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L’Italia investe nel whistleblowing

Raffaele Cantone, presidente dell’Anac

«Whistleblower» è il nome inglese del dipendente che, dall’interno del proprio ente di appartenenza, pubblico o privato, segnala condotte illecite non nel proprio interesse individuale, ma nell’interesse pubblico perché non venga pregiudicato un bene collettivo: letteralmente tradotto sarebbe il «soffiatore nel fischietto».
A fronte di questa «missione» così importante che gli viene riconosciuta va chiarito che nell’esperienza amministrativa italiana il whistleblower, che potremmo tradurre con il termine «segnalante» viene, invece, spesso etichettato con qualificazioni poco gratificanti come spione, delatore, traditore, e circondato da diffidenza, sia da parte dei vertici dell’ente che da parte dei propri colleghi.
A distanza di più di 3 anni dall’adozione della norma che tutela il dipendente pubblico che segnala illeciti (Legge Severino) l’Anac, l’Autorità Nazionale Anticorruzione guidata dal presidente Raffaele Cantone, ha realizzato un monitoraggio sullo stato dell’arte del whistleblowing in Italia per conoscere il suo stato di applicazione e apprezzare quanto l’istituto sia effettivamente avvertito come misura di prevenzione della corruzione.
Il monitoraggio è stato effettuato sia sulle segnalazioni giunte all’Anac al 31 maggio 2016, sia su quelle ricevute da un campione di 34 pubbliche amministrazioni e 6 società partecipate, al fine di individuare alcune caratteristiche del segnalante italiano, la tipologia di condotte illecite denunciate e gli esiti scaturiti dalle stesse.
L’incontro è stato anche importante per annunciare la piattaforma informatica di ricezione delle segnalazioni di whistleblowing, utile a garantire una riservatezza dell’identità del segnalante migliore di quanto non possa essere consentita tramite il trattamento cartaceo di esse.
Non appena sarà aggiudicata la gara bandita per affidare il contratto di appalto di manutenzione, la piattaforma sarà usata dall’Autorità e sarà messa in open source così da consentire a ogni P.A. di risparmiare sull’investimento di risorse umane e finanziarie nel dotarsi di uno strumento che la Legge 190/2012 impone come obbligatorio.
Si è consapevoli, a seguito dell’esperienza maturata in questi 18 mesi di attività, che il punto debole dell’istituto, come accolto nell’ordinamento italiano, è costituito dalla situazione di svantaggio in cui si trova il whistleblower. Spesso egli deve affrontare, oltre al discredito interno, anche misure di discriminazione inflitte dai superiori, senza che ci siano idonei canali di informazione dell’autorità che deve verificare la legalità e la regolarità dei procedimenti disciplinari che ne derivano.
Scopo di questa iniziativa è di valorizzare il lavoro congiunto avviato in via di prassi dagli Uffici dell’Anac con l’Ispettorato della Funzione Pubblica per l’analisi congiunta dei trattamenti discriminatori subiti dai whistleblowers nell’occasione di segnalazioni di condotte di corruzione e l’individuazione della miglior tutela da garantire ai whistleblowers.
Soprattutto si intende riaffermare con forza che l’istituto del whistleblowing è uno strumento insostituibile di prevenzione della corruzione; esso consente di far emergere situazioni di disfunzione, di irregolarità e, infine, di illegalità che nuocciono all’efficacia dell’azione amministrativa e che rischiano di trascinare l’ente di fronte al giudice penale e di essere oggetto, nella sua globalità, di discredito. Esso, insomma, dà corpo a quella riforma copernicana nei rapporti fra P.A. e cittadino imboccata con la Legge 190/2012: il controllo diffuso del cittadino, anche nella veste di dipendente dell’amministrazione, sull’operato pubblico.
«Per questa somma di motivi l’Autorità che presiedo sta investendo energie nel tentativo di far penetrare l’istituto nella cultura dei cittadini e dell’amministrazione pubblica intendendo sostenere ogni utile sforzo dell’amministrazione italiana in questa direzione», ha dichiarato Raffaele Cantone.    

Tags: Luglio Agosto 2016

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