Morti sul lavoro invisibili: l’Europa riconosca e prevenga il rischio stradale

Ridurre le morti e i feriti sulle strade legati all’attività lavorativa richiede un cambiamento strutturale che l’Europa non può più rimandare: è questo l’appello che arriva dall’European Transport Safety Council (ETSC), che invita le istituzioni europee e i Governi nazionali ad assumere un ruolo più incisivo nel riconoscere e gestire il rischio stradale come parte integrante della sicurezza sul lavoro.

Secondo l’ETSC, il primo passo imprescindibile è l’adozione di una definizione comune di incidente stradale correlato al lavoro, capace di includere non solo i conducenti professionisti, ma anche chi svolge attività su o in prossimità della strada, i lavoratori in viaggio, i pendolari e i soggetti terzi coinvolti. Senza una cornice condivisa, infatti, il fenomeno resta in gran parte invisibile. A questa base definitoria dovrebbe affiancarsi un rafforzamento dei sistemi informativi europei, a partire dall’estensione del CADaS (Coordinated Accident Data Set), il set comune di dati sugli incidenti, affinché venga registrato sistematicamente lo scopo del viaggio per tutti gli utenti della strada, compresi pedoni e ciclisti. Solo così è possibile comprendere quando e come il lavoro incida sul rischio di incidente.

La prevenzione, tuttavia, non può fermarsi alla raccolta dei dati. L’ETSC sottolinea la necessità di introdurre in modo diffuso programmi di gestione della sicurezza stradale sul lavoro, chiedendo ai datori di lavoro di valutare in modo strutturato i rischi legati alla mobilità professionale e di adottare misure coerenti con i principi del Safe System. In questo quadro rientra anche la richiesta di rinnovare le flotte aziendali puntando esclusivamente su veicoli con i più elevati standard di sicurezza, come quelli valutati con cinque stelle EuroNCAP, e di vietare con decisione l’uso del telefono cellulare alla guida, in particolare quando legato a esigenze lavorative, una delle principali cause di distrazione e sinistri gravi.

Un ruolo chiave è attribuito anche alle politiche pubbliche e agli strumenti normativi dell’Unione europea. L’ETSC chiede che la tutela dei “lavoratori sicuri” venga esplicitamente inserita nella clausola sociale della legislazione sugli appalti pubblici, così da rendere la riduzione del rischio stradale un criterio riconosciuto e premiante nelle gare, a partire dalla revisione prevista nel 2026. Parallelamente, viene sollecitato un rafforzamento della comunicazione dei dati verso la banca dati CARE dell’UE e verso Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, per consentire un monitoraggio continuo, sistematico e comparabile a livello europeo.

Ai Governi nazionali spetta invece il compito di colmare le lacune ancora presenti nei sistemi interni. L’ETSC chiede che ogni Paese introduca una definizione nazionale chiara di incidente stradale correlato al lavoro e raccolga annualmente dati su decessi e feriti gravi, superando l’attuale frammentazione. In questo senso, diventa essenziale collegare i sistemi delle forze di polizia con quelli della salute e sicurezza sul lavoro e con le informazioni dei medici legali, così da costruire un quadro completo e affidabile. Senza questa integrazione, i numeri restano incompleti, incoerenti e incapaci di orientare politiche efficaci. Le stesse autorità pubbliche, infine, sono chiamate a dare l’esempio, adottando programmi di gestione del rischio stradale e assumendo un ruolo di leadership anche negli acquisti, privilegiando flotte ad alta sicurezza.

L’urgenza di queste azioni è confermata dai dati disponibili. Secondo Eurostat, tra il 2020 e il 2022 gli incidenti stradali legati al lavoro hanno causato ogni anno nell’Unione europea oltre 2.900 vittime, con il 43% dei decessi concentrato nel settore dei trasporti, incluso il trasporto su strada. Numeri che, secondo l’ETSC, sono probabilmente sottostimati a causa dell’assenza di definizioni comuni e della qualità disomogenea delle informazioni. Il Rapporto PIN Flash 49, “Tapping the potential for reducing work-related road deaths and injuries”, evidenzia come il reale impatto del fenomeno sia più ampio e come esista un margine significativo di miglioramento attraverso politiche mirate.

«Le morti sulle strade correlate al lavoro rappresentano un fallimento sistemico che l’Europa continua a ignorare», ha dichiarato Antonio Avenoso, direttore esecutivo dell’ETSC. «Autisti professionisti, motociclisti, pendolari e cittadini muoiono perché il rischio stradale sul lavoro viene considerato un problema di qualcun altro. È il momento di una vera leadership politica».

L’organizzazione sottolinea inoltre che questo tipo di incidenti non colpisce solo chi guida per professione: ne sono coinvolti anche lavoratori che operano su strada o nelle sue immediate vicinanze, viaggiatori per lavoro, pendolari e soggetti estranei all’attività lavorativa. Gli spostamenti casa-lavoro rappresentano infatti uno dei momenti più rischiosi della giornata lavorativa in Europa, ma le responsabilità dei datori di lavoro e gli obblighi di legge variano notevolmente da Paese a Paese e spesso non coprono in modo esplicito la guida per lavoro. Anche gli obblighi di segnalazione risultano incoerenti e incompleti, con frequenti esclusioni di lavoratori autonomi e terze parti.

Le analisi condotte su 16 dei 32 Paesi europei del gruppo PIN mostrano che le morti stradali correlate al lavoro rappresentano una quota compresa tra il 2% e il 42% di tutti i decessi su strada, a seconda del Paese e delle definizioni utilizzate. In Italia, ad esempio, gli infortuni legati all’attività lavorativa, compresi quelli “in itinere”, sono rilevati dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), ma anche in questo caso i ricercatori dell’ETSC segnalano distorsioni dovute all’uso di fonti non integrate e incomplete. Nella maggior parte dei Paesi UE, infatti, i dati delle forze dell’ordine, quelli dei datori di lavoro e quelli dei sistemi di salute e sicurezza sul lavoro restano scollegati, producendo un quadro frammentato che oscura la reale portata del problema e rallenta l’individuazione di soluzioni efficaci.

La Redazione

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