Veti incrociati, conflitti armati e diritto internazionale mettono alla prova il ruolo delle Nazioni Unite nella sicurezza globale.
Negli ultimi mesi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è tornato al centro del dibattito internazionale non tanto per decisioni adottate, quanto per la difficoltà di produrre risposte condivise sulle crisi che più direttamente interrogano la sicurezza globale. Questa condizione è stata descritta pubblicamente dal Segretario generale António Guterres, che ha collegato lo stallo a divisioni politiche tra gli Stati membri e, in particolare, al peso del veto dei membri permanenti nelle decisioni sostanziali. Come ha scritto Reuters, Guterres ha avvertito che l’impasse su Gaza e sulla guerra in Ucraina ha “forse fatalmente” intaccato l’autorità dell’organo, insistendo sul fatto che il Consiglio si ritrova spesso “incapace di agire” sui dossier più rilevanti di pace e sicurezza. Non si tratta di un giudizio astratto: le fratture si sono tradotte, in momenti chiave, in votazioni senza esito o in testi annacquati da compromessi, con conseguenze pratiche sulla possibilità del Consiglio di adottare misure vincolanti.
La Striscia di Gaza
Uno dei casi più discussi è quello del conflitto nella Striscia di Gaza, parte del più ampio conflitto israelo-palestinese. Dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la successiva offensiva israeliana su Gaza, il Consiglio di Sicurezza è stato chiamato ripetutamente a esaminare bozze di risoluzione su cessate il fuoco, pause umanitarie e accesso agli aiuti. In quel passaggio, le divisioni tra i membri permanenti sono emerse in modo netto: l’8 dicembre 2023 gli Stati Uniti hanno posto il veto su una bozza che chiedeva un “immediato cessate il fuoco umanitario”, mentre altri membri hanno votato a favore e il Regno Unito si è astenuto. L’effetto istituzionale è stato quello tipico dei casi di frattura tra potenze: in assenza di un testo condiviso, il Consiglio non riesce a produrre una decisione vincolante che orienti in modo unitario la pressione diplomatica, pur restando un foro centrale di confronto politico e di visibilità pubblica delle posizioni.
La guerra in Ucraina
Una dinamica analoga si riscontra nel caso della guerra in Ucraina, iniziata nel febbraio 2022 con l’invasione russa del territorio ucraino. Qui la struttura stessa del Consiglio di Sicurezza espone un limite evidente: uno dei belligeranti è anche membro permanente con diritto di veto. Il 25 febbraio 2022 la Russia ha bloccato con il veto una bozza di risoluzione che avrebbe deplorato l’invasione, con la Cina astenuta e la maggioranza degli altri membri a favore. In questo quadro, il Consiglio resta in grado di discutere, di convocare riunioni e di produrre atti politici non vincolanti (come dichiarazioni presidenziali), ma la possibilità di adottare risoluzioni sostanziali sulla condotta del conflitto si scontra con un vincolo strutturale: quando un membro permanente decide di opporsi, la decisione non passa.
Il Venezuela
Un ulteriore caso discusso in sede ONU riguarda il Venezuela, finito al centro dell’attenzione diplomatica dopo un’azione statunitense che ha suscitato reazioni contrastanti fra Stati e osservatori giuridici. In particolare, il nodo è stato il rapporto fra uso della forza, sovranità e autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Guterres ha espresso la preoccupazione che l’azione potesse costituire “un precedente pericoloso”, e il Consiglio era atteso a discuterne in riunione (Reuters). In un secondo passaggio, la questione della legalità dell’operazione è stata messa a fuoco anche attraverso valutazioni di esperti: alcuni giuristi hanno sostenuto che l’operazione mancasse di autorizzazione del Consiglio e di consenso venezuelano, e che non si inquadrasse nella legittima difesa contro un “armed attack”, mentre gli Stati Uniti hanno difeso l’azione entro la propria cornice politico-giuridica (Reuters). Il punto, per l’analisi istituzionale, è che anche su dossier in cui la discussione si accende, la capacità del Consiglio di produrre un atto condiviso resta subordinata alla convergenza tra le grandi potenze: se quella convergenza manca, il livello decisionale si arresta o si sposta su piani diversi.
Il diritto di veto
Il problema non riguarda soltanto singole crisi, ma il funzionamento strutturale dell’organo. Il diritto di veto dei cinque membri permanenti – Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito – consente di bloccare decisioni sostanziali del Consiglio, rendendo la ricerca del consenso una condizione imprescindibile per ogni atto vincolante. Da qui deriva un dibattito ricorrente sulla riforma, che si riaccende soprattutto quando l’organo appare incapace di rispondere a conflitti di grande rilievo. Guterres ha invocato la necessità di riformare il Consiglio per allinearlo alle “realtà del mondo di oggi”, collegando la legittimità delle istituzioni multilaterali alla loro rappresentatività e capacità di azione. In termini pratici, questo dibattito non elimina il veto, ma chiarisce perché il veto continui a essere il punto di frizione centrale: è lo strumento che trasforma uno scontro geopolitico in uno stallo procedurale.
Lo stallo
Le conseguenze dell’impasse non si limitano al momento della votazione. Quando il Consiglio non adotta una decisione, la gestione politica della crisi tende a frammentarsi: aumentano le iniziative parallele, la mediazione passa a formati diversi (regionali o ad hoc), e la pressione diplomatica si distribuisce in modo meno unitario. Nella lettura proposta da Guterres, questa dinamica contribuisce a indebolire la capacità del multilateralismo di produrre risposte coerenti. Il Segretario generale ha collegato la deadlock del Consiglio a un danno di autorità che si riflette sulla credibilità dell’ONU nei teatri di guerra: non perché l’ONU “scompaia”, ma perché il suo organo con poteri vincolanti appare incapace di tradurre il dibattito in decisione quando la frattura tra potenze è massima (Reuters).
La rivalità delle grandi potenze
Nel complesso, la paralisi del Consiglio di Sicurezza appare riconducibile alla rivalità tra le grandi potenze più che a un difetto meramente tecnico. Gaza e Ucraina mostrano come l’organo centrale della sicurezza collettiva sia spesso condizionato da interessi strategici divergenti, che si riflettono in veti, astensioni decisive o negoziati che riducono l’ambizione dei testi. In questo contesto, le proposte di riforma — ampliamento della rappresentanza, uso più restrittivo del veto in circostanze eccezionali, nuove categorie di membri — continuano a essere discusse, ma richiedono consenso politico ampio e, soprattutto, l’assenso degli stessi membri permanenti. Il risultato è un paradosso istituzionale: il Consiglio resta formalmente il perno della sicurezza globale, ma la sua efficacia concreta dipende dalla disponibilità delle potenze a non trasformare la competizione geopolitica in blocco procedurale.
Oltre il Consiglio: cosa succede quando l’ONU non decide
Quando il Consiglio di Sicurezza non riesce ad agire, il sistema ONU continua a operare su piani istituzionali diversi. Un canale ricorrente è l’Assemblea Generale, che può adottare risoluzioni politiche non vincolanti e, in situazioni particolari, riunirsi in sessione d’emergenza. Nel caso ucraino, la dinamica è stata esplicita: dopo il veto in Consiglio, la questione è passata all’Assemblea, che ha adottato una risoluzione con ampia maggioranza.Il 2 marzo 2022 l’Assemblea Generale ha votato per reprimere l’invasione e chiedere il ritiro delle forze russe; un atto privo di effetti giuridicamente obbligatori, ma con peso politico. Questa distinzione è cruciale: l’ONU può continuare a produrre legittimazione politica collettiva, mentre la capacità di autorizzare sanzioni obbligatorie o l’uso della forza resta concentrata nel Consiglio.
Un effetto collegato allo stallo è che alcune iniziative politiche e di sicurezza vengono discusse e costruite in formati ristretti o regionali, soprattutto quando l’orizzonte di una decisione vincolante in Consiglio appare remoto. Il punto, per l’analisi istituzionale, non è affermare che ciò “sostituisca” l’ONU, ma che ne riduca il ruolo operativo nel momento in cui le coalizioni cercano cornici alternative per muoversi. In questi giorni, per esempio, il tema di possibili presidi multinazionali in Ucraina “in caso di cessate il fuoco” è stato discusso in un formato politico tra governi, con reazioni durissime da parte russa: Mosca ha avvertito che eventuali truppe straniere sarebbero considerate “obiettivi legittimi”, mentre Londra e Parigi hanno evocato ipotesi di dispiegamento post-cessate il fuoco. È un esempio di come il livello “fuori ONU” possa diventare un luogo di costruzione di opzioni, pur restando distinto dal piano della legittimazione giuridica collettiva.
La paralisi del Consiglio incide infine anche sulla percezione e sulla gestione delle missioni ONU, perché la sostenibilità di alcune operazioni dipende da mandati chiari e da finanziamenti certi, oltre che da un consenso politico minimo tra i principali contributori. Su questo fronte, la dimensione finanziaria è diventata esplicita: l’ONU ha annunciato tagli significativi al numero di peacekeepers in diverse operazioni a causa della mancanza di fondi, segnalando come la crisi di risorse possa tradursi in riduzioni operative sul terreno. In un contesto di stallo politico e pressione finanziaria, la capacità delle Nazioni Unite di “tenere” i fronti di crisi dipende quindi non solo dalle regole della Carta, ma dalla convergenza — politica e materiale — degli Stati membri.
La Redazione
IN CONTROLUCE. Le Nazioni Unite sono nate con un mandato ambizioso: prevenire i conflitti armati e garantire la sicurezza collettiva attraverso il diritto internazionale e la cooperazione multilaterale. Nella pratica delle guerre contemporanee, però, il loro ruolo appare sempre più segnato da un divario tra funzione formale e capacità operativa. Questo scarto emerge con particolare evidenza quando i conflitti coinvolgono direttamente o indirettamente le grandi potenze, rendendo il sistema decisionale dell’ONU vulnerabile alle logiche di potere degli Stati membri. Come ha scritto l’agenzia Reuters riportando un intervento del segretario generale António Guterres, l’ordine internazionale sta entrando in una fase di crescente frammentazione, nella quale le istituzioni multilaterali faticano a incidere sulle crisi armate in corso.
Il punto di snodo resta il Consiglio di Sicurezza, unico organo delle Nazioni Unite dotato di poteri vincolanti in materia di pace e sicurezza. Il diritto di veto dei cinque membri permanenti, concepito nel secondo dopoguerra come garanzia di equilibrio tra le potenze vincitrici, oggi rappresenta uno dei principali fattori di immobilismo. Nelle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, il Consiglio è diventato soprattutto un luogo di confronto politico e di esposizione pubblica delle divergenze, più che uno strumento di governo delle crisi. Come ha ricostruito Reuters, il veto è ormai utilizzato come strumento ordinario di politica estera, riducendo drasticamente la possibilità di adottare risoluzioni condivise proprio nei momenti di maggiore emergenza.
Quando il Consiglio non decide, l’azione dell’ONU si sposta su livelli diversi, meno visibili ma non irrilevanti. L’Assemblea Generale assume un ruolo politico di rappresentanza del consenso internazionale, pur senza poteri coercitivi, mentre le agenzie specializzate continuano a operare sul terreno umanitario. In questo contesto, l’ONU diventa soprattutto il custode del diritto internazionale umanitario, fissando principi, responsabilità e obblighi che, anche se non immediatamente applicabili, costruiscono una base giuridica e politica per il futuro. I funzionari delle Nazioni Unite insistono sul fatto che il rispetto delle regole di guerra resta vincolante per tutte le parti, indipendentemente dall’esito delle votazioni nel Consiglio di Sicurezza.
Un ruolo centrale, spesso sottovalutato nel racconto pubblico delle guerre, è quello umanitario. Attraverso strutture come l’UNHCR, il Programma Alimentare Mondiale e l’OCHA, l’ONU coordina gran parte dell’assistenza ai civili coinvolti nei conflitti armati, negoziando accessi, corridoi e protezione in contesti estremamente instabili. Tuttavia, l’assenza di una forte copertura politica del Consiglio di Sicurezza rende queste operazioni più fragili e dipendenti dalla buona volontà delle parti in conflitto.