angelo m. cardani: L’agcom per lo sviluppo tecnologico e civile del paese

Laureato in Economia e Commercio all’Università Bocconi di Milano, della quale è professore associato di Economia Politica, Angelo Marcello Cardani presiede dal luglio 2012 l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Ha svolto ruoli istituzionali nell’Unione Europea, ove ha fatto parte del Gabinetto del Commissario europeo Mario Monti per il mercato interno ed è stato Capo di Gabinetto aggiunto per la Politica della concorrenza. È stato nominato presidente dell’Agcom su indicazione del Governo, succedendo a Corrado Calabrò.
Domanda. Quali sono i compiti oggi dell’Autorità da lei presieduta?
Risposta. L’Agcom è detta «Autorità convergente» perché si occupa della telefonia e delle telecomunicazioni, ma di fatto su queste ultime converge sempre più il mondo digitale e di internet. Ci occupiamo anche del settore audiovisivo e da un anno e mezzo circa pure di poste; in tutto la nostra area di competenza copre circa il 6 per cento del prodotto interno, una parte consistente della nostra economia, la più dinamica per il progresso tecnologico. La digitalizzazione, che coinvolge tutti i settori e in particolare le comunicazioni, si sta espandendo nell’audiovisivo e crea dei problemi non modesti per quanto riguarda le poste. Occupandoci di tanti settori, dobbiamo cercare di rendere compatibile l’evoluzione del progresso tecnologico con le norme esistenti, figlie di un’altra epoca storica. Quando il progresso tecnologico si evolve così rapidamente, le norme si rivelano sempre più inadeguate. Il Parlamento le vara ma a noi è affidato il compito di applicarle, di evitare che si creino monopoli e che si mantengano condizioni di concorrenza.
D. A fine marzo è entrato in vigore il nuovo regolamento dell’Agcom. Quali sono i pilastri dell’azione regolatoria?
R. È stato considerato da molti un grande successo perché abbiamo varato il regolamento più avanzato in Europa. Gli altri Paesi hanno norme inadeguate o poco funzionanti. Gli Stati Uniti non stanno molto avanti a noi, perché prevedono l’autorità giurisdizionale come unico giudice; il nostro regolamento permette a chiunque di ricorrere in qualsiasi momento all’autorità giudiziaria, che però nel nostro Paese è sempre più lenta dell’azione amministrativa che avviamo noi. È un modello nuovo in Europa: abbiamo già ottenuto i primi importanti risultati, e ne sono lieto; credo che i problemi siano più facilmente risolvibili se si va avanti con prudenza, ma a velocità costante. Nel primo mese abbiamo avuto un centinaio di casi di pirateria, solo pochissimi si sono risolti in decisioni, perché il nostro regolamento tende a perseguire il fenomeno massivo, i siti che diffondono un’enorme quantità di prodotti in violazione del copyright: musica, audiovisivi, film. Ma nella nostra competenza rientrano anche libri elettronici, e-books, videogiochi. Tengo sempre a fare l’esempio dei videogiochi perché una parte non irrilevante dell’opposizione al regolamento diffonde l’immagine di un’Autorità che protegge i grandi interessi delle majors americane. È falso. Naturalmente finché queste operano nella legalità hanno il diritto di essere protette. Ma non proteggiamo solo gli interessi di grandi imprese multinazionali. Una parte non irrilevante dell’industria del settore è formata da giovani riuniti in piccole cooperative per passione, che creano un videogioco che potrebbe avere successo e ripagare i debiti contratti. Ma la pirateria sottrae il premio della loro attività. Si dovrebbe comprendere che non si tratta di un furto alla Robin Hood con il quale si toglie ai ricchi per dare ai poveri, ma di un furto a tutti gli effetti. Rubare un dvd contenente un film in un negozio è un reato; perché non dovrebbe essere considerato un furto se avviene online? Si tratta di proteggere interessi legittimi, di tutti i tipi, basati su diritti riconosciuti dalla legislazione del Paese. Per me si tratta di difendere il concetto di legalità, sempre più calpestato in Italia da comportamenti diffusi, a cominciare da quelli lievi come il parcheggio in sosta vietata, considerati quasi normali.
D. Come si fa ad impedirlo?
R. La nostra procedura prevede che il danneggiato, quando ritiene che un’opera di cui è titolare del diritto d’autore sia stata riprodotta illegalmente, lo denunci a noi. Noi ci rivolgiamo al sito che la distribuisce per accertare se esistono altri titolari del copyright e chi sia il vero detentore del diritto. Se, come quasi sempre accade, il denunciante è l’effettivo titolare, ordiniamo al sito di bloccare la distribuzione dell’opera; se si rifiuta, ordiniamo agli internet providers di bloccare non il sito ma la diffusione di quel prodotto, se avviene in Italia. Non possiamo intervenire al di fuori dei confini nazionali, ma possiamo ottenere che, avvisando i provider, il contenuto illecito non sia più accessibile dall’Italia. In tal caso il reato continua ad essere commesso in altri Paesi. La nostra giurisdizione è limitata a questo Paese e in esso applichiamo la legge.
D. Cosa vi aspettate dall’entrata in vigore del nuovo regolamento: più sanzioni o meno pirateria?
R. Dal varo sono trascorsi soli due mesi, non credo si possa dare un’indicazione su un trend di lungo periodo. Il bilancio di questa prima fase è positivo per vari motivi, anzitutto perché vari siti hanno eliminato, su nostra semplice segnalazione, opere di cui non avevano il copyright. Le denunce o le notifiche hanno riguardato sia diritti individuali, per esempio una foto che è stata fatta rimuovere, sia, in particolare, casi eclatanti che costituiscono i nostri obiettivi primari; per esempio i cosiddetti siti Torrent e Cineblog che diffondevano film, contenuti musicali o altro in volumi massicci, attraverso una libreria di files scaricabili. Questo quadro evidenzia che non solo l’educazione, ma l’informazione in sé è essenziale, mentre non ne circola abbastanza. Tali interventi nel primo mese hanno riguardato in maniera sostanzialmente uniforme i comparti audiovisivo e musicale, ma siamo intervenuti anche riguardo a e-books.
D. C’è chi osserva che in una penisola circondata da un oceano, quando i pirati sono colpiti riavviano l’attività in altre isole; per cui è fatica sprecata.
R. Il nostro concetto fondamentale è proteggere la legalità in tutte le sue forme, ma il trend verificatosi in molti Paesi è sempre lo stesso: dinanzi all’intervento dello Stato la produzione e la vendita di materiale illegale crollano fin quasi a zero, dopodiché riprendono ma lentamente, e non tornano mai al livello precedente. A furia di colpirli scemano, ed è il massimo che possiamo fare. Non sta all’Agcom eliminare completamente l’illegalità nell’ambito del diritto d’autore; questo dipende dal buon esempio, dai predicatori che possono convertire i ladri. Se prendiamo esempio da quanto è successo altrove e continuiamo ad intervenire, il numero dei siti pirata si attesta ad un livello bassissimo.
D. Con il regolamento cosa cambia nell’Agcom dal punto di vista operativo?
R. Non è successo niente di drammatico. Abbiamo formato una task force con un gruppo di funzionari che nel tempo diventerà un’unità stabile, dato che nel lungo periodo conosceremo meglio le dimensioni del fenomeno.
D. Come hanno giudicato il regolamento reti televisive nazionali, radio, web, operatori di mercato?
R. I giudizi sono positivi. Ritengo che gli operatori tv siano contenti; sia dalla Rai, sia dagli altri broadcasters, sembrano provenire segnali positivi, perché sono generalmente vittime della pirateria. Possiamo dire che i giudizi sul regolamento sono generalmente tra il positivo e l’entusiasta. Un’opposizione ad esso c’è sempre stata e continua ad esservi, ma da chi è formata oggi? Soprattutto da avvocati, giuristi e opinionisti del web, alcuni certamente in buona fede. Noi usiamo una struttura giuridica complessa ed essendo tale, qualcuno afferma che è sbagliata. Sono liberi di dirlo, ma noi siamo liberi di andare avanti: saranno il Tar prima e il Consiglio di Stato dopo, a dire chi ha ragione.
D. Cosa fate per promuovere la cultura della legalità digitale?
R. Tanta gente per ingenuità o inconsapevolezza cade in siti pirata; altri sono convinti che fare il Robin Hood è bello ed è dignitoso togliere alle majors americane per dare ai poveri, cioè a se stessi, tutto quello che ritengono moralmente accettabile. La gente va informata e sono convinto che molti automobilisti, abituati a parcheggiare in sosta vietata, si renderebbero conto di danneggiare la legalità e cercherebbero un posto-auto migliore. Abbiamo realizzato uno spot per informare, che abbiamo pubblicato sul nostro sito internet e viene trasmesso dalle principali reti nazionali televisive. Questa è l’altra gamba, poiché un provvedimento come il regolamento sul diritto d’autore online non sta in piedi su una gamba sola, la pura e semplice repressione. Occorrono anche l’informazione, l’educazione. Il problema è che gli spot costano molto anche se otteniamo spazi gratis. Ma noi dobbiamo occuparci di regolazione, non di spot cinematografici.
D. Ma se vi occupate di regolazione non dovete anche informare?
R. Per me è il punto dolente. L’abbiamo specificato dall’inizio ma mi rendo conto che non abbiamo capacità e denari a sufficienza. Ci stanno venendo in soccorso alleati come la Siae o le reti televisive che hanno trasmesso gratuitamente il nostro spot. Nel regolamento, poi, abbiamo previsto l’istituzione di un Comitato per la tutela del diritto d’autore, un organismo che, tra l’altro, dovrebbe proporre campagne informative. È stato costituito il 10 aprile scorso tra associazioni di distributori, produttori, editori, esperti di diritto che dovrebbero aiutarci a varare una campagna di informazione. Non riteniamo che sia un’opera di breve periodo, ma dovrà procedere negli anni, fintanto che il Parlamento non si occuperà del problema. Del resto la legge sul diritto d’autore, corretta ed emendata tante volte, è del 1941. È un eufemismo dire che è datata.
D. Grazie all’Autorità e al regolamento l’Italia è uscita, dopo 25 anni, dalla black list Usa sulla pirateria. Ciò porterà più investimenti nel nostro Paese?
R. Sì, ma in che misura non so dire; gli americani da sempre classificano questa illegalità in tre categorie: da 25 anni noi eravamo nella prima, quella minore. Non so quanto il regolamento influenzi la decisione di investimento americano, soprattutto in opere dell’ingegno, ma l’effetto è chiaramente positivo.
D. Lei guiderà l’Agcom fino al 2020, data di riferimento dell’Agenda digitale e del Piano di sviluppo europeo. Il nostro «ritardo digitale» sarà colmato?
R. È una previsione difficile, la tecnologia procede a salti irregolari; se lo sviluppo tecnologico fosse lineare, non si riuscirebbe a coprire il divario tecnologico perché il ritardo è rilevante, però si può sempre sperare. Tanti interessi operano contro. Il principale interessato è la stessa Amministrazione dello Stato perché dove l’informazione si diffonde rapidamente grazie a una rete efficiente, in ogni punto del Paese si può sapere tutto.
D. Ma non c’è il diritto alla privacy?
R. La privacy va protetta, ma parliamo di dati aggregati ed esiste un’Autorità garante della privacy. La conoscenza, da parte dei responsabili finanziari del Paese, di chi paga e di chi non paga le tasse non viola la privacy, perché è un dovere dei cittadini. Purtroppo le procedure finora non sono state attuate in maniera chiara a causa dei molti interessi e tecniche che rendono impossibile l’efficienza. Lo sviluppo digitale consente un’informazione immediata. Così è nei Paesi civili.
D. L’Italia non è un Paese civile?
R. Diciamo che non brilla per coscienza sociale. Noi ritieniamo di avere un grado di civilta maggiore della Germania; ma quel Paese funziona, il nostro no. Non è un fattore di rigore mentale, che l’italiano non ha, ma di spirito di servizio: quando uno è pagato, dovrebbe svolgere il lavoro per il quale è pagato.
D. Per facilitare l’alfabetizzazione digitale servono reti e infrastrutture. A che punto siamo con tali opere?
R. Se con «diffusione della banda larga» si intende la percentuale della popolazione che può disporre di un collegamento a banda larga, siamo in linea con gli altri Paesi europei; solo il 2 per cento risiede in aree penalizzate dal «digital divide», in cui non è disponibile un collegamento a banda larga. Se si intende la penetrazione della banda larga, solo il 55 per cento delle famiglie italiane ha un collegamento Adsl in casa, la media europea è del 75 per cento. Nella banda ultra-larga, ossia collegamenti con velocità di download di almeno 30 Mb/s, siamo il fanalino di coda in Europa. Per recuperare il ritardo è necessario un piano nazionale che coinvolga istituzioni pubbliche e private. L’Autorità punta ad attuare strategie di carattere regolamentare e concorrenziale per promuovere investimenti in reti di nuova generazione.
D. E per l’alfabetizzazione digitale?
R. Il gap italiano è trasversale in tutte le fasce di età e più marcato negli anziani. I principali motivi sono la scarsa percezione dell’utilità di internet, la mancanza di skills e il costo di connessione internet. Urge un piano di alfabetizzazione digitale per allargare la base dei clienti e la domanda di connettività.
D. Come tutelate i consumatori?
R. Direttamente o attraverso i Corecom, organismi regionali operanti per l’Agcom. Nel complesso svolgiamo un volume rilevante di attività per la tutela degli utenti e per la risoluzione di controversie con gli operatori. Nel 2013 le denunce ai Corecom sono state 71 mila rispetto alle 38 mila del 2008, e hanno risolto l’85 per cento dei casi, con un beneficio per 25 milioni circa di utenti. È un caso indiscutibile di successo: è senza costi, rapido, risolve le controversie mediamente in 30 o 40 giorni e deflaziona la giustizia civile di migliaia di vertenze.
 D. C’è bisogno di un maggiore coordinamento tra l’Agcom e altre Autorità?
R. Con il Garante della privacy abbiamo un’area di sovrapposizione modesta ma collaboriamo senza problemi. L’Antitrust svolge un compito complementare al nostro, cerca di far prevalere condizioni di concorrenza. Tradizionalmente si dice che l’Autorità di regolazione interviene ex ante, mentre l’Antitrust ex post; data questa sfasatura, si sono verificati casi di discussione nell’attribuzione di responsabilità in merito ai diversi casi. In un Paese in cui le pubbliche amministrazioni sono spesso accusate di inefficienza, credo sia positiva l’attività di due istituzioni che discutono sulla propria competenza riguardo ai dossier per giungere a soluzioni di buon senso. E che spesso collaborano proficuamente: con l’Antitrust, per esempio, stiamo svolgendo un’indagine conoscitiva nel settore delle telecomunicazioni sullo sviluppo degli investimenti in banda larga.
D. Come giudica le sovrapposizioni di competenze con il Ministero dello Sviluppo economico?
R. Il Parlamento deve stabilire se un compito deve svolgerlo il Ministero o l’Autorità. Queste confusioni avvengono per l’assenza di fiducia del legislatore italiano nei suoi servitori. Ad uno dice di fare una cosa, a un altro di sorvegliarlo ecc. In un Paese civile si può dire ad uno di fare una cosa, ad un altro di farne un’altra, e chi sbaglia paga. Spesso non c’è consapevolezza o c’è malafede. Per abbattere questi ostacoli vanno rivisti normative e metodi burocratici che risultano datati e inefficienti.
D. Un bilancio di questi due anni?
R. Credo che l’Autorità abbia svolto azioni rilevanti, oltre al regolamento sul diritto d’autore online. Ha accelerato l’esame dei dossier; nel 2010 si fissavano i prezzi del 2006, noi abbiamo cercato di ridurre questo gap. Una discussione con il Commissario europeo ci ha rallentato, poi è emerso che avevamo ragione. Ora l’azione dell’Autorità è vista meglio, ma per cambiare l’immagine occorre tempo. Adesso ci stiamo occupando dei contributi dovuti dagli operatori per l’uso delle frequenze, ne abbiamo riordinato lo schema ma purtroppo ne abbiamo alcune in condominio con i Paesi confinanti.
D. Che pensa della pubblicità online?
R. Abbiamo svolto un’indagine conoscitiva sul mercato, molto apprezzata perché non c’era nessuna analisi in Italia con questo grado di accuratezza: è un settore che dà ossigeno al mercato in un momento non semplice. E c’è l’attività di routine di tutela del consumatore, meno visibile, su decine di migliaia di controversie regolate rapidamente e senza costi tramite i Corecom.
D. Un economista come lei può occuparsi di tecnologia?
R. L’economista ci si trova bene. All’inizio degli anni 80 sono stato proprietario del primo personal computer nell’Università Bocconi; prima usavo il mainframe e ho fatto sempre calcoli con le tecnologie disponibili. La regolazione ha bisogno di esperti, ma dobbiamo fare anche noi i conti con i costi. Abbiamo ridotto le auto blu ma la mannaia della spending review per noi è ingiustificata, perché non graviamo sul bilancio dello Stato. Ma oggi è politicamente scorretto opporsi ai tagli, quindi ci adeguiamo, ma è meglio spendere di più con grandi risultati che meno senza risultati. Vorremmo che le imprese ci considerassero non un ostacolo da evitare o uno strumento da usare, ma custodi della legalità e una sorta di consulenti che le aiutano a lavorare legittimamente e bene.    

Condividi su: