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Luigi Capello: lventure Group, a Roma l’acceleratore per startup più grande d’europa

Luigi Capello, fondatore di Luiss Enlabs  e amministratore delegato di LVenture Group

LVenture Group è tra i primi operatori di «seed venture capital» quotati nel mondo, il primo e unico sul MTA di Borsa Italiana, con l’obiettivo di creare valore investendo e supportando attivamente la crescita di startup digitali ad elevato potenziale per portarle al successo nel mercato.
Grazie all’acceleratore Luiss Enlabs «La fabbrica delle Startup», joint venture tra LVenture Group e l’Università Luiss, è in grado di selezionare le più promettenti startup nel mercato con un approccio operativo finalizzato a minimizzare il rischio dell’investimento e a massimizzare le percentuali di successo. Le startup di LVenture Group vengono costantemente supportate da un team di specialisti nel processo di espansione e consolidamento nel mercato.
Il nuovo acceleratore permetterà di proseguire il notevole trend di crescita che ha sostenuto negli ultimi anni e realizzare ambiziosi piani di espansione per il futuro: ospitare sempre più startup, diventando così il tech hub di riferimento e favorire l’incontro e la contaminazione tra le neo attività imprenditoriali, le corporate e tutti gli attori del mondo dell’innovazione. La nuova sede di Luiss Enlabs, oltre 5 mila metri quadrati dislocati nell’ala storica della stazione Termini di Roma in Via Marsala 29H, è stata inaugurata lo scorso luglio.
Ne parla a Specchio Economico Luigi Capello, l’ideatore di questo avanguardistico progetto, fondatore di Luiss Enlabs e amministratore delegato di LVenture Group.
Domanda. Cosa significa selezionare delle startup?
Risposta. Significa selezionare dei team con delle idee creative che vengono scelti sostanzialmente per due motivi: o perché noi andiamo a investire direttamente su di loro, o perché semplicemente entrano nel programma di accelerazione. Le startup più meritevoli avranno il supporto finanziario assicurato da LVenture Group e beneficeranno del ricco ecosistema composto da corporate, banche e investitori per accrescere le possibilità di ottenere finanziamenti.
D. In che modo si entra a far parte del programma?
R. Tramite una «call» aperta a tutte le startup europee; riceviamo circa 200 domande complessive di cui un terzo provengono dall’Europa. Bisogna dire che acquisire una startup di Berlino composta da un team di ragazzi che parla inglese e poi trasferirli a Roma non è un’operazione facile, e questo per vari fattori, tra i quali i più importanti riguardano la lingua e i capitali. Da noi abbiamo un’alta percentuale di ragazzi che provengono da Roma, ma ci sono anche ragazzi di Milano, di Udine, e anche startup internazionali. Noi siamo basati qui su Roma perché questo è il nostro hub, ma cerchiamo di essere attrattivi il più possibile.
D. Qual è il modo di rendere l’hub attrattivo?
R. Facciamo un esempio: se un team si trova in Croazia, quali sono le componenti che valuta per scegliere di stabilirsi a Berlino o a Roma? Sicuramente ci sono delle grandi competenze in entrambe le città, Roma è la città universitaria più grande d’Europa, mentre a Berlino probabilmente si trovano delle professionalità più avanzate; magari qui da noi trovi molti «junior» da formare, mentre a Berlino ci sono tanti «senior» che sei costretto a pagare caro. Inoltre c’è la questione dei capitali: da noi vengono stanziate somme iniziali di fundraising di 500-800 mila euro, invece nei fundraising internazionali i capitali raggiungono il milione di euro. La Germania, ad esempio, ha investito nel 2015 in questo settore 2,8 miliardi di euro, l’Italia solo 100 milioni. Per queste ragioni è naturale che un team alla fine decida di stanziarsi all’estero perché ha la solidità della base-denaro, delle corporate e delle competenze. Su Roma ci sono alte competenze a costi inferiori, ci sono i capitali iniziali ma con meno risorse, anche se devo dire che la realtà romana è molto vivace e in continuo fermento. In questo momento Roma sta attraendo persone da tutta Europa poiché qui il costo della vita non è molto elevato e ti permette di creare delle buone opportunità.
D. Cosa serve al venture business italiano rispetto all’estero?
R. Servono soprattutto i soldi. Se un team sceglie Berlino e vuole avviare una startup verrà contattato sicuramente da un addetto che ha il compito di attrarre gli imprenditori nella città. Dobbiamo ricordarci che alla base della ricchezza c’è sempre l’imprenditore, è questa figura che crea la ricchezza. Oggi non esiste più il binomio pubblico-privato, oggi il pubblico è totalmente fuori gioco causa l’incapacità dello Stato, l’unico fattore che può intervenire sono gli imprenditori, bisognerebbe fare in modo che la classe imprenditoriale rinasca. Una città deve attrarre gli imprenditori, ma in particolare deve attrarre talenti e le grandi corporate perché creano grandi competenze, cose che non posso fare le piccole società; è proprio a questo proposito che le regioni e le città devono diventare attrattive per generare ricchezza.
D. Siete soddisfatti del panorama normativo per le startup?
R. Abbastanza, anche grazie al supporto del ministero dello Sviluppo economico che ha creato delle regole competitive in ambito internazionale, poiché la normativa italiana ha più vantaggi rispetto a quella europea. Infatti l’Italia è considerata il secondo Paese europeo per la normativa «friendly» e oggi per costituire una startup nel nostro Paese non è più necessario il ricorso al notaio, come invece avviene ancora in quasi tutto il mondo.
D. Una delle priorità dell’Unione europea è la strategia per il mercato unico digitale in Europa. Che problemi incontra in Italia?
R. Questa è una risposta difficile da dare, è fuori dalla nostra visione perché sono «battaglie» planetarie che combattono colossi come Google, Amazon, Facebook e che riguardano gli standard digitali europei. Una semplice startup startup non ha né le competenze, né la capacità per esprimere un giudizio in merito.
D. LVenture Group ha presentato recentemente il piano industriale. Come raggiungerne i pilastri?
R. Il nostro piano industriale riguarda gli anni 2016-2019 e prevede alcuni passaggi tra i quali la raccolta di 5 milioni di euro. Ad oggi l’aumento di capitale si è concluso a 4 milioni e 39 mila euro, pari a circa l’81 per cento del totale delle nuove azioni, quindi diciamo che l’obiettivo è stato quasi completamente raggiunto. Inoltre questi capitali servono per rafforzare la struttura di LVenture Group, ad aumentare il numero di startup - contiamo di arrivare a 78 -, ad aumentare le risorse dato che oggi investiamo circa 300-350 mila euro a startup mentre dovremmo arrivare a una quota che si aggira intorno ai 500 mila euro per ognuna. Tutto questo per mantenere la nostra filiera e per supportare al meglio le startup che abbiamo nel portafoglio perché l’obiettivo è valorizzarle e distribuire i soldi ai nostri azionisti. Oggi è un’opportunità importante investire in startup digitali; con il nostro metodo facciamo «nascere» le startup in Italia per poi svilupparle in Europa in modo che con il fundraising il valore aumenti in maniera significativa.
D. Cosa trovano le startup nel vostro programma? Che tipologia di startup ci sono?
R. Le startup sono digitali, ma il digitale ormai comprende quasi tutto perché spazia dai videogiochi fino ad arrivare all’e-commerce. Il nostro programma ha una metodologia molto valida, ogni due settimane incontriamo i team per verificarne gli obiettivi e mettiamo a disposizione i nostri 50 advisor che riscuotono una quota dell’un per cento in cambio del loro lavoro. 9 startup su 10 che terminano il nostro programma ottengono finanziamenti da terzi per cui si crea questo ecosistema virtuoso che non riguarda solo lo spazio fisico adibito per le startup, ma riusciamo anche a tessere una serie di relazioni che si intrecciano tra le corporate, gli investitori e le aziende clienti.
D. Qual è il comparto che più favorisce la creazione di startup?
R. Il nostro campo è il settore digitale che permette in un tempo limitato - qui da noi le startup hanno un periodo di gestazione di 5 mesi - di partire da un semplice team creativo fino ad arrivare ad una startup aziendale che riesce a fatturare dopo i 5 mesi. Oggi il momento storico è favorevole, è in atto la rivoluzione digitale dove nascono nuove idee che modificano i modelli di business preesistenti; con queste nuove tecnologie, ad un prezzo bassissimo, si può fare un salto «quantico» di anni e trovarsi ad essere competitor di grandi gruppi industriali con la possibilità di prendersi una buona fetta di mercato.
D. Le imprese investono abbastanza in Ricerca e Sviluppo?
R. Per quanto riguarda le startup oggi la Ricerca e Sviluppo molto spesso viene fornita in outsourcing perché sviluppare tecnologia «fatta in casa» è complicato. Un’azienda che deve assumere dei ricercatori per creare un algoritmo tende sostanzialmente a comprare direttamente la startup, anziché pagare dei ricercatori. Oggi le grandi corporate tendono ad acquisire le startup ed è proprio questo il nostro mestiere, cioè creare delle soluzioni innovative per le grandi corporate. In Italia non si investe abbastanza, le grandi corporate internazionali hanno degli addetti preposti a comprare startup per soluzioni innovative interne, ma sono poche le grandi aziende che fanno la «spesa da noi». Diciamo che adesso la situazione sta migliorando e siamo fiduciosi.
D. Cosa può fare la scuola?
R. La scuola dovrebbe subire una trasformazione. Abbiamo una scuola molto didattica mentre la scuola internazionale è formata da «case study». La preparazione della nostra scuola è ottima, è molto profonda, fa ragionare, ma dovrebbe unire una parte di base fondamentale, come ad esempio lo studio classico, con l’aggiunta però di qualcosa di innovativo, creativo ed esperenziale. Con le tecnologie che si hanno a disposizione oggi ognuno di noi ha l’opportunità di fare qualsiasi cosa.  

Tags: Settembre 2016 innovazione LVenture Group Luigi Capello startup

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