La farmaceutica si sta spostando fuori dall’Europa, che la considera una spesa da sostenere e non un’infrastruttura strategica dell’economia.
L’industria farmaceutica europea rischia un progressivo ridimensionamento competitivo a favore di Stati Uniti e Asia se non verranno riviste le condizioni che regolano investimenti, innovazione e politiche industriali. L’allarme arriva da AstraZeneca: il suo amministratore delegato Pascal Soriot, in una recente intervista rilasciata al quotidiano Le Monde, ha messo in guardia sul rischio che l’Europa perda centralità nella ricerca e nella produzione farmaceutica a causa di costi elevati, eccesso di regolazione e minore attrattività per i capitali. Le sue dichiarazioni riassumono una criticità strutturale che coinvolge l’intero comparto: competitività industriale, capacità di attrarre investimenti e sostenibilità del modello europeo della salute.
Le dichiarazioni del CEO e il contesto internazionale
Nell’intervista, Soriot ha evidenziato come il divario tra Europa e Stati Uniti stia aumentando, soprattutto sul fronte degli investimenti in ricerca e sviluppo. Secondo i principali report di settore, oltre il 50% degli investimenti globali in R&S farmaceutica è oggi concentrato negli Stati Uniti, mentre la quota europea è in progressiva contrazione. Il riferimento non riguarda singole politiche, ma un insieme di fattori: tempi autorizzativi più lunghi, incertezza regolatoria, sistemi di pricing stringenti e minori incentivi fiscali rispetto ad altri mercati avanzati.
Competitività e investimenti: il nodo europeo
La farmaceutica è uno dei settori industriali a più alta intensità di capitale e conoscenza. Le imprese allocano risorse dove trovano un equilibrio tra ritorni economici, protezione della proprietà intellettuale e stabilità normativa. In Europa, secondo le principali associazioni industriali, il costo complessivo per portare un nuovo farmaco sul mercato risulta crescente, mentre i margini potenziali sono compressi da politiche di controllo dei prezzi e negoziazioni prolungate con i sistemi sanitari pubblici. Questo contesto spinge le multinazionali a privilegiare altri ecosistemi industriali.
Regolazione, prezzi e sostenibilità dei sistemi sanitari
Il tema non riguarda solo la competitività delle imprese, ma anche la sostenibilità dei sistemi sanitari. L’Europa ha storicamente privilegiato l’accesso universale ai farmaci e il contenimento della spesa pubblica, costruendo un modello di welfare sanitario avanzato. Tuttavia, l’equilibrio tra tutela della salute e attrattività industriale appare sempre più fragile. Una regolazione percepita come penalizzante può ridurre la disponibilità di nuovi farmaci e rallentare l’innovazione, con effetti indiretti sui pazienti e sulle filiere produttive.
Ricerca, produzione e catene del valore
Un ulteriore elemento critico riguarda la localizzazione delle attività produttive e di ricerca. La riduzione degli investimenti in Europa rischia di indebolire intere catene del valore, dalla chimica farmaceutica alla manifattura avanzata, fino ai servizi ad alta specializzazione. In un contesto di competizione globale e di crescente rilevanza strategica del settore salute, la perdita di capacità industriale assume anche una dimensione geopolitica: non è solo una questione economica, ma riguarda l’autonomia dell’Europa, la sua capacità di rispondere alle crisi e il suo peso geopolitico.
Le implicazioni per l’Italia e per l’industria europea
Per Paesi come l’Italia, che ospitano un tessuto produttivo farmaceutico tra i più rilevanti in Europa e fortemente orientato all’export, il rallentamento degli investimenti europei rappresenta un rischio concreto e non teorico. Come rilevato dai principali rapporti di settore, la farmaceutica italiana contribuisce in modo significativo alla bilancia commerciale nazionale ed è uno dei comparti a maggiore intensità di occupazione qualificata, con filiere che vanno dalla chimica fine alla manifattura avanzata e ai servizi di ricerca. Proprio per questo, come sottolineano le associazioni industriali del settore, la competitività dei singoli poli produttivi non è più sufficiente se inserita in un quadro europeo percepito come meno attrattivo rispetto ad altre aree del mondo. In assenza di condizioni regolatorie e industriali favorevoli a livello UE, anche siti produttivi efficienti e ad alto valore aggiunto rischiano di subire decisioni di riallocazione degli investimenti prese a livello globale, non per carenze locali ma per strategie industriali che privilegiano mercati con maggiori incentivi, tempi decisionali più rapidi e una visione più esplicita del settore salute come asset strategico.
Verso una strategia industriale della salute
Le dichiarazioni del vertice di AstraZeneca riportano al centro il tema, finora affrontato in modo frammentario, di una vera politica industriale europea per il settore farmaceutico. La questione non riguarda una singola azienda, ma l’equilibrio strutturale tra tre obiettivi che spesso entrano in tensione: garantire l’accessibilità dei farmaci ai cittadini, assicurare la sostenibilità della spesa pubblica per i sistemi sanitari e mantenere un livello adeguato di competitività industriale in un contesto globale sempre più aggressivo. In assenza di un intervento coordinato su regolazione, incentivi agli investimenti, tutela della proprietà intellettuale e tempi di accesso al mercato, l’Europa rischia di perdere attrattività rispetto ad altre aree che hanno adottato strategie più esplicite di sostegno al settore (Stati Uniti, Cina, Singapore). Il risultato sarebbe una progressiva marginalizzazione in uno dei comparti chiave dell’economia della conoscenza, con ricadute non solo industriali, ma anche sulla capacità di innovazione, sull’autonomia strategica e sulla sicurezza sanitaria del continente.
Una questione strategica, non solo settoriale
Il messaggio che emerge non riguarda una singola azienda né una contingenza negoziale, ma il posizionamento complessivo dell’Europa all’interno delle catene globali del valore. La farmaceutica, per intensità di capitale, contenuto tecnologico e rilevanza strategica, funziona come un indicatore avanzato della capacità di un sistema economico di attrarre investimenti, trattenere competenze e trasformare ricerca in produzione. In questo senso, le parole del vertice di AstraZeneca non vanno lette come una pressione tattica, ma come un segnale strutturale: la competizione globale si sta spostando sempre più dal costo del lavoro o dalla dimensione dei mercati alla qualità delle regole, alla prevedibilità dei tempi e alla coerenza delle politiche industriali.
Se l’Europa continua a trattare la farmaceutica prevalentemente come una voce di spesa da contenere, anziché come un’infrastruttura strategica dell’economia, il rischio non è solo la perdita di singoli investimenti, ma un progressivo slittamento verso una posizione periferica nei processi di innovazione globale. La riflessione che si impone non riguarda dunque se sostenere il settore, ma come farlo: con quale visione di lungo periodo, con quali strumenti coordinati e con quale consapevolezza del legame tra competitività industriale, autonomia strategica e sicurezza sanitaria. Rimandare questa scelta significa lasciare che siano altri sistemi economici a definire le regole del gioco.
La Redazione