Il calo della popolazione attiva e la fuga dei giovani qualificati, ma non solo, diventano un rischio strutturale per la crescita dell’economia italiana.
La crisi demografica e la fuga dei giovani qualificati sono destinate a incidere in modo profondo sul futuro dell’economia italiana. È il messaggio lanciato da Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, il 15 gennaio 2026, nel corso di un incontro dedicato alle prospettive economiche e ai rischi demografici dell’Italia nell’occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina. Qui ha messo in evidenza come la popolazione in età lavorativa italiana sia destinata a ridursi di oltre 7 milioni di persone entro il 2050 e come la fuga dei giovani qualificati all’estero rappresenti una minaccia significativa alla crescita e al potenziale economico dell’Italia. Ecco l’intervento in sintesi.
Università, crescita e responsabilità civile
La premessa è anche un’impostazione metodologica: l’università non è soltanto un luogo di produzione del sapere, ma un’istituzione che contribuisce alla qualità della democrazia e alla capacità di una società di trasformare conoscenza in progresso economico e sociale. Panetta colloca questa funzione in una fase storica caratterizzata da trasformazioni tecnologiche, geopolitiche e demografiche, insistendo sul fatto che la crescita, da sola, non è sufficiente: conta “come” si cresce, cioè con quale capacità di coniugare sviluppo, coesione e giustizia sociale.
Un sistema economico più resiliente del previsto
Su questa cornice, la diagnosi economica riconosce che l’Italia negli ultimi anni ha mostrato una resilienza maggiore delle attese. Dopo una lunga sequenza di shock – dalle crisi del 2008 e 2011 alla pandemia fino alla crisi energetica – il sistema produttivo ha attraversato un processo di ristrutturazione e, in diversi casi, ha rafforzato solidità e presenza sui mercati internazionali. Anche i segnali arrivati dal Mezzogiorno nel periodo post-pandemico evidenziano una dinamica di crescita e occupazione che, se consolidata, potrebbe riaprire uno spazio per una nuova convergenza territoriale.
Progressi congiunturali e fragilità strutturali
Questo quadro positivo non viene però presentato come risolutivo. La crescita recente si è indebolita e il contesto europeo e globale rende più difficile contare su un traino esterno stabile: le tensioni geopolitiche e la frammentazione del commercio mondiale pesano sulle esportazioni, mentre la domanda interna fatica a sostenere il PIL. Tornano così in primo piano le debolezze strutturali dell’economia italiana, a partire dalla stagnazione della produttività e dalla distanza dalla frontiera tecnologica.
Salari, inflazione e limiti della leva fiscale
Panetta lega la debolezza dei redditi allo shock inflazionistico seguito alla crisi energetica, ricordando che in Italia la perdita di potere d’acquisto è stata attenuata da misure fiscali e dall’aumento dell’occupazione. Questo sostegno, tuttavia, non può diventare strutturale. La crescita dei salari nel lungo periodo, sottolinea il governatore della Banca d’Italia, richiede un recupero duraturo della produttività e una distribuzione più efficace dei benefici tra lavoro e capitale.
Il vincolo demografico come fattore macroeconomico
Il cuore dell’intervento è il vincolo demografico. L’Italia è tra i Paesi che invecchiano più rapidamente e le proiezioni indicano una riduzione significativa della popolazione in età lavorativa entro il 2050. Panetta chiarisce che, in assenza di un adeguato aumento della produttività, questo squilibrio si tradurrà inevitabilmente in una contrazione del PIL e del benessere complessivo. La demografia diventa così una variabile macroeconomica centrale, che restringe i margini di manovra delle politiche pubbliche.
Natalità, lavoro e politiche di lungo periodo
Nel capitolo dedicato alla natalità, il governatore descrive la bassa fecondità come una criticità strutturale. Le scelte di genitorialità sono influenzate da fattori culturali ed economici, ma risultano aggravate dalla carenza di servizi per l’infanzia, dall’instabilità lavorativa e dalla diseguale distribuzione dei carichi di cura. Politiche per la natalità e occupazione femminile non sono in contraddizione e che interventi coerenti nel tempo possono generare ritorni sociali elevati, pur richiedendo un orizzonte di medio-lungo periodo.
Innovazione e produttività nell’economia che invecchia
Alla luce del declino demografico, la crescita futura deve poggiare su un innalzamento della produttività, nonostante una debolezza storica del sistema italiano: la capacità di trasferire innovazione e trasformare il sapere scientifico in processi produttivi, brevetti e beni competitivi. In questa prospettiva, università e imprese devono rafforzare il legame tra conoscenza e applicazione economica.
Il ruolo strategico del capitale umano
L’investimento in capitale umano viene presentato come una condizione necessaria per rendere inclusivo il progresso tecnologico. Senza una forza lavoro adeguatamente formata, l’innovazione rischia di ampliare le disuguaglianze invece di ridurle. Una base ampia di competenze qualificate favorisce anche lo sviluppo territoriale, rendendo più attrattive le aree in cui università e imprese interagiscono in modo strutturato.
I limiti del sistema universitario e il rendimento degli studi
Sul tema del rendimento dell’istruzione universitaria, l’Italia presenta ancora un numero di laureati inferiore a quello dei principali partner europei, con percorsi più lunghi e un tasso di abbandono elevato. A questo si aggiunge un ritorno economico della laurea più contenuto, dovuto a un inserimento lavorativo lento e a carriere spesso poco coerenti con le competenze acquisite.
Fuga dei talenti e competizione globale
La debolezza del mercato del lavoro qualificato alimenta l’emigrazione dei giovani laureati. La mobilità può essere un fattore positivo di arricchimento individuale, ma diventa un costo collettivo quando riflette carenze strutturali e non è compensata dall’attrazione di talenti dall’estero. In un contesto di competizione globale per le competenze, la bassa capacità di attrarre studenti e lavoratori altamente qualificati rappresenta un ulteriore elemento di fragilità per l’Italia.
Investire nel futuro come scelta collettiva
Nelle conclusioni, Panetta ribadisce che sostenere famiglie, istruzione e ricerca produce elevati ritorni economici e sociali, a condizione che le politiche siano coerenti, graduali e compatibili con una gestione prudente delle finanze pubbliche. La valorizzazione del capitale umano non è soltanto una decisione individuale, ma una responsabilità collettiva che riguarda la qualità delle istituzioni e del contesto economico. È su questa combinazione di conoscenza, innovazione e responsabilità condivisa che, secondo il governatore, può fondarsi il progresso dell’Italia nei prossimi decenni.
Romina Ciuffa
ALTRI ARTICOLI DI SPECCHIO: