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VINCENZO CAMPORINI: UNA DIFESA EFFICACE OGGI, CHE SI PREPARA AL DOMANI

Fino al gennaio 2008 Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare e dal febbraio dello stesso anno Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale di Squadra Aerea Vincenzo Camporini ha un curriculum densissimo di incarichi svolti durante la sua lunga carriera nell’Aeronautica Militare, nella quale entrò arruolandosi a 19 anni nell’Accademia Aeronautica e conseguendo il grado di Sottotenente. Laureatosi in Scienze aeronautiche e in Scienze internazionali e diplomatiche e ottenuto il brevetto di pilota militare, ha volato per molti anni su quegli aerei e in quelle squadriglie che hanno sempre riscosso l’entusiamo e l’ammirazione delle masse e suscitato i sogni dei giovani: ha pilotato ben 23 diversi tipi di aerei, inclusi i fantastici F104 e Tornado.
Un’esperienza, quindi, profonda e completa che gli è valsa numerosi riconoscimenti e decorazioni e l’ha portato prima al vertice dell’Aeronautica Militare, poi alla massima carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa. In questa intervista il Generale Camporini illustra i risultati della riforma attuata nella Difesa italiana dalla fine degli anni 90 e delinea le nuove esigenze create sia dal rapido evolversi della situazione politica e militare internazionale, sia dagli incessanti e ravvicinati progressi compiuti dalla scienza e dalla tecnologia.

Domanda. A una certa distanza dalla riforma delle Forze Armate quali sono i risultati, le esigenze, le nuove tendenze in relazione all’evoluzione della situazione internazionale e della società italiana?
Risposta. A dieci anni dall’effettivo avvio della riforma - la legge sulla figura del Capo di Stato Maggiore come Capo della Difesa è del 1997 ma il Regolamento applicativo è del 1999 - le Forze Armate hanno raggiunto un livello di efficienza e di integrazione di cui possiamo essere soddisfatti. In campo operativo sono giunte a una simbiosi che qualifica ed esalta l’apporto di ciascuna. In questo lasso di tempo ci siamo anche accorti che la riforma, dovuta alla lungimiranza delle nostre strutture - l’Italia è stata fra i primi Paesi ad adottare un sistema così integrato - non è la risposta finale ai problemi della Difesa e del Paese. Vi sono aree in cui l’integrazione non è stata consapevolmente avviata perché il Regolamento chiariva esplicitamente le competenze esclusive delle singole Forze Armate, che dovevano rimanere separate. Ma quello che era giusto all’epoca, oggi appare non più rispondente alle esigenze. C’è la necessità di razionalizzare le strutture, ottenere una maggiore efficienza della spesa, attuare un’integrazione più stretta che permetta di ridurre gli oneri nei settori logistico e del personale, per fare due esempi.

D. In che modo giungervi?
R. La tecnologia oggi consente di svolgere insieme funzioni che una volta dovevano essere necessariamente separate. Un tempo si doveva gestire a mano il personale, con l’impiego di una serie di uffici che potevano smaltire un numero limitato di pratiche; oggi basta un computer. Una rapida gestione non solo è possibile ma è quasi obbligatoria. Ma compiere un ulteriore passo in questa direzione è il problema di tutta l’Amministrazione dello Stato, le cui strutture sono regolate dalla legge per cui ogni variazione sostanziale deve essere autorizzata con procedimenti normativi lunghi e faticosi. Questa è la differenza sostanziale tra noi e il settore privato che si aggiorna quasi in tempo reale anche se talvolta in modo disordinato e caotico, mentre noi lo facciamo in modo ordinato ma lento.

D. In quale settore è più necessario intervenire?
R. Stimolato anche dalla situazione e dalle critiche prospettive finanziarie per gli esercizi 2009-2010-2011, il Consiglio Supremo della Difesa lo scorso settembre ha avviato un esame di quanto si può razionalizzare, delle aree in cui attuare risparmi, dei conseguenti atti normativi da predisporre. Il lavoro compiuto dallo Stato Maggiore si è concretizzato in una serie di proposte alle autorità politiche, che hanno deciso di continuare l’esame coinvolgendo elementi esterni alla Difesa, per preparare una futura riforma compatibile con il resto dello Stato. Il ministro della Difesa ha emanato un decreto di nomina di un Comitato di alta consulenza, che guiderà nei prossimi mesi questo lavoro di analisi, con l’obiettivo di presentare, nell’arco di un semestre, una proposta organica da sottoporre al Governo e al Parlamento.

D. Sarà una nuova riforma o un aggiornamento dell’ultima?
R. Sarà un completamento nel senso che talune aree di pertinenza esclusiva delle singole Forze armate saranno accorpate per ridurre le duplicazioni; una razionalizzazione in campo logistico, amministrativo, del personale, della formazione; una ridefinizione dei compiti dei Capi di Stato Maggiore concentrando su questi alcune responsabilità e liberandoli da altre.

D. C’è qualche esempio all’estero?
R. Ve ne sono alcuni perfino eccessivi, da riprodurre con cautela perché ogni struttura fa riferimento a un quadro culturale prima che istituzionale. In Gran Bretagna si è giunti al massimo, riducendo lo Stato Maggiore della Royal Air Force a sole 50 unità nell’ambito dello Stato Maggiore della Difesa. Una soluzione che difficilmente si può applicare all’Italia, però qualche passo in quella direzione si può fare.

D. Quanto tempo occorrerà se ogni decisione sarà condizionata dalla situazione della finanza pubblica?
R. Basti pensare che la riforma del 1997-1999 è ancora in fieri. Alcuni provvedimenti sono stati pianificati per il 2010-2011. Riforme del genere incidono sulle strutture, sulle competenze, ma anche sulla vita del personale; vanno realizzate con una certa gradualità per evitare scompensi funzionali, disagi personali da evitare sia per motivi di carattere umano sia perché l’efficacia di un sistema militare dipende dalla piena adesione dei singoli individui, della quale dobbiamo sempre curare la presenza.

D. Sono misure a lungo termine?
R. Alcune di esse possono attuarsi entro quest’anno, altre richiederanno 2 o 3 anni o più. Tra esse la regolarizzazione della struttura in relazione alle età del personale militare, oggi sbilanciate verso quelle più elevate in particolare negli ufficiali e sottufficiali; e l’esodo agevolato del personale con anzianità di servizio più elevata per favorire l’immissione di forze fresche.

D. Ogni quanto tempo si rinnovano i sistemi d’arma?
R. Dobbiamo aggiornarli giorno per giorno. Ciò vale per le Forze Armate in tutti i Paesi, con risultati più o meno positivi. Noi possiamo parlare di successo anche se è difficile quantificare l’efficienza di un sistema militare; non siamo un’azienda che produce utili o perdite, possiamo paragonarci solo alle Forze dei Paesi di dimensione simile, rispetto ai quali abbiamo finanziamenti largamente inferiori ma capacità operativa uguale e spesso superiore.

D. Sarà una rincorsa continua con i progressi scientifici e tecnologici?
R. È un motivo che ci induce ad avere forze giovani, in grado di sfruttare le nuove tecnologie. Basta pensare alla connettività che oggi permette al soldato di pattuglia di conoscere una situazione aggiornata di quanto si svolge intorno a lui grazie a un semplice palmare; le informazioni che riceve gli consentono di eseguire la missione assegnatagli in maniera ottimale. Questo rende più elastico il rapporto gerarchico perché le truppe devono essere in grado di prendere decisioni, mentre in passato dovevano solo eseguire ordini; i superiori devono fissare obiettivi e strategie. Un salto culturale enorme.

D. Un tempo sotto le armi i giovani apprendevano mestieri e specializzazioni lavorative; anche oggi è così?
R. Questa funzione si è attenuata, le possibilità di accedere a una formazione professionale sono diffuse nella società più che in ambito militare. All’inizio del secolo scorso l’unica area nella quale si poteva acquisire una formazione era la difesa; oggi si assiste a un’osmosi reciproca tra mondo civile e mondo militare. La crescente collaborazione con gli atenei e con le aziende a noi permette di stare al passo con lo sviluppo delle conoscenze, e a loro di ottenere da noi indicazioni utili per la ricerca e per la produzione.

D. Quali sono in particolare i rapporti con le aziende industriali?
R. Nel campo dell’industria il rapporto è molto più organico perché da un lato noi dobbiamo sapere con un elevato grado di certezza le capacità tecniche e tecnologiche che essa può offrirci, dall’altro la stessa deve conoscere quello che ci occorre, orientarsi verso sistemi e prodotti di grande valore che, tra l’altro, trovano un ampio mercato anche fuori del nostro Paese. Basti pensare allo straordinario successo riportato dal nostro veicolo Utlm Lince, sviluppato dall’Iveco, per le sue inconsuete capacità di resistere ad esplosioni di ordigni improvvisati, che sono tra le armi più pericolose e insidiose nelle attuali operazioni militari. O a quello dell’aereo C-27 sviluppato dall’Alenia Aeronautica con la consulenza dell’Aeronautica Militare Italiana, che ha conquistato una posizione di assoluta preminenza nella propria categoria perché è stato ordinato dagli Stati Uniti e da numerosi altri Paesi. O al successo nel settore elicotteristico, in cui l’AgustaWestland è diventata la migliore industria del mondo.

D. In due decenni la funzione delle Forze Armate si è profondamente trasformata; cosa avverrà in futuro?
R. Siamo passati da una situazione di difesa statica del territorio, necessaria nella fase storica della guerra fredda per proteggere il nostro modello di vita occidentale, a una fase di difesa proattiva per assicurare la stabilità in aree in cui manca. Il punto fondamentale rimane sempre la difesa del modello di vita della società occidentale. Una volta questo si faceva guardando il confine di Gorizia, oggi evitando che situazioni conflittuali nei Balcani o altrove si diffondano creando una situazione di instabilità nelle nostre città. Come sarà il futuro è difficile dirlo; vorrei sottolineare la capacità delle nostre Forze Armate e di quelle degli alleati di adattarsi in modo estremamente rapido ai nuovi tipi di strategia e di impiego occorrenti.

D. Come ottenete e conservate queste capacità?
R. Questo è reso possibile dal fatto che sono insite nelle nostre strutture una capacità di adattamento e una flessibilità che dobbiamo mantenere, perché non possiamo prevedere quello che succederà fra 5 o 10 anni. L’evoluzione delle situazioni è più rapida di quanto si immagina: nel marzo del 1989 a Mosca nessun cremlinologo pensava a quanto sarebbe avvenuto in autunno; nel 1926 la Repubblica di Weimar era nel disastro economico, per comprare un francobollo occorreva qualche miliardo di marchi; chi immaginava che dopo 5 anni la Germania sarebbe diventata una potenza minacciosa per il mondo occidentale? Dobbiamo essere pronti ad evenienze oggi impensabili, investire in cultura e in tecnologia; non possiamo aspettare una minaccia per sviluppare un sistema di difesa.

D. Come valutare la decisione della passata Amministrazione americana di rischierare uno scudo di missili in Europa?
R. Scinderei l’aspetto politico da quello tecnico. Lo schieramento di un sistema d’arma è una decisione politica, quella di sviluppare alcune capacità è prevalentemente tecnica. Ritengo che dobbiamo essere pronti, che non dobbiamo aspettare il concretarsi degli eventi per preparare le contromisure. Se la Gran Bretagna nel 1939 avesse aspettato i bombardamenti tedeschi di Londra per sviluppare lo Spitfire, la guerra sarebbe finita in modo diverso.

D. La necessità di prevedere e prepararsi vale anche rispetto al fenomeno dell’immigrazione?
R. È un campo di carattere sociologico. Le Forze Armate non devono porsi questi problemi, devono essere pronte a reagire agli input, mettere a disposizione del potere politico gli strumenti per controllare questi fenomeni, ad esempio programmare il nuovo velivolo da pattugliamento marittimo per avere piena consapevolezza di quello che accade nel Mediterraneo. La predisposizione di strutture civili necessarie per assorbire i flussi di immigrati non costituisce un problema militare.

D. Tutto questo vale anche in relazione all’atteggiamento risoluto del mondo islamico?
R. Un requisito collaterale che debbono avere e hanno le Forze Armate è la capacità di utilizzare anche le risorse umane rese disponibili dall’immigrazione. Recentemente il Presidente della Repubblica ha salutato i nuovi cittadini italiani, tra cui ragazzi e ragazze non nati in Italia ma diventati cittadini italiani, che prestano servizio nelle nostre Forze Armate senza alcun problema. Non è un nostro compito, ma comunque contribuiamo a creare un ulteriore mezzo di integrazione.

D. È adeguato il trattamento economico dei militari?
R. Non è mai del tutto soddisfacente, ognuno desidera sempre di più. Ma, più che di trattamento economico, vorrei parlare di qualità della vita, che è fondamentale per stimolare le vocazioni militari e trattenere in servizio il personale che abbiamo addestrato. Trattandosi per di più di personale che con 24 ore di preavviso possiamo inviare in Afghanistan o in Libano, dobbiamo offrire alle loro famiglie un supporto maggiore di quelli offerti a un civile: tra essi rientra la disponibilità di alloggi di adeguata qualità per i giovani.

Tags: Ministero della Difesa forze armate pubblica amministrazione P.A. Difesa capo di stato maggiore Marzo 2009

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