un’azienda che, malgrado la congiuntura difficile, compensa gli investimenti fattivi per incrementare i servizi di ristorazione e vendita di prodotti locali competitivi per la qualità. Ci siamo affiancati ad altri operatori che hanno visto nella Maremma una sede idonea alla loro attività. Abbiamo 9 casali distanti 300-400 metri l’uno dall’altro, che garantiscono la tranquillità. Elemento di punta della nostra produzione, in parte biologica, è l’olio extravergine d’oliva. Il nuovo centro aziendale ospiterà la preparazione e la vendita dei prodotti e l’attività didattica diretta alla loro conoscenza; il fabbricato utilizzerà una caldaia a biomassa per cui sarà autonomo sotto il profilo energetico. Abbiamo in programma di utilizzare alcuni terreni marginali per produrre energia fotovoltaica.
D. Quali sono le differenze con gli altri Paesi dell’Unione europea?
R. L’ospitalità rurale è diffusa in Europa con varie tipologie, ma l’Italia è l’unico Paese che riconosce all’agriturismo il requisito di attività agricola perché è strettamente connesso ad essa. Va sfatata l’idea che l’agriturismo sia un’attività sovvenzionata. Sul piano fiscale i vantaggi sono molto relativi perché il regime forfettario di cui gode costituisce solo il 25 per cento della base imponibile. Francia e Germania sono i Paesi in cui l’ospitalità rurale è più avanzata ma con tipologie e requisiti architettonici diversi. L’agricoltura è una fabbrica a cielo aperto in cui il rischio meteorologico non sempre è ben compreso dal consumatore; più la si conosce, più ci si rende conto di quanto sia difficile garantire una produzione con determinati standard e caratteristiche.
D. Quali sono i rapporti con il ministero delle Politiche agricole?
R. La nostra posizione è istituzionalmente rappresentata dal presidente della Confagricoltura; i rapporti sono collaborativi e costruttivi, soprattutto nella valorizzazione dei prodotti. Siamo per la qualità nella quantità, non vogliamo che la qualità sia solo delle produzioni di nicchia. Il nostro punto di forza deve rimanere il legame con il territorio. Questo richiede un’azione costante da parte del ministero. La modifica di etichettatura proposta recentemente dal Comitato Gestione Vini dell’Unione europea ci allarma perché, se i ministri competenti non interverranno, potrebbe consentire di definire Brunello o Morellino anche prodotti realizzati fuori dalla zona. La produzione di qualità deve essere tutelata in ambito internazionale attraverso un registro multilaterale che riconosca la specificità delle produzioni agricole impedendone la replica in tutto il mondo.

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