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Massimo Masi: Uilca, l’Italia sbaglia troppo sul credito, serve una formazione finanziaria

Massimo Masi, segretario generale della  UIL credito esattorie e assicurazioni

La Uilca (Uil credito, esattorie e assicurazioni) è l’organizzazione sindacale della Uil, l’Unione italiana del lavoro, che riunisce i lavoratori che operano nel settore del credito, finanziario, delle concessionarie esattoriali e delle assicurazioni. L’organizzazione si è costituita a gennaio del 1998 per la fusione della Uib (Unione italiana bancari) e della Uilass (Unione italiana lavoratori delle assicurazioni) e nell’aprile del 2000 con l’ingresso della File (Federazione italiana lavoratori esattoriali). L’attuale segretario generale è Massimo Masi.
Dopo una lunga attesa il Consiglio dei ministri ha varato il decreto sulla riforma delle banche di credito cooperativo. La possibilità data alle banche di credito cooperativo che hanno 200 milioni di euro di riserva di poter fuoriuscire dal sistema non aiuta al rafforzamento del sistema ma genera serie preoccupazioni sulla sua tenuta in prospettiva. Masi e il segretario nazionale Uilca con delega alle Bcc Giuseppe Del Vecchio hanno dichiarato che l’aver fissato il termine di 18 mesi per l’adeguamento sia per la costituzione della holding unica, ma anche per il raggiungimento del minimum dei capitali sociali per la possibile fuoriuscita, pone dei seri rischi anche sul fronte occupazionale. «Non si comprende perché se da una parte si è tentato di rafforzare il sistema con la definizione di un unico gruppo, poi dall’altra si aprono i cancelli per la fuga delle Bcc di certe dimensioni: oggi potrebbero essere realisticamente una decina, ma domani?».
Per Masi è anche importante sviluppare il tema relativo all’etica nella vendita dei prodotti commerciali, legato alle improprie pressioni che si registrano in tutte le banche e a sistemi premianti fuori controllo, esasperati e spesso causa di incentivazione a promuovere la collocazione di prodotti speculativi e pericolosi. «Da anni sosteniamo questi concetti–dichiara–e solo con grande fatica abbiamo ottenuto, nel rinnovo del contratto nazionale, un riferimento alle politiche commerciali». Secondo il segretario generale, la formazione finanziaria deve diventare un progetto comune delle parti sociali, con la Uil in prima fila quale sindacato dei cittadini, su cui investire con risorse che invece Abi e le banche vogliono restringere, con scelte di breve respiro, che producono benefici limitati ma conseguenze negative molto più durature e strutturate. È inammissibile che top manager e consiglieri di amministrazione responsabili di dissesti societari, operazioni improprie e pressioni indebite sui dipendenti, continuino a percepire laute prebende e siano immuni dai problemi causati. «La Uilca comunque è sempre al fianco di ogni lavoratrice e ogni lavoratore che rappresenta–sostiene Masi–per sostenerli di fronte a pressioni indebite e informarli su responsabilità e rischi, anche in caso di sanzioni disciplinari, relative alla vendita di prodotti finanziari, che devono comunque sempre essere compiute seguendo le regole aziendali e deontologiche».
Domanda. Può darci un parere sui gravi problemi nel settore bancario e le ripercussioni sui lavoratori?
Risposta. I problemi essenziali oggi sono due: il primo è il decreto salvabanche, a mio parere la madre di tutte le battaglie. Un decreto che è vero che ha salvato posti di lavoro, ma ha anche causato dei precedenti molto forti e altrettanti guasti al sistema per i quali oggi diventa difficile trovare una soluzione. Questo perché si è dato un fallimento a quattro banche e si è creata una grande paura e sfiducia nella clientela. Noi avevamo chiesto al Governo, che non ci ha mai ricevuto, di comportarsi diversamente come fu all’epoca nel caso del Banco Napoli, quando andò in difficoltà; è vero che le leggi sono cambiate perché allora non c’erano le leggi europee che ci sono oggi, però è comunque possibile trovare delle soluzioni. Si pensi che è stata dichiarata la chiusura di obbligazioni che sarebbero scadute a 40 giorni, con ciò penalizzando la clientela e causando paure tra l’opinione pubblica: infatti, sebbene oggi i dati riportino già una piccola inversione di tendenza, nei giorni successivi a tale atto si è immediatamente verificato un calo di fiducia della clientela che ha portato a tutte le banche del sistema una perdita di liquidità, e questo è stato il primo impatto che abbiamo registrato.
D. Quale altro impatto?
R. Il secondo impatto che si è registrato è la diminuzione della fiducia anche nella Banca d’Italia e nella Consob, perché queste obbligazioni subordinate sono state inventate dalla banca: la differenza tra questa crisi e quella della Cirio o della Parmalat con i bond argentini è che in quel caso la banca vendeva prodotti terzi, mentre nel nostro caso attuale sono venduti prodotti propri con la necessità di un’autorizzazione della Consob e della Banca d’Italia, e ciò ha creato un problema notevole. Tutto questo va collegato con l’entrata in vigore del bail-in con una legge di 2 anni fa, approvata dal Parlamento europeo e poi passata al Parlamento italiano, di cui nessuno ha mai discusso; oggi prima il ministro dell’Economia Pietro Carlo Padoan, poi la Banca d’Italia dicono di rinviare la verifica, e questo rispecchia la mancanza di una linea politica sia del Governo attuale, sia di quello precedente.
D. C’è oggi un movimento molto forte di spinta interna verso le fusioni tra banche popolari. Cosa ne pensa?
R. Siamo nel pieno della decretazione fatta un anno fa sulle banche popolari, e tale movimento è effettivo. Un altro aspetto caratteristico del momento attuale è che c’è una crisi, una difficoltà del settore che è evidenziata in alcuni aspetti. Questa crisi economica così lunga e così devastante ha causato problemi nelle banche per il fatto che è stato raccontato che il sistema bancario italiano era il più forte e il più bravo di tutti senza nessun intervento, poi invece è emerso che gli altri Paesi europei hanno dato 440 miliardi di aiuto alle loro banche, mentre in Italia sono stati dati solo 4 miliardi al Monte dei Paschi di Siena con un tasso praticamente «usuraio» del 9 per cento. Con questi dati ci siamo trovati in competizione con gli altri Paesi europei, poi la crisi economica ha fatto il resto. Oggi il sistema è fondamentalmente sano almeno nella prima fascia e i dati di bilancio di quest’anno dicono che le prime 7 banche italiane hanno fatto 6 milioni di utili. È chiaro che c’è una difficoltà delle banche più piccole a stare al passo con il mercato perché la concorrenza aumenta, lo spread e i tassi diminuiscono e questi problemi vanno affrontati.
D. A questo punto una rivoluzione nell’assetto delle banche è auspicabile. Ci dicono: «È il mercato, bellezza». È vero?
R. I top manager delle banche sono partiti dall’assioma «too big to fail», troppo grandi per fallire, poi hanno cambiato idea e di nuovo sono tornati al modello di banche tradizionali, oggi invece c’è questa volontà delle banche a fondersi per essere più grandi e poter competere con il mercato, quindi obiettivamente la situazione è molto complessa. Critico il Governo nel punto in cui il presidente del Consiglio dice «è il mercato, bellezza». Non si possono fare delle leggi per imporre una linea economica, ma un vero aiuto all’economia reale del Paese poteva nascere con una politica di incentivi dedicati alla ripresa dell’occupazione. Se si volevano favorire gli accorpamenti fra banche, piuttosto che fare una legge sulle banche popolari costringendole alle fusioni, era preferibile una serie di aiuti fiscali e di incentivi sulla tassazione. Forse sarebbero stati più graditi.
D. E il problema per i lavoratori?
R. Noi abbiamo alcuni problemi: il primo è collegato al calo di fiducia perché è successo che le banche, per vendere i prodotti, non si sono accontentate di presentare alla clientela certi tipi di prodotti, ma hanno avuto delle strategie molto aggressive con pressioni commerciali molto forti.
D. Ciò non ha configurato reati?
R. Certo, perché noi abbiamo nella normativa, sia nel contratto nazionale che nei contratti aziendali che vengono rinnovati in questi mesi, delle norme che vietano o cercano di attenuare questa pressione commerciale sui lavoratori. La Mifid, la direttiva sui mercati degli strumenti finanziari, prevede la profilazione dei clienti, non c’è una direttiva uguale ovunque e ogni banca ha un tipo differente di Mifid: si può essere catalogati come cliente eccezionale in una banca e non in un’altra. Ciò è vero al punto che quando abbiamo avuto, di recente, l’audizione in Parlamento abbiamo chiesto che ci sia una profilazione uguale per tutti.
D. Come si collega la pressione sui clienti delle banche da parte degli operatori con il fallimento delle stesse?
R. Nelle quattro banche in questione i top manager sono stati responsabili della fine delle banche amministrate, non il dipendente, anche perché il 30 per cento degli stessi lavoratori di queste banche aveva acquistato questi prodotti e la Banca Etruria ha 700 milioni di obbligazioni nel fondo pensioni. In Parlamento ho lanciato una provocazione, quella di dare, come ai tifosi violenti, un Daspo, ossia quello che nel mondo sportivo è il divieto di accedere alle manifestazioni sportive, in modo che i manager che hanno sbagliato siano interdetti senza che sia data loro la possibilità di causare nuovi danni.
D. E il lavoratore in che posizione si trova?
R. Tra l’incudine e il martello. Purtroppo oggi il bancario è visto come il carnefice, invece anche lui si trova a comporre un ingranaggio che è stato colpito. Nel contratto per i bancari abbiamo chiesto una maggiore professionalità, una conoscenza completa dei prodotti e una maggiore formazione perché ci sia sempre la capacità di interagire con la clientela.
D. Cosa chiedete al Governo?
R. Dal lato clientela, la Uilca ha appena presentato un libretto sull’educazione finanziaria: ci rendiamo infatti conto che soprattutto nel settore dei pensionati e dei più deboli, ma non solo, c’è una scarsissima conoscenza dei prodotti e dei termini più importanti della finanza. Sottolineiamo che non esiste un investimento a rischio zero perché in Italia siamo abituati a tenere gli utili e a dividere i debiti, ma non è così: bisogna far capire alla gente ciò che è accaduto in alcune banche. Tutto questo capita perché in Italia non c’è educazione finanziaria. Ecco perché al Parlamento abbiamo chiesto che la materia finanziaria sia inserita, come negli altri Paesi europei, nelle materie di studio delle scuole superiori. Poi abbiamo chiesto che dal punto di vista contrattuale ci sia, da parte delle banche, un aiuto ai lavoratori che sono allo sportello, perché bisogna recuperare questa fiducia che è venuta a mancare, quindi meno pressione commerciale per essi, più formazione, più informazione, anche perché bisogna ristabilire quel contatto fra cliente e banca. C’è stato, infatti, un corto circuito.
D. I lavoratori delle banche, a loro insaputa o no, dovevano vendere per forza questi prodotti, pena il licenziamento?
R. È chiaro. Noi abbiamo mail che i superiori mandavano ai lavoratori delle filiali che riferivano: «Sei un incapace, se non lo fai ti trasferisco», molto pesanti. Ecco perché ci preme dire che si è creato un loop incredibile, cioè le banche che salvano le banche che fanno pressione commerciale per salvare banche che hanno venduto prodotti sbagliati: questo sistema bancario italiano è autoreferenziale a un punto inconcepibile, cioè questo miliardo e mezzo per salvare le quattro banche è stato tirato fuori dalle altre banche e tale sistema può andare davvero in difficoltà se perde la fiducia nella clientela. Noi sappiamo che uno dei punti forti del nostro Paese è che, a fronte di un debito pubblico così elevato, abbiamo una fortissima raccolta e una grandissima giacenza sul risparmio che ci compensa, ecco perché i nostri spread non sono mai a livello della Grecia, perché i mercati stranieri sanno che esiste una forte propensione al risparmio in Italia. Bisogna arrivare a più eticità, le banche devono guadagnare meno per arrivare a quello che noi chiediamo da sempre: la divisione tra banca commerciale e banca finanziaria, che sono due cose diverse.
D. Cosa pensa della riforma della banca di credito cooperativo?
R. Quello che impressiona è che certe banche possono uscire dal sistema e dalla holding, e questo può determinare una non unicità del settore e un maggior numero di esuberi, anche perché la caratteristica delle banche cooperative è la mutualità, e se crolla questo la mutualità viene a finire. Ho grossi problemi a dire quanti saranno gli esuberi. Le banche pagano il 20 per cento del loro patrimonio per uscire e si trasformano in spa, mentre le popolari che non raggiungono una certa dimensione possono rimanere popolari, ma appena superano gli 8 miliardi diventano una spa, e ciò crea una distonia fra il settore delle banche popolari e quelle del credito cooperativo. Il Governo non ci ha consultato assolutamente su questa riforma, il Parlamento invece ci ha sempre convocato dando anche un grande risalto alle nostre valutazioni.
D. E per quanto riguarda il personale?
R. I dipendenti delle banche cooperative oggi ammontano a oltre 30 mila, nel settore del credito a 303 mila circa; il problema è che stando agli accordi già fatti, nel 2016 sfondiamo il tetto dei 300 mila dipendenti. Dovremmo chiudere l’anno con circa 295 mila e la perdita di 7-8 mila posti di lavoro, si potrebbe scendere ulteriormente. Invece per l’iscrizione al sindacato siamo al 79 per cento nelle banche mentre i nuovi assunti sono al 78 per cento.
D. Per il 2016 quale sarà il vostro impegno?
R. Affrontare la risoluzione di queste 4 banche, e in primo luogo le questioni sulle trattative del loro acquisto, sulla base dei bandi già stilati dalla Banca d’Italia. Il secondo impegno è sulle fusioni, il terzo aspetto è completare tutti i contratti integrativi o di secondo livello nelle banche; quindi lavorare all’informazione finanziaria attivando corsi nelle camere sindacali in Italia.
D. Quali i problemi del settore assicurativo?
R. Per quanto riguarda gli assicurativi ancora siamo nella fase di non rinnovo del contratto, nel senso che dopo 9 riunioni e dopo un anno dalle presentazione siamo ancora fermi; il grave problema degli assicurativi è che, a differenza del settore del credito dove esiste una delegazione sindacale aziendale molto forte e determinata, constatiamo che la delegazione dell’Ania, l’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici, non è così autorevole. Inoltre, tutte le banche che fanno parte dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, applicano il contratto dell’Abi. L’Unipol, che è la seconda compagnia assicurativa italiana, si è ritirata dall’Ania facendo così diminuire il peso politico di quest’ultima. Anche perché se compagnie come Unipol e IntesaVita escono dall’Ania c’è un problema di rappresentanza, che noi abbiamo posto fortemente alle controparti: o loro sono rappresentativi e hanno voglia di rinnovare il contratto, oppure bisogna studiare altre soluzioni. Adesso le trattative sono interrotte, abbiamo svolto gli attivi dei quadri sindacali e sono iniziate le assemblee dei lavoratori.
D. Per quanto riguarda i lavoratori esattoriali invece?
R. Sugli esattoriali il problema del rinnovo del contratto non è stato ancora posto perché essi sono più vicini al pubblico impiego e hanno avuto il blocco della contrattazione, che li tieni fermi da 6 anni. In questi come in altri casi la situazione che ci viene consegnata è davvero molto confusa.   

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