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Michele Franze': axerta, uno 007 specializzato ed evoluto che aiuta privati e aziende

Michele Franze', presidente di Axerta

Nel 1963 Gioacchino Francese riformula il modello di indagine inglese basato sulla pretext-call, con il quale si riuscivano a reperire informazioni in loco svolgendo indagini telefoniche, e fonda l’Istituto veneto investigativo. Per svolgere un’indagine era necessario un telefono, una macchina da scrivere e intere stanze occupate da schedari nei quali venivano archiviati tutti i dati reperiti. Un’indagine pre-credit svolta in 2 giorni costava 300 lire. Nel 1967 veniva acquisita la licenza per lo svolgimento delle investigazioni. L’attività investigativa italiana è agli albori, il tessuto sociale sta cambiando con l’aumento del benessere e del boom economico, e si svolgono prevalentemente investigazioni riguardanti l’infedeltà coniugale: 2500 lire l’ora diurna, 4000 lire serale/notturna, 5000 lire il sopralluogo iniziale, e rimborso spese. Negli anni 70 l’operatività si espande a tutto il Nord Italia, mentre si consolida la presenza nel Nord Est con l’apertura delle nuove sedi di Venezia, Treviso e Vicenza.
L’Ivi arriva a svolgere oltre 130 indagini informative al giorno. In questi anni scoppia lo scandalo dei messi comunali: un pretore di Treviso, scoperto che i messi venivano contattati come informatori da molte agenzie investigative, nell’ambito di un’altra indagine, apre un’inchiesta che porta a un blitz in oltre 8 mila agenzie investigative e comuni: la lista dei concorrenti comincia ad accorciarsi. Nel 1979 Vincenzo Francese segue le orme del padre e, in parallelo alla frequenza dei primi corsi sulle metodologie investigative, entra in azienda e inizia la formazione come apprendista investigatore. Intanto si estende la rete di collaboratori informativi e investigatori dell’Ivi in tutta Italia: dei Francese, Gioacchino continua a dedicarsi al settore informativo, Vincenzo sviluppa il business dell’attività investigativa. Si apre a Padova. Nel 1989 si compie il passaggio generazionale. L’Ivi Istituto veneto investigativo diventa Ivi Investigazioni srl, e Vincenzo Francese ne è amministratore unico. Nel 2008, diventa Axerta spa; nel 2010 si contano oltre 8200 indagini svolte sull’intero territorio nazionale e viene istituito l’Osservatorio sull’investigazione italiana.
Presiede Axerta da tre anni Michele Franzé, proveniente dalla Scuola militare Nunziatella di Napoli, dall’Accademia di Modena e dalla Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma, tenente nel 1971 nel primo Reggimento carabinieri paracadutisti «Tuscania» di Livorno con il grado di tenente, comandante a Milano, Sassari, Torino, comandante della Regione Carabinieri «Puglia» e della Divisione Unità Mobili di Treviso, poi alla guida del Comando Unità mobili e specializzate Carabinieri Palidoro a Roma, fino a divenire vicecomandante generale dell’Arma dei Carabinieri e vicedirettore dell’Aise, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza esterna.
Domanda. Investigazioni sul lavoro: cosa è cambiato storicamente?
Risposta. Storicamente ci confrontiamo con quella che era una fortissima contrapposizione tra le figure del datore di lavoro e del lavoratore. Nell’immaginario collettivo, per anni, soprattutto dalla fine della rivoluzione industriale, il datore era il soggetto in marsina e frac legato ai poteri forti che pensava esclusivamente ad arricchirsi sulla pelle del lavoratore. Oggi le cose sono decisamente cambiate e si intuisce che non c’è datore di lavoro se non c’è lavoratore e non c’è lavoratore se non c’è datore di lavoro. Inoltre c’è la percezione che il lavoratore «furbetto» danneggi non solo l’azienda ma anche, e prevalentemente, i lavoratori onesti, l’economia aziendale e per passaggi successivi la stessa economia nazionale. C’è molta più attenzione a considerare problemi che investono il mondo del lavoro come problemi sociali che riguardano tutta la collettività.
D. Questa nuova percezione del rapporto datore-lavoratore cosa implica nel campo investigativo giuslavoristico?
R. La nostra azienda opera da 53 anni nel settore delle investigazioni, prevalentemente nel mondo dell’investigazione aziendale in chiave giuslavoristica; oggi i primi ad essere fonte di notizie su comportamenti illeciti non sono i datori di lavoro o i responsabili delle risorse umane, ma gli stessi lavoratori che hanno un «fastidio epidermico» poiché capiscono che un danno all’azienda si trasferisce immediatamente su di loro e sull’economia aziendale, quindi nazionale.
D. È anche vero che in Italia si è generata insoddisfazione, a causa delle scelte politiche, quindi normative, che ricadono sui lavoratori e sulle famiglie. La mancanza di fiducia nelle istituzioni e nel lavoro probabilmente porta anche a vedere all’estero una situazione più rosea. Non crede?
R. Dobbiamo stare attenti a non cadere nell’errore di considerare l’erba del vicino sempre più verde i problemi che investono tutti. Del resto il fisiologico e il patologico sono trasversali, non sono caratteristiche nazionali. Da noi è più accentuato il ricorso alla furbizia, all’atteggiamento di muoversi in un certo modo e a considerare determinati benefici come se valessero sempre. Un esempio: la legge 104 del 1992 prevede distacchi a favore dei lavoratori per dare sostegno familiare a persone malate; abbiamo avuto un caso eclatante di un dipendente che utilizzava il permesso per dare sostegno al «suocero paralitico», con il quale, invece, andava a giocare a calcetto. Di episodi di questo tipo ce ne sono un’infinità.
D. Come operate? Chi vi chiama?
R. Quando si pensa a un’agenzia di investigazione si pensa a qualcuno che fa il pedinamento, che da un giornale bucato controlla la persona e dopo riferisce ad altri, per poi impiegare questi risultati in ambito legale; i primi settori d’indagine che vengono alla mente sono l’infedeltà coniugale o, in ambito familiare, i figli, per accertarsi che non si droghino o abbiano frequentazioni strane. Questo per noi è marginale: più del 70 per cento della nostra attività si rivolge alle aziende.
D. Cosa vi distingue da altre agenzie?
R. Il nostro valore aggiunto è unico: non usiamo investigatori che poi riferiscono agli avvocati, ma avvocati che fanno gli investigatori. Abbiamo più di 50 avvocati, dottori in giurisprudenza ed economia, esperti informatici, che con le loro investigazioni realizzano un prodotto immediatamente esibibile in giudizio per affrontare in termini adeguati la causa davanti al giudice del lavoro. Il più delle volte, avendo prove già acquisite, al giudizio nemmeno si arriva perché si rinuncia ad andare in causa. I nostri specialisti possono anche recarsi in giudizio direttamente con il dossier predisposto.
D. Agite in comunanza di obiettivi con le forze dell’ordine e, sebbene abbiate meno poteri, avete anche più spazio per muovervi. Quali le differenze principali?
R. Le forze di polizia svolgono indagini istituzionali che perseguono fini insostituibili e primari, e lavorano «insieme» alla magistratura; noi lavoriamo «a favore» della magistratura. Il risultato finale è sempre quello di combattere l’illecito e l’atteggiamento dei «furbetti» che oggi sono particolarmente di moda non solo nel privato ma anche nel pubblico, e c’è una nuova sensibilità che non accetta più che il dipendente durante l’orario di lavoro vada a fare la spesa o vada al mare.
D. La moda dei «furbetti» è condannata oggi sul piano morale e giuridico, ma è sempre esistita al punto tale che fino ad oggi costituiva addirittura un vanto. Non è così?
R. Adesso sono tutti più attenti e accorti, ma in passato c’era una mentalità per cui ci si vantava di essere furbi. Sotto questo aspetto tale fenomeno si sta rivoluzionando per merito di una coscienza sociale diversa ora in Italia.
D. La questione «furbetti» nel settore pubblico potrebbe comportare cambiamenti nelle richieste di investigazioni?
R. In passato il privato chiedeva le nostre attività e servizi senza nessun problema e aveva un tornaconto perché, licenziando un dipendente infedele, evitava un danno all’azienda e si liberava di una realtà parassitaria. Diversamente il settore pubblico si affidava, quando possibile, alle indagini delle forze di polizia, che solo in casi eclatanti possono dedicare il tempo a questo tipo di indagini, e si evitava il ricorso alle compagnie private per il timore di poter incappare nei rilievi della Corte dei Conti per danno erariale dovuto all’impiego dei privati. Così nella realtà accade che le forze di polizia non possono dedicarsi a questo tipo di investigazioni, il privato non viene chiamato per i suddetti motivi, e si crea una bella nicchia di impunità e immunità che tocca tanta gente del settore pubblico. Oggi qualcosa sta cambiando, c’è un atteggiamento diverso e, soprattutto, il fatto che il Governo abbia sottolineato, accanto alla responsabilità del «furbetto», quella del suo dirigente potrebbe indurre i capi ad appoggiarsi per questo tipo di controllo ad aziende che possano svolgerlo con professionalità e con un onere economico non particolarmente significativo, soprattutto raffrontato al danno evitato.
D. I vostri costi sono affrontabili da piccole aziende private? Anche il coniuge tradito può rivolgersi a voi?
R. Certamente, anche perché i costi sono proporzionati al tipo di attività richiesta, e una percentuale di clienti si rivolge a noi per questioni di diritto di famiglia, alimenti in caso di separazione dei coniugi, tradimento. Abbiamo clienti dal piccolo privato alla grande azienda di 150 mila dipendenti, e naturalmente è impossibile dire qual è il costo di un’attività perché varia sulla base delle giornate di lavoro, dello sforzo richiesto, delle città coinvolte, se si tratta del territorio nazionale o dell’estero. Offriamo servizi assolutamente competitivi in un rapporto costi-benefici e costo-qualità.
D. Tenendo conto dei limiti normativi, come il diritto alla privacy, è possibile muoversi soprattutto in tema di lavoro?
R. Lo Statuto dei lavoratori vieta nella maniera più assoluta, non derogabilmente, che si controlli la qualità del lavoro del lavoratore durante l’ora di servizio, quindi non è consentito utilizzare le telecamere per tale fine. Ma in presenza di ipotesi di fatti che hanno valenza penale, come furti, è possibile nascondere telecamere e in questo caso gli accertamenti sono assolutamente legali e le registrazioni sono esibibili davanti al giudice. Naturalmente bisogna seguire una procedura particolare: nel nostro Paese se è importante il codice penale, lo è ancor di più il codice di procedura penale. L’azienda non può fare questi controlli in proprio perché sono vietati dalla legge, ma in presenza di un fondato sospetto di reato può avviare attraverso un legale un’attività di indagine difensiva; non potendo essere l’azienda a svolgere queste indagini, il legale dà mandato a un soggetto terzo e vengono collocate telecamere occulte che registrano quello che succede. Se si registra un illecito quella registrazione sarà perfettamente utilizzabile dal giudice e dalla polizia giudiziaria; se a seguito di questo tipo di accertamento dovessimo rilevare l’assenza di rilievo penalistico, ma evidenziassimo solo che il dipendente svolge qualcosa di scorretto dal punto di vista professionale, quelle registrazioni vanno assolutamente distrutte, altrimenti si commette un reato.
D. E per quanto riguarda il controllo informatico del lavoratore?
R. Oggi c’è una novità che giunge dallo Statuto dei lavoratori; il comma 2 dell’articolo 4 prevede l’utilizzabilità ai fini dell’indagine di quegli strumenti informatici dati dall’azienda in consegna al dipendente, come tablet o smartphone, a condizione che preventivamente l’azienda abbia dato notizia al dipendente che il suo strumento, che non è privato ma aziendale, potrebbe essere soggetto a controlli. Naturalmente anche in questo caso è qualche cosa che non può fare l’azienda direttamente ma che deve affidare a terzi perché sia sicura poi di poter esibire tutto davanti a un giudice.
D. L’evoluzione globale ha cambiato il mondo delle investigazioni. Come vi siete adeguati in questi 53 anni?
R. Oggi la competenza scientifica è di fondamentale importanza, basti pensare alla rivoluzione che c’è stata negli ultimi decenni con l’utilizzazione del dna. Abbiamo consulenti scientifici, ma anche esperti finanziari, indispensabili per offrire una consulenza specifica. Poi abbiamo gli specialisti in «digital forensics», che sono irrinunciabili nell’individuare le prove in ogni tipologia di apparato digitale. Siamo a un livello altissimo e in aggiornamento continuo, tutto ciò che è attuale oggi è superato domani. Abbiamo anche investigatori veri che fanno il pedinamento, che rilevano prove fotografiche o filmati, figure importantissime che devono avere un’approfondita conoscenza giuridica per far sì che il loro prodotto sia utilizzabile.
D. Quali sono gli ambiti d’indagine in cui vi muovete?
R. Il nostro cliente tipo, oltre alle piccole, medie e grandi aziende, sono gli studi legali, più di 3500, che si rivolgono a noi e che ci danno mandato per svolgere attività; ci muoviamo nell’ambito del diritto di famiglia e della tutela dei minori specialmente con temi delicati come la droga, il bullismo, la pedofilia, per i quali abbiamo la necessità di coinvolgere operatori preparati e sensibili. Altre attività che svolgiamo sono le bonifiche ambientali; la «corporate investigation», che è inerente ai rapporti di lavoro, alla tutela del patrimonio aziendale, alle consulenze tecniche di investigazione digitale, alla tutela della proprietà intellettuale e alle investigazioni finanziarie; quindi la «ciber security», il «business intelligence» e cioè tutto quello che riguarda le valutazione delle operazioni societarie, le indagini sulla concorrenza e l’affidabilità dei partners. Inoltre abbiamo il «frode auditing» e il «forensics accounting». Per le aziende gli obiettivi principali che curiamo sono quelli che mirano al licenziamento per giusta causa.
D. Può fare un esempio di licenziamento per giusta causa di cui individuate più spesso il giustificativo?
R. Le false malattie. Un anno e mezzo fa in una nostra indagine è emerso in ambito nazionale che il 70 per cento dei certificati di malattia vengono presentati o il venerdì o il lunedì.
D. E quali sono i casi più frequenti di frode aziendale?
R. Cito una nostra casistica in proposito; l’appropriazione indebita l’abbiamo nell’87 per cento dei casi; l’utilizzo illecito dei beni aziendali tocca il 73 per cento dei casi; l’assenteismo il 73 per cento; poi c’è l’infedeltà dei collaboratori e soci che tocca il 67 per cento; frodi nell’area acquisti per il 53 per cento; furti per il 47 per cento, fino a scendere negli atti vandalici, le frodi informatiche e lo spionaggio industriale.
D. Quanti siete in società?
R. L’azienda è costituita da uno staff di poco più di 50 tra avvocati, dottori in giurisprudenza, specialisti in informatica, digital forensics, scienze finanziarie, ubicati nelle sedi di Roma, Milano e Padova. Oltre a questi abbiamo il personale operativo nel territorio nazionale che lavora per noi a richiesta, sulla base delle nostre esigenze quotidiane.
D. Molti di questi vengono anche dalle forze dell’ordine?
R. Ce n’è solo uno che proviene dalle forze dell’ordine, e quello sono io, anche perché tutti hanno una preparazione scientifica e giuridica di base. Non facciamo servizi di sicurezza, facciamo intelligence con finalità giudiziaria e giuslavoristica, ci servono gli avvocati.
D. Avete anche un centro di ricerca?
R. Sì, ed orienta la nostra strategia aziendale, perché se conosciamo, in base alle statistiche che esso elabora, le percentuali dei reati nella popolazione, i nostri sforzi operativi e le nostre offerte tenderanno a privilegiare la maggiore domanda e ad individuare chi poi effettuerà certe strategie difensive. Facciamo periodicamente dei convegni con tre soggetti: noi, l’associazione italiana dei professionisti della security aziendale e l’associazione italiana dei dirigenti del personale. Insieme affrontiamo le novità in materia di controllo dei lavori di applicazione della nuova normativa del Job Act e ci teniamo sempre aggiornati sugli orientamenti giurisprudenziali.   

Tags: Febbraio 2016

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