MARIA CANNATA: IL DEBITO? L’ITALIA NON STA PEGGIO DI ALTRI PAESI

a cura di VICTOR CIUFFA

 

Dirigente generale, Capo del Debito Pubblico presso il Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Maria Cannata, torinese, si laureò in Matematica con una tesi sui processi aleatori all’Università Sapienza di Roma, nel 1977. Residente a Roma ormai da tanti anni, un diploma superiore in lingua francese (l’inglese l’apprenderà successivamente), dopo due anni di insegnamento nelle scuole secondarie e un anno nelle Ferrovie dello Stato, nel 1980 vinse il concorso al Tesoro come statistico presso l’Osservatorio economico e finanziario e, nel 1983, cominciò ad occuparsi della dinamica del debito pubblico. Curò in seguito, per una decina di anni, le previsioni mensili del fabbisogno dello Stato attraverso le voci di incassi e di spesa e costruì un modello di stima degli interessi pagati dallo Stato sui titoli emessi: Bot, Bpt, Cct ecc. Ha rappresentato il Tesoro italiano in seno al Gruppo di esperti di gestione del debito dell’Ocse, ha partecipato a Comitati statistico-finanziari europei; ha collaborato alla riforma del Mercato telematico dei titoli di Stato e alla redazione del relativo decreto, ha curato la pubblicazione del calendario annuale delle emissioni del Tesoro e dei programmi trimestrali. Negli anni 90 ha coordinato la trasmissione semestrale alla Commissione Europea dei dati di finanza pubblica per la procedura dei disavanzi eccessivi e la redazione della «Guida al mercato dei titoli di Stato». Ha svolto numerosi altri incarichi. Nominata Dirigente generale del Debito pubblico in seno al Dipartimento del Tesoro nel dicembre 2000, ha partecipato al Consiglio di Amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti. Dal 2012 è anche membro del Comitato di indirizzo e coordinamento dell’informazione statistica e dal 2013 è membro del Consiglio di amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti. È anche consigliere di amministrazione della Scuola Archeologica Italiana di Atene ed è spesso relatrice in Italia e all’estero in convegni, conferenze e seminari, anche universitari, sulle materie attinenti al debito pubblico, alla sua gestione e ai relativi mercati. Dal dicembre 2011 è Grand’Ufficiale al merito della Repubblica Italiana.
Domanda. Solitamente considerato l’aspetto più negativo di un Paese, il debito pubblico dimostra invece con il suo crescere, soprattutto in tempi di crisi, la fiducia verso lo Stato italiano di una massa di risparmiatori, italiani e stranieri, istituzionali e privati?
Riposta. L’Italia ha una buona base nazionale di risparmiatori e di investitori istituzionali, ed è un bene che la loro platea sia la più vasta possibile. In questo periodo di crisi economica abbiamo vissuto un momento terribile, verso la fine del 2011, quando tra il 10 e il 15 per cento del nostro debito, che era in mani straniere, è stato venduto. La riduzione della quota estera ha fatto schizzare il costo del debito a livelli, che, se prolungati, l’avrebbero reso insostenibile. Quando la situazione ha cominciato a migliorare, gli investitori stranieri sono tornati, e da questo è dipeso il contenimento del costo nei livelli attuali, frutto del fatto che più è ampia la massa degli investitori – indipendentemente dalla loro provenienza geografica – più basso diventa il costo del finanziamento. È certo comunque che, proprio nei mesi più difficili, l’Italia ha dimostrato una grande capacità di fronteggiare lo shock molto pesante delle vendite degli investitori esteri, e di resistere per vari mesi in maniera abbastanza solida. Proprio la solidità della base nazionale e la capacità di resistere a difficoltà di tali dimensioni e durata hanno impressionato favorevolmente gli investitori esteri che poi, anche sulla base di questo, hanno ripreso ad acquistare titoli del debito pubblico italiani.
D. Su quest’ultimo oggi hanno notevole influenza i capitali stranieri?
R. Siamo ormai in un contesto aperto e globale e le vicende del debito pubblico non dipendono più soltanto dai comportamenti che teniamo noi; anche la tenuta dell’euro-zona ha una grande importanza. Infatti, determinante è stata la decisione, adottata dal presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, di difendere l’euro con ogni mezzo; l’annuncio al mondo finanziario di tale intenzione ha costituito la chiave di volta di un progresso marcato e sensibile, del quale ancora beneficiamo.
D. Quali sono le nuove condizioni generali del mercato?
R. Attualmente il mercato registra una notevole liquidità: non c’è più il timore di insolvenza dell’euro, che è stato molto forte dalla fine del 2011 all’estate del 2012, rimosso il quale è tornata una certa tranquillità di fondo, il mercato ha ripreso ad osservare i fondamentali dell’economia che, se non sono proprio brillanti per l’Italia, non sono neppure così fragili come talora si cerca di far credere.
D. Su quali fattori basa questa sua affermazione?
R. Comunque sia, abbiamo un tessuto produttivo che, ancorché in difficoltà, è molto vitale e innovativo; con un po’ di stabilità e di organizzazione può essere fatto fruttare. Il mercato conosce queste potenzialità positive e non ancora pienamente valorizzate. Poi influiscono le caratteristiche tecniche proprie del mercato dei titoli italiani, un mercato secondario molto «liquido» e solido, grazie alla piattaforma MTS che registra quotazioni continuative e transazioni liquide e abbastanza profonde.
D. Quali conseguenze comporta tutto questo?
R. Chi investe in titoli di Stato italiani non ha il timore di dover liquidare, in caso di bisogno, la propria posizione; questa situazione attrae un numero di investitori notevolmente superiore rispetto a quello di altri mercati senz’altro meno liquidi. Si fa sempre il paragone con la Spagna, ma i Bonos hanno un mercato secondario molto meno efficiente e molto meno liquido del nostro. Nel rapporto con il mercato noi cerchiamo di essere estremamente coerenti e trasparenti: annunciamo i nostri programmi, rispettiamo il calendario, tendiamo a non sorprendere gli investitori anche se vi sono novità e, se cogliamo le opportunità per attuare qualche operazione particolare, non prendiamo mai in contropiede il mercato.
D. Che significa più in particolare?
R. Che non cogliamo il mercato alla sprovvista, privilegiamo regolarità e prevedibilità anche quando si verifica qualche sorpresa positiva, metodo questo che non caratterizza altri emittenti. Non faremmo mai quello che fa la Spagna, che annuncia una «forchetta» di 4 o 5 miliardi di euro e, se va bene, decide di portare l’emissione a 6 miliardi. Se il momento è buono, ci basta la riapertura delle aste riservate agli specialisti i quali, se la domanda è stata molto sostenuta, possono comprare il giorno dopo una quantità extra, predefinita, di titoli allo stesso prezzo dell’asta. Possiamo quindi avvalerci delle relazioni di lungo periodo con gli specialisti, ossia con banche impegnate a sostenere il mercato dei titoli di Stato; relazione cruciale proprio nei momenti di crisi, tanto che non abbiamo mai registrato un’asta scoperta, nemmeno nel novembre-dicembre 2011, quando non era facile per tali banche sottoscrivere titoli di Stato difficilmente ricollocabili presso investitori finali. Questo perché abbiamo saputo stabilire con loro un rapporto basato sulla reciproca comprensione, sulla chiarezza dei rispettivi ruoli ed obiettivi, su un sistema di monitoraggio estremamente accurato che nessun altro emittente ha.
D. Quanto viene influenzato il mercato oggi da fattori psicologici? E quanto può influire la vostra struttura in questo campo?
R. Il mercato è costituito da persone. Nella nostra relazione con le banche specialiste, ed anche con gli investitori, svolgiamo una comunicazione continua, organizziamo molti meeting, abbiamo contatti frequenti, forniamo chiarimenti, siamo in grado di dare risposte immediate al fine di essere ben compresi dagli investitori e di favorire comportamenti appropriati da parte delle banche. Grazie a questo rapporto continuativo, quando dobbiamo adottare una decisione, siamo già consapevoli degli umori del mercato, e questa decisione la comunichiamo nel modo più opportuno, per evitare fraintendimenti o cattive interpretazioni. Per ogni asta annunciamo una «forchetta» di quantitativi, poi decidiamo dove tagliare il prezzo, bilanciando le esigenze di finanziamento e la convenienza dell’emissione.
D. Come vi regolate allora?
R. Dobbiamo sempre tenere presente in che modo una decisione può essere interpretata dagli altri. Non basta il calcolo matematico, dobbiamo curare anche la percezione. Non ho mai dimenticato un incidente registratosi in Portogallo all’inizio della crisi: in un’asta di Bot che poteva essere pienamente sottoscritta solo a tassi fuori norma, questi tassi furono tagliati, ma il mercato reagì malissimo, rilevò soltanto che non si era allocata tutta l’offerta. La reazione sembrava incomprensibile; perché si dovevano strapagare quei Bot? Poi si capì che, in momenti di difficoltà, anche una decisione giusta può costituire un messaggio sbagliato; da quel momento siamo particolarmente attenti a bilanciare tutte le conseguenze.
D. Si sente troppo spesso citare il debito pubblico ignorandone origini e dinamiche. Come contrastate questa ignoranza?
R. Il debito pubblico va contratto per giuste ragioni. In Italia troppo spesso, in passato, con esso si è finanziata la spesa corrente o si è trovata la scorciatoia per non adottare provvedimenti che avrebbero reso il Paese più efficiente ed immune da sprechi. Ma se ci si fa trovare con un debito alto in un momento economico difficile, è facile che il rapporto tra il debito stesso e il prodotto interno assuma una dinamica pericolosa. Secondo me, l’Italia non corre pericoli, ma è un dato di fatto che la spesa per interessi assorbe notevoli risorse che potrebbero essere meglio usate.
D. L’aumento dell’inflazione aiuta a ridurre di fatto il debito pubblico ?
R. Sì, ma un’inflazione elevata crea molti altri gravi problemi che abbiamo dovuto ripetutamente fronteggiare in passato. L’inflazione oggi non è alta e non lo è stata neanche nell’ultimo decennio. Negli anni 70 e 80, decenni di alta inflazione, si perse il controllo del debito e non furono compiute razionalizzazioni che avrebbero limitato i costi sociali. Tuttavia, per valutare la situazione di un Paese nel complesso, si deve considerare l’indebitamento sia pubblico sia privato; in questa prospettiva, la posizione dell’Italia non è così negativa, ma Paesi che registrano un maggior debito privato non amano questa considerazione. Possiamo senz’altro migliorare la capacità di incidere in campo internazionale, facendoci ascoltare con argomentazioni solide e corrette, e senza recriminazioni sul passato. L’Italia è il terzo Paese d’Europa, quello che vi succede influisce sul resto di questa e del mondo, e noi possiamo costituire o un grande problema o una grande risorsa per tutti.
D. Nel prodotto interno è calcolata l’economia sommersa?
R. L’Istat ha un sistema di rilevazione che, pur presentando inevitabili margini di approssimazione, compie una valutazione accurata. Le stime non sono compiute solo sui documenti ufficiali, ma sono completate da una serie di indagini e incroci di dati, che le rendono affidabili. Questo metodo è stato continuamente affinato negli anni. L’Istat è in grado di valutare il prodotto interno.
D. È molto impegnativa la gestione del debito pubblico?
R. Occorre un monitoraggio giornaliero del mercato. Abbiamo due cicli di aste al mese, uno si sviluppa in due giorni, l’altro in tre, poi ci sono le emissioni speciali di Btp Italia o di nuovi titoli. Inoltre vanno seguite le regolamentazioni fiscale, bancaria, di mercato e tutto ciò che influisce.
D. Come aumentare la fiducia?
R. Con una maggiore stabilità istituzionale, la cui mancanza ci danneggia; il Governo deve portare avanti le iniziative che ritiene più corrette, ma gli si deve dare il tempo di attuarle.
D. Alla crisi in Italia non hanno contribuito i consumi e gli sprechi?
R. Senz’altro. Tuttavia si accusa sempre e soltanto il settore pubblico ma, salvo lodevoli eccezioni, la classe imprenditoriale italiana non ha sempre reinvestito nelle proprie attività per sviluppare il Paese. Invece di mantenere la leadership nei settori in cui avevano cominciato e si erano affermati, molti imprenditori hanno cercato spazi in nicchie protette. Occorre un esame di coscienza generale, nel settore pubblico come in quello privato. Le difficoltà si superano se ognuno comincia a compiere la propria parte. Non posso dimenticare l’entusiasmo e il coinvolgimento che creò l’allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, negli anni dal 1996 al 1998, con quelli che erano definiti statali pigri. Aveva un progetto e una visione del futuro e riuscì a stimolare l’impegno e la dedizione al servizio ad ogni livello. Quando andò via, tutti lo rimpiansero.        

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