Il Beato, Vermouth di Torino: Diego Morra racconta le Langhe

Per secoli considerato un elisir capace di stimolare creatività e immaginazione, l’assenzio è componente essenziale del vermouth che è così legato simbolicamente al mondo artistico e culturale europeo, rendendolo non solo una bevanda da aperitivo ma anche un prodotto carico di suggestioni storiche e creative. Il vermouth è un vino aromatizzato e fortificato ottenuto dall’infusione di erbe e spezie, tra cui l’assenzio, ingrediente essenziale da cui deriva anche il nome (Wermut, in tedesco). Nato proprio a Torino alla fine del Settecento, unisce tradizione vinicola e arte erboristica. Oggi si aggiunge a questa tradizione un nuovo vermouth di Torino, il “Beato”, il cui nome richiama Sebastiano Valfrè, figura seicentesca profondamente legata al borgo di Verduno e associata alla diffusione del vino Verduno Pelaverga.

Mentre si afferma nel panorama enologico una modalità diversa di concepire i prodotti legati alla tradizione, che sono meno confinati nella dimensione agricola o commerciale e più interpretati come dispositivi culturali attraverso cui territori, biografie personali e sensibilità contemporanee trovano una forma narrativa coerente, prende corpo questo nuovo prodotto dallo stampo tutto torinese e dalla firma di Diego Morra, viticoltore e produttore di vino piemontese, titolare dell’omonima azienda agricola con sede a Verduno. Il suo progetto – fa sapere – non nasce come semplice estensione produttiva ma come riflessione sul significato stesso dell’identità enologica, costruita attraverso un dialogo continuo tra memoria locale e libertà creativa, tra il paesaggio delle Langhe e la storia urbana torinese che ha dato origine alla tradizione del vermouth.

Un territorio che precede il prodotto

Verduno rappresenta uno dei luoghi in cui la cultura del vino conserva ancora una dimensione comunitaria, ossia dove la viticoltura non coincide soltanto con un’attività economica ma con una forma di continuità storica che attraversa generazioni e paesaggi; in questo contesto si sviluppa la cantina Diego Morra, cresciuta a partire dai primi anni Duemila attraverso un processo progressivo di consolidamento delle vigne familiari e di affinamento tecnico, evitando espansioni rapide e privilegiando invece una costruzione lenta dell’identità aziendale, fondata sull’osservazione dei cicli naturali, sulla selezione accurata delle parcelle e su un rapporto equilibrato tra innovazione e rispetto del territorio.

La costruzione di una visione enologica

Oggi l’azienda coltiva circa trenta ettari distribuiti tra Verduno, La Morra e Roddi, territori tra i più rappresentativi della denominazione Barolo ma capaci di esprimere anche una biodiversità meno evidente, fatta di vitigni storici spesso rimasti ai margini della notorietà internazionale. Tra questi emerge il Verduno Pelaverga DOC, varietà autoctona dalle caratteristiche aromatiche sottili e speziate che negli ultimi anni sta vivendo una nuova attenzione critica e commerciale, diventando simbolo di un Piemonte capace di raccontarsi anche attraverso vini più agili e contemporanei; il lavoro di valorizzazione portato avanti dalla cantina contribuisce a restituire centralità a questo vitigno, trasformandolo da curiosità locale a elemento identitario riconoscibile.

Dal Pelaverga al Vermouth

La scelta di sviluppare un vermouth di Torino nasce proprio da questa relazione profonda con il vino base. Il vermouth, storicamente concepito come vino aromatizzato destinato alla convivialità cittadina, offre infatti uno spazio espressivo particolare: consente di partire da una materia prima conosciuta e rispettata introducendo al tempo stesso una dimensione interpretativa attraverso botaniche e spezie, che diventano strumenti narrativi e non semplici aggiunte aromatiche. La definizione della ricetta ha richiesto quasi tre anni di sperimentazioni condotte insieme alla distilleria La Cava, un percorso orientato più alla sottrazione che all’accumulo aromatico e guidato dall’obiettivo di preservare la centralità del Verduno Pelaverga. L’assenzio, elemento imprescindibile della tradizione, viene accompagnato da china, scorza d’arancio, cardamomo, salvia e genziana, selezionati e calibrati affinché amplifichino le caratteristiche floreali e speziate del vino senza sovrastarle, dando origine a un equilibrio pensato per una fruizione libera e non ritualizzata, capace di adattarsi a momenti diversi della giornata e a modalità di consumo contemporanee che privilegiano naturalezza e immediatezza.

Produzione limitata e identità artigianale

La decisione di limitare la produzione a meno di mille bottiglie contribuisce a definire il progetto come esercizio identitario più che come operazione commerciale estensiva, rafforzando l’idea di un prodotto concepito come sintesi narrativa di luogo, storia e visione personale. In questo senso il vermouth diventa quasi un oggetto editoriale liquido, una dichiarazione di stile che non ambisce alla replicabilità industriale ma alla coerenza espressiva.

Lifestyle enologico e nuove narrazioni del gusto

Anche il linguaggio grafico partecipa alla costruzione simbolica: l’etichetta mette in dialogo la Mole Antonelliana, icona di Torino e riferimento storico della tradizione del vermouth, con il Belvedere di Verduno e con la cantina stessa, inserita nel paesaggio collinare protetto dall’arco alpino. Con questo progetto si vuole reinterpretare la tradizione anche donando al vermouth una funzione contemporanea, diventando ponte tra generazioni e linguaggi diversi e offrendo una nuova chiave di lettura per un vitigno autoctono e per una denominazione storica.

La Redazione

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