Carlo Sangalli: Confcommercio, orgogliosi di rappresentare le imprese del nostro paese

La Confcommercio-Imprese per l’Italia, Confederazione Generale Italiana delle Imprese, delle Attività Professionali e del Lavoro Autonomo, è la più grande rappresentanza d’impresa in Italia, associando oltre 700 mila imprese.
Il sistema di rappresentanza di Confcommercio si articola sia a livello territoriale, con organizzazioni provinciali e con unioni regionali, che categoriale, organizzazioni nazionali di categoria. A tutti i livelli territoriali del sistema confederale, sono costituiti il Gruppo Giovani Imprenditori e il Gruppo Terziario Donna. Il primo è composto dagli associati «under 402, il secondo dalle imprenditrici associate.
La Confederazione, attraverso gli organi statutariamente previsti esprime le linee generali di indirizzo della politica di rappresentanza e, attraverso la struttura nazionale, individua gli interventi, coordina gli strumenti di attuazione e definisce una strategia di sviluppo dei settori rappresentati. Dal 2006 ne è presidente Carlo Sangalli, che in questa intervista traccia un bilancio dei suoi primi 10 anni di attività.
Domanda. Per la Confcommercio la ripresa economica c’è, ma gli italiani non se ne sono affatto accorti. Quali possono essere le cause?
Risposta. Non dimentichiamoci, innanzitutto, che abbiamo vissuto sette anni di recessione profonda che hanno distrutto posti di lavoro, cancellato imprese, ridotto il tenore di vita degli italiani. Una crisi che ha segnato, tra il 2008 e il 2014, una caduta del Pil pro capite del 12,5 per cento e un crollo degli investimenti del 30 per cento. E che ha anche inciso pesantemente sui comportamenti di consumo. Basti pensare che la spesa alimentare si è contratta di oltre il 12 per cento e gli acquisti di beni durevoli di circa il 25 per cento. Detto questo, negli ultimi 12 mesi, in Italia, occupazione, consumi, produzione, fiducia, credito, hanno seguito un andamento altalenante non riuscendo ad imprimere alla ripresa un cambio di passo. C’è, poi, uno scenario internazionale che, tra crisi dei migranti, recessione in alcuni Paesi emergenti, Brexit e attentati terroristici, è a dir poco articolato. Insomma, tutto questo mette in discussione il teorema che la crisi sia soltanto un brutto ricordo e contribuisce a mantenere un clima di incertezza.
D. La Confcommercio vuole tuttavia mantenere una quota di ottimismo, a patto che si realizzino alcune condizioni necessarie: quali sono le più importanti?
R. Il nostro Paese ha solidi fondamentali ed ha tutte le carte in regola per fare di più e meglio. La priorità è una profonda riforma fiscale che, insieme e al contrasto di evasione ed elusione, consenta di ridurre il carico fiscale su famiglie e imprese. E questa operazione deve necessariamente partire da una decisa azione di tagli agli sprechi e alla spesa pubblica improduttiva che, come abbiamo dimostrato in una nostra recente analisi, solo negli enti locali – Comuni, Province e Regioni – ammontano a ben 21 miliardi. Partendo da questi risparmi, il Governo deve vincere la sfida «quota 40», cioè portare, nel più breve tempo possibile, la pressione fiscale al 40 per cento. E lo strumento principale è la riduzione generalizzata delle aliquote Irpef. Solo così si creeranno le condizioni per trasformare la debole ripresa di oggi in una robusta crescita per i prossimi anni.
D. Con questo livello di tasse la ripresa non partirà mai; le imprese sono stremate, il sistema produttivo sta collassando, la pressione fiscale arriva al 55 per cento, il più alto del mondo. Tutto questo, mentre la politica resta ferma a osservare. Perché c’è tutto questo immobilismo da parte delle Istituzioni?
R. La domanda andrebbe rivolta a chi ha la «cassetta degli attrezzi» per poter mettere a punto le opportune misure e attuare i necessari interventi. Da parte nostra continuiamo a sollecitare il Governo, il Parlamento, le istituzioni affinché nelle politiche economiche si presti maggiore attenzione alle imprese, del commercio, del turismo, dei servizi e dei trasporti che hanno un peso rilevante nell’economia del Paese rappresentando oltre il 40 per cento del Pil e dell’occupazione.
D. Senza un aumento dei redditi delle famiglie è difficile che ripartano i consumi: non sarebbe importante partire prima dalle famiglie e poi dalle imprese?
R. La domanda interna vale più dell’80 per cento del Pil e quindi bisogna fare di tutto per rilanciarla se si vuole davvero la crescita. La strada è quella di ridare fiato ai consumi delle famiglie e agli investimenti delle imprese e per fare questo non ci sono scorciatoie, occorre ridurre il carico fiscale. Da dove cominciare è questione politica: personalmente penso che ci sia urgente bisogno di un’azione a beneficio di tutta, dico tutta, la platea dei contribuenti; pertanto il nostro suggerimento è, in via prioritaria, la riduzione dell’Irpef.
D. Come si potrebbero attirare investimenti stranieri in Italia con la nostra «famosa» burocrazia e con l’elevata pressione fiscale? Qual è lo stato di salute delle vostre imprese?
R. In una recente analisi del nostro Ufficio Studi abbiamo evidenziato come i deficit di legalità e di infrastrutture, da una parte, e gli eccessi di burocrazia e carico fiscale, dall’altra, trasformano le opportunità in occasioni mancate, penalizzano soprattutto il Mezzogiorno con l’accentuazione del divario Nord-Sud, frenano gli investimenti. Questi nodi, che costano ad ogni cittadino 3.800 euro l’anno, se risolti, si potrebbero addirittura tradurre in un incremento del 16 per cento del Pil, pari a 230 miliardi di euro. Le pare possibile che in Italia occorrono quasi 1.200 giorni per ottenere una sentenza su una disputa commerciale, mentre in Germani a Francia ne bastano poco più di 390? E che ogni impresa deve svolgere 120 adempimenti fiscali e amministrativi all’anno, uno ogni tre giorni? È evidente che la semplificazione di un barocco sistema di pagamenti e adempimenti, intesa anche come controllo del numero delle norme, della loro coerenza e dell’impatto sull’economia reale, è una priorità perché tutto questo soffoca l’attività di impresa. Tra il 2009 e il 2014 la nati-mortalità delle imprese del terziario di mercato ha registrato un saldo negativo di oltre 250 mila unità e già nei primi 3 mesi di quest’anno stiamo a  meno 29 mila.
D. Come giudica finora la politica del Governo? Cosa ne pensa della promessa di Renzi di abbassare le tasse su famiglie e imprese?
R. Certamente va dato atto all’Esecutivo di aver compiuto alcune scelte che vanno nella giusta direzione. Mi riferisco all’avvio della riforma della pubblica amministrazione, all’impegno di ridurre i carichi burocratici sulle imprese, ad alcune misure contenute nel Jobs Act, ad una politica fiscale distensiva. Così come apprezziamo l’impegno, anzi la promessa, rinnovata dallo stesso ministro Padoan in occasione del nostro convegno annuale sul fisco, di disinnescare le clausole di salvaguardia e quindi l’aumento dell’Iva. Ci aspettiamo però una dose di coraggio supplementare per ridurre le aliquote Irpef.
D. Il reddito del Sud è la metà di quello del Nord: come si recupera sul piano dei consumi questo divario?
R. Il grande problema del Mezzogiorno è la cronica incapacità di creare occupazione e redditi per le famiglie che possano tradursi in consumi e quindi in fatturati delle imprese, attivando virtuosamente quel flusso circolare dell’economia che produce benessere diffuso. Il modello di industrializzazione forzata utilizzato in passato per creare occupazione non ha funzionato e ha generato un grande sperpero di risorse pubbliche. Oggi l’unico «interventismo» pubblico che possiamo permetterci è quello dei fondi strutturali europei. Sono risorse che vanno spese bene, concentrando gli sforzi su turismo e infrastrutture che in quest’area del Paese non sono adeguatamente valorizzati.
D. Il turismo è uno degli asset strategici per il rilancio del sistema Paese. Qual è la ricetta della Confcommercio per valorizzarlo?
R. Il turismo è una risorsa che stiamo sprecando da troppo tempo. Nello scorso mese di marzo, a Cernobbio, abbiamo presentato un’analisi da cui emerge che i turisti, nonostante i maggiori arrivi, rimangono e spendono sempre meno in Italia. Sono le cosiddette vacanze «mordi e fuggi», che significano 38 miliardi di entrate valutarie in meno negli ultimi 15 anni. E inoltre c’è un elevata disomogeneità a livello territoriale perché oltre il 60 per cento degli arrivi internazionali nel nostro Paese è assorbito solo da quattro Regioni: Veneto, Lombardia, Toscana e Lazio. Tutto ciò vuol dire che il nostro modello di offerta, di governance e di servizi va senz’altro migliorato. E la parola d’ordine deve essere: promozione. Per farci conoscere di più e meglio all’estero, per far rimanere più a lungo i turisti che vengono in Italia, per valorizzare maggiormente il nostro territorio e, in particolare, alcune aree ancora troppo poco conosciute che hanno una straordinaria ricchezza di luoghi, arte e cultura.
D. Che cosa ha rappresentato, e cosa rappresenta la Confcommercio per l’Italia in questi 70 anni di attività?
R. Aver compiuto settant’anni ci fa sentire forte l’orgoglio di rappresentare una parte del Paese, a volte silenziosa, ma essenziale. Ci consegna la responsabilità di guardare sempre al futuro e di affrontare la sfida di giocare in attacco i prossimi anni, aiutando le nostre imprese ad essere sempre un passo avanti, dimostrando che siamo il terziario ma non siamo secondi a nessuno. Per questo, la nostra sfida per gli anni a venire è di offrire un contributo per rendere più produttiva l’impresa del terziario di mercato, quale che sia la sua dimensione, creare un contesto di mercato adatto a sviluppare l’efficacia e l’efficienza delle nostre imprese, capire le esigenze dei nostri imprenditori, anticiparne le difficoltà, supportarli nelle loro strategie.
D. Può tracciare un bilancio di questi 10 anni al timone della Confederazione? In definitiva, è ottimista per il futuro dell’Italia?
R. In questi anni ci siamo trovati a percorrere un passaggio difficilissimo, stretti tra la messa in discussione dei corpi intermedi da parte della politica e la crisi economica con le conseguenti difficoltà delle imprese. In un certo senso – se si vuole dare una cifra alla mia presidenza – io sono stato il presidente «della crisi». Però, devo anche dire che non sono mai stato un presidente «in crisi» e, principalmente, lo devo alle persone che ho avuto al mio fianco in questi anni. Anche per questo la Confederazione è riuscita a raggiungere obiettivi importanti: dalla modifica dello Statuto, all’introduzione del bilancio sociale, dalla razionalizzazione della rete associativa, alla messa in sicurezza economica del sistema, fino alla battaglia per le Camere di Commercio. E se si mettono insieme tutti questi pezzi, viene fuori l’immagine di una Confcommercio che, passo dopo passo, si è trasformata in una forza «propositiva» consapevole di chi rappresenta e del proprio valore.              

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