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La leva non è poi un male, tutt’altro: rende migliori

LUCIO GHIA

Certamente l’europarlamentare Matteo Salvini non incontra le mie simpatie, è l’espressione di una politica muscolare che parla alla gente, fatta soprattutto di «non» soluzioni e di proposte fortemente conflittuali spesso decisamente antidemocratiche e socialmente egoistiche, frutto di una cultura separatista e priva di visione unificante. Eppure tra le tante affermazioni e proposte che non condivido, ne ho colto una che incontra il mio favore: il ripristino del servizio militare di leva. Oggi le nostre Forze Armate, costituite da militari professionisti, sono impegnate sia nella difesa del territorio nazionale per la sicurezza degli italiani gravemente minacciati specie dal terrorismo internazionale, che nelle molte missioni di pace alle quali partecipano.
Certamente, rispetto al panorama nazionale ed internazionale proprio dell’anno 2004 - quando con la legge n. 226 del 23 agosto venne soppresso il servizio militare di leva -, il contesto nelle quali operano è profondamente mutato ed esige preparazione e professionalità particolari e specialistiche, specie di fronte agli istantanei attentati terroristici, spesso realizzati contemporaneamente in zone geografiche diverse. Così l’impegno dei nostri militari nelle missioni all’estero a sostegno dell’emersione di forze politiche interne che esprimano il sentire democratico del Paese, ha assunto un contenuto prevalentemente formativo delle forze armate locali e di sostegno alle operazioni di sicurezza interna, nella prospettiva di realizzare la transizione dall’anarchia alla legalità. Il contesto non è più quello tradizionale delle battaglie tra eserciti regolari, ma è caratterizzato da continui attentati ed agguati, spesso resi possibili dalla collaborazione spontanea o forzata di civili, donne e bambini, in Paesi lontani culturalmente, socialmente e profondamente diversi dal nostro.
Di fronte a questo scenario, il ripristino del servizio militare di leva potrebbe contribuire ad infondere o a rinforzare nei nostri giovani valori e motivazioni che, specie in questi ultimi decenni, sono andati smarriti e che, proprio nel periodo storico che stiamo affrontando, sono a mio giudizio da restaurare e da restituire al futuro del nostro Paese. È necessario infatti investire, specie oggi, in educazione ai doveri civici, riscoprire e difendere le nostre radici ed i nostri valori.
Penso sia finita la stagione della crescita del cittadino affidata alla famiglia, alla scuola, ai mass media, ai contatti sociali, al mondo del lavoro e alla dialettica sindacale. Lo dimostrano i fenomeni sempre più frequenti di «irresponsabilità sociale» che si verificano. Penso ai tantissimi fatti di cronaca nera legati a episodi di sciacallaggio, di egoismo, di insensibilità verso le conseguenze del proprio operare, connotate da manifestazioni di estraneità sociale, di assuefazione alla violenza, al ladrocinio, alle «malpractices professionali», caratterizzate tutte dalla crescente assenza di indignazione e di reazioni a comportamenti così negativi per la vita del Paese.
Infatti, di fronte ai tanti fenomeni di corruzione, spesso si coglie una reazione banalizzante se non di malcelato compiacimento: tutti lo fanno, sono cose che capitano, viva i furbi, viva coloro che non avvertono sensi di colpa sociale. L’inefficienza diffusa della macchina pubblica trova le proprie radici, nella maggior parte dei casi, nell’affievolimento, se non nella dissoluzione del senso dello Stato, dell’orgoglio di svolgere una funzione pubblica, di far parte di un’Istituzione al servizio dei cittadini. In molti casi questi «vuoti» vengono riempiti dagli interessi personali del corrotto e del corruttore.
Mancano una corale, severa, ripulsa ed una sentita condanna sociale, oltre che giuridica, di questi comportamenti, che costituiscono fatti estremamente negativi nella formazione dei nuovi cittadini del nostro Paese. C’è chi domanderà: cosa c’entra questo con il servizio di leva?
Avendo svolto il servizio militare prima seguendo il Corso Allievi Ufficiali di Complemento presso la Scuola (Auc) di Ascoli Piceno, poi come sergente Auc e quindi come sottotenente di complemento del Primo Reggimento Granatieri di Sardegna, posso parlarne con cognizione di causa. Malgrado l’iniziale sensazione di dover affrontare ben 18 mesi di grave perdita di tempo (mi sono laureato dopo pochi mesi dall’inizio del mio servizio militare), rispetto agli appuntamenti della mia professione di avvocato, malgrado questo «incipit» non del tutto favorevole, e nonostante non abbia fatto molta carriera dal punto di vista militare (sono stato promosso tenente solo dopo il congedo), negli anni ho dovuto riconoscere che l’esperienza di quel periodo si è rivelata profondamente significativa per la mia formazione personale, civica ed anche professionale.
Improvvisamente, mi trovai a dover convivere con persone dall’estrazione sociale e geografica tra le più disparate e varie, apprendendo sul campo che gli italiani si differenziano molto e profondamente per la loro varietà e diversità. Pur provenendo da esperienze familiari e scolastiche nelle quali la disciplina, l’ordine, il rispetto per i professori avevano un preciso significato ed imponevano comportamenti adeguati, questi valori durante la parentesi militare hanno assunto contenuti più stringenti e definitivi, risultando indipendenti da gerarchie culturali. Il tuo superiore si distingueva da te per i gradi che nella sua carriera aveva conseguito ed i suoi ordini dovevano essere eseguiti, tranne, ovviamente, straordinarie situazioni o casi di coscienza particolari che, per quanto mi riguarda, non si sono verificati. L’insubordinazione così, come l’indisciplina, venivano severamente punite. Ricordo vividamente «arresti in cella», divieto di permessi, ore di studio supplementari, giri di corsa, pulizia dei dormitori, della mensa ecc.
Valori come disciplina, subordinazione, rispetto dei superiori e dell’istituzione, ed anche umiltà, parole vuote oggi per molti giovani e non per colpa loro, in realtà li ho metabolizzati in quei mesi. Oggi questa esperienza si è sedimentata nel senso del dovere e del servizio, nel rispetto delle Istituzioni e della storia del nostro Paese, nella riconoscenza per coloro che sono morti servendo la Patria per consentirci le libertà delle quali godiamo, che devo dire in coscienza, sono ancora tante, rispetto alla gran parte dei Paesi «avanzati».
Alla scuola allievi ufficiali di Ascoli Piceno le testimonianze diverse di dialetti, culture, modi di vivere, abitudini, tutte incanalate verso un preciso ordine sistematico, imponevano da parte di tutti - eravamo circa mille - un’inattesa quanto straordinaria prova di accettazione reciproca, uno sforzo costante di comprensione, di adattamento ad una realtà completamente diversa rispetto all’habitat di provenienza individuale.
Si pensi agli orari: sveglia alle 6 del mattino, alle 6,30 adunata in cortile, con il freddo davvero notevole delle montagne ascolane. In mezz’ora pulizia personale, vestizione, letto a «cubo perfetto» con le coperte e le lenzuola piegate dentro il materasso. Imparai a forza di «stia punito» a rispettare gli orari, a fare a meno dell’acqua calda ed a cucirmi mostrine e bottoni. I ritmi quotidiani venivano scanditi alternando le attività fisiche a quelle di studio, ritmi che venivano fatti osservare con militaresca precisione e disciplina, qualità oggi che i giovani farebbero bene a riscoprire.
 La mia generazione aveva rapporti con la scuola di estremo rispetto nei confronti dei professori, rispetto che veniva incrementato dalle «botte» dove manifestavamo défaillance scolastiche. Oggi constatiamo invece che, se i professori rimproverano qualche alunno, rischiano a loro volta di essere «sanzionati» dai genitori degli alunni rimproverati; «o tempora o mores» avrebbe detto Cicerone. Il contesto militare al riguardo aveva caratteristiche non temporanee, ma di globalità, riguardando l’intero comportamento da tenere permanentemente, e disegnava un perimetro d’interessi e di attività che si fondavano sui doveri civici, sul senso di appartenenza alla Nazione, sul servizio in armi alla Patria. Si studiavano discipline e materie militari, ma si rifletteva anche sulla nostra storia, sul significato e sulla evoluzione attraverso fatti bellici, del nostro essere Nazione. Il pomeriggio marce, «affardellati» per almeno 20 chilometri con gli ultimi 3 di corsa, percorsi di guerra, studio e manutenzione dei diversi tipi di armi e di esplosivi.
Venivamo addestrati alla «lotta corpo a corpo», allo studio della logistica militare, della strategia, della tattica, etc. Molti pacifisti di oggi a questo mio dire forse inorridiscono, ma non si dimentichi che anche la pacifica Svizzera non trascura la preparazione militare dei propri cittadini (art. 59 della Costituzione Federale della Confederazione Svizzera del 18 aprile 1999).
Quindi «mens sana in corpore sano» in un contesto di disciplina e di obbedienza, ma anche nella consapevolezza, collaudata sul campo, dei mezzi fisici e mentali di ciascuno e della adattabilità a situazioni di pericolo, di difficoltà e di vita, che ci accomunavano tutti. Progressivamente si formava così un compendio di valori che entravano a far parte del nostro orizzonte interiore, particolarmente sentito. Faceva da collante l’uguaglianza sostanziale che caratterizzava dure condizioni di vita soprattutto nel periodo della Scuola Auc. Potevi essere plurilaureato, facevi la stessa «fatica», avevi gli stessi obblighi e diritti di tutti gli altri, anche se analfabeti o quasi.
Ti dovevi rammendare i calzini quando era necessario e pulire le cucine ed anche le latrine quando toccava a te ed i controlli erano tali da non consentire sostituzioni né altre italiche furberie di fronte ai «dirty jobs». Da questa uguaglianza nasceva la solidarietà e l’amicizia che ti facevano portare lo zaino del commilitone «scoppiato» durante la marcia, o dividere con lui il rancio, o scrivere tu laureato per lui la lettera alla sua fidanzata, perché ci si sentiva legati dal servizio al nostro Paese. Ancora oggi, dopo tanti decenni, quando alla ricorrenza del Duca di San Pietro, fondatore del I Reggimento Granatieri di Sardegna, il 16 febbraio ci si incontra a Santa Maria degli Angeli a Roma, ci si ritrova con gli stessi sentimenti e coesione di allora.
Non credo che i nostri giovani siano tanto diversi da noi alla loro età. Penso infatti che senza i diciotto mesi del mio servizio militare gli ideali e i valori che ho assorbito, malgrado il mio scetticismo iniziale, sarebbero stati, se non del tutto assenti, comunque molto affievoliti. Soprattutto il senso di appartenenza alla Nazione, lo spirito di servizio, la capacità di sacrificarsi, la solidarietà nell’interesse generale, costituiscono punti di forza non solo per essere un buon cittadino, nel senso romano di «cives», ma anche un buon professionista.
Se si ritiene quindi che i giovani abbiano bisogno di ritrovare disciplina, rispetto dei superiori e degli altri, ordine, capacità di convivenza secondo le regole, sentimenti di appartenenza allo Stato ed alle Istituzioni, spirito di servizio e di sacrificio nell’interesse generale, senso della nostra storia ed orgoglio per ciò che di bello e di buono rappresenta nel mondo la nostra bandiera, crediamoci, un annetto di servizio di militare, ripristinando la leva obbligatoria, non farà loro male e ci darà dei cittadini migliori.   

Tags: Febbraio 2016 Lucio Ghia forze armate

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