Nel nuovo “ChiaroScuro” la musicista molisana attraversa Mozart, Scarlatti, Prokofiev e i grandi classici inscalfibili
La sua vita procede per spartiti, incontri, partenze e ritorni. Eugenia Tamburri è pianoforte. Lei ha il suono di una ricerca continua: il rigore degli anni di studio, il desiderio di andare oltre il pianoforte, la curiosità per il cinema, la letteratura, il mito, la memoria, la sua stessa bellezza: eterea, vivente, spiazzante. Nel suo percorso convivono la disciplina della formazione classica e una sensibilità inquieta, capace di cercare nella musica non soltanto la precisione, ma qualcosa di più difficile da afferrare: un’emozione, un ricordo, una parte di sé. Ha delle mani morbide e veloci, capace di afferrare i grandi. Ha una cultura infinita, abile, in grado di mettere a tacere. Il romanticismo della sua storia sta anche negli autori che continua a scegliere. C’è Bach, con quella musica che sembra mettere ordine nel caos e trasformare l’inquietudine in architettura; c’è Chopin, dove il pianoforte diventa quasi confessione, nostalgia, lontananza; c’è Debussy, capace di dissolvere i contorni e lasciare che siano il colore, l’acqua, la luce e l’impressione di un istante a parlare. E poi Mozart, Satie, Brahms, e tutti gli altri: mondi diversi, ma tutti capaci di ricordare che una partitura non contiene soltanto note. Contiene attese, assenze, desideri e qualcosa che ogni interprete inevitabilmente porta con sé.
Diploma con lode e anni di perfezionamento tra Santa Cecilia, la Chigiana, Fiesole e Berna, la sua carriera si è aperta a linguaggi diversi. Ha inciso ChiaroScuro e Dea Madre Vol. 1, ha portato la sua musica nel cinema con Scordato di Rocco Papaleo e, più recentemente, ha scelto di misurarsi anche con il pop cantando Boom Boom Boom insieme a Eugenio Fortino. Un percorso in cui convivono il grande repertorio, la sperimentazione e il desiderio di non restare mai chiusa dentro un’unica definizione. Oggi arriva un nuovo capitolo: “ChiaroScuro Parte II” (sequel del suo Parte I), appena uscito. Un titolo che sembra contenere già tutto: luce e ombra, presenza e assenza, disciplina e fragilità. È da qui che nasce questa conversazione con la pianista molisana, dal punto in cui la musica smette di essere soltanto repertorio e diventa memoria, desiderio e modo di stare al mondo. Il suo.
L’incontro con la musica avviene prestissimo: a cinque anni comincia a studiare con Andreina Di Girolamo e successivamente si diploma molto giovane e con lode in pianoforte al Conservatorio “Lorenzo Perosi” di Campobasso. Che bambina era Eugenia Tamburri e quando ha capito che quello che inizialmente era uno studio sarebbe diventato il centro della sua vita?
Era una bambina allegra. Non l’ha ancora capito – Eugenia – che il pianoforte è il suo strumento e suonare il suo mestiere. Era contenta di andare a lezione di piano da Andreina perché il papà l’attendeva giù in macchina e lei correva ad abbracciarlo e a raccontargli delle toccate dei minuetti delle danze barocche stava studiando. Il Conservatorio aveva spento un po’ gli entusiasmi alla bambina che a 8 anni era stata ammessa al corso di pianoforte principale. E dopo il diploma, a 18 anni, chiuse il pianoforte per iscriversi all’università.
Dopo il Conservatorio la sua formazione prosegue con maestri come Orazio Maione, Lya De Barberiis e Rada Petkova e, per la musica da camera, con Felix Ayo e Bruno Canino. Arrivano poi l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, dove si diploma in Musica d’Insieme con Rocco Filippini, e altre importanti esperienze di perfezionamento. Quanto hanno contato questi incontri nella costruzione della sua identità pianistica e che cosa sente di aver ricevuto da ciascuno di loro?
Hanno avuto tutti molta importanza e ognuno per motivi diversi. Ho passato ore a studiare seguendo gli insegnamenti dei docenti che ha citato. I loro pezzi di vita sulla mia hanno dato angolazioni interessanti per “costruire” una sorta di identità musicale che in me permane.

Il suo curriculum accademico è molto più ampio di quello che ci si aspetterebbe da una pianista: agli studi musicali ha affiancato Etnomusicologia, Mediologia, Arti e Scienze dello Spettacolo e una formazione dedicata a teatro, danza, cinema e arti digitali. Perché ha sentito la necessità di continuare a studiare anche fuori dal perimetro strettamente musicale e quanto l’università ha modificato il suo modo di interpretare la musica?
Ottima domanda, la ringrazio per averla posta. Temevo di restare chiusa nel perimetro – dice bene – della pianista e basta. Ho sempre amato la letteratura e venerato la filosofia. Le mie origini isernine mi riportavano spesso al folklore di cui la mia terra è ricca. Gli studi demo-etno-antropologici mi hanno ricongiunto alla mia provenienza, aiutandomi a comprenderla più profondamente rispetto all’istinto che da bambina mi faceva amare la musica popolare. Penso che la formazione a tutto tondo serva a tutti, non solo ai pianisti. Serve per non restringere il proprio campo visivo, che va sempre allargato. Sono curiosa e i pensieri si alimentano con la curiosità. Pertanto, continuo a studiare. Gli studi musicali mi hanno insegnato che la disciplina può tutto.
A diciassette anni lascia il Molise e si trasferisce a Roma. Nel tempo ha raccontato di aver vissuto inizialmente la sua terra anche come un luogo dal quale allontanarsi, per poi riscoprirne il valore con la maturità. Quanto è stato importante partire e che cosa significa oggi, per lei, tornare idealmente o realmente alle proprie radici?
Idealmente ci torno ogni volta che il cuore ne ha bisogno perché – si sa – il luogo dell’anima lo cerchi quando ti senti persa. Realmente non è giunto il momento per un trasferimento effettivo in Molise. Spiritualmente mi ci trasferisco ogni volta che mi va.

La carriera concertistica l’ha portata a confrontarsi con repertori, musicisti e contesti molto diversi. Se dovesse ricostruire oggi il suo percorso non attraverso i riconoscimenti ufficiali ma attraverso tre concerti, tre incontri o tre momenti che hanno segnato una svolta personale, quali sceglierebbe?
- Siracusa, teatro greco, Le Fenicie, Valerio Binasco alla regia. Era il.2017. Edizione particolarissima e rilettura della tragedia di Euripide. Pianoforte solo davanti a 8mila spettatori negli spalti.
- “Scordato”, film del 2023, regia di Rocco Papaleo. Faccio la concertista classica anche nel film.
- Postignano Music Festival. Un concerto di musica da camera in un luogo incantato. Con affreschi del Quattrocento che ti stanno intorno mentre suoni.
Ma ce ne sarebbero tanti altri. Non sapevo quali scegliere. Le ho dato le prime tre risposte a cui ho pensato.
Nel 2022 pubblica “ChiaroScuro”, un disco per pianoforte solo nato in un momento molto personale e dedicato a suo padre. Nel programma convivono autori molto diversi, tra cui Bix Beiderbecke, Edward MacDowell, Erik Satie, Aleksandr Skrjabin, Chopin, Bach, Mozart e Debussy. Perché ha scelto proprio questi compositori e quale storia voleva raccontare mettendoli uno accanto all’altro?
Volevo raccontare la mia piccola storia. La mia fiaba. Li ho messi insieme nonostante apparentemente non c’entrino molto l’uno accanto all’altro. Sono innamorata della musica di Skrjabin quanto di quella di Mozart. Beiderbecke, scoperta recente che mi andava di inserire. Paolantonio è un compositore molisano che ho aggiunto per patriottismo e gratitudine. Debussy mi ha accompagnato in corsi e concorsi pianistici e l’ho fatto per fissare un ricordo preciso. Sono – quei brani – parte di me, degli anni di studio.

Molte delle musiche di “ChiaroScuro” appartenevano anche agli anni della sua formazione e dei concorsi pianistici. Quanto è difficile incidere quando un repertorio porta con sé una memoria così privata? E il titolo “ChiaroScuro” rappresenta in qualche modo anche il suo carattere, il rapporto tra disciplina e fragilità, luce e malinconia?
Ho voluto mescolare memoria privata e vita pubblica. Il chiaroscuro della storia dell’arte mi ha sempre affascinato. Porta con sé la luce e l’ombra delle lumeggiature. Sono un po’ chiara e un po’ scura. Sono chiaroscurale. Un mix di malinconia e di brio.
Nel 2024 arriva “Dea Madre Vol. 1”, progetto completamente diverso, dedicato alle musiche di Arturo Annecchino e costruito intorno a figure femminili e divinità del mondo classico. Nel disco compaiono Artemide, Atena, Era, Afrodite, Gea, Euterpe, Talia, Tersicore, Erato, Calliope, Ecate e altre figure mitologiche. Come è nato l’incontro con la musica di Annecchino e che cosa l’ha affascinata di questo universo sonoro legato al mito, al femminile e all’archetipo?
Ho amato le divinità. Sono stata spesso chiusa in una stanza a leggere i miti. Le dee mi hanno sempre insegnato qualcosa. Arturo Annecchino lo conobbi molti anni fa. Mi capitò di suonare delle musiche adattate per il teatro. Da allora la collaborazione continua e si è stabilizzata con Dea Madre, progetto che prevede tre dischi nei quali rivivere 44 melodie per pianoforte solo composte durante la quarantena del Covid.

Nel 2026 è uscito anche “ChiaroScuro (Parte II)”, che torna al grande repertorio pianistico e accosta Antonio Lauro, Chopin, Prokofiev, Johann Sebastian Bach, Carl Philipp Emanuel Bach, Domenico Scarlatti e Mozart. Perché ha sentito l’esigenza di tornare a “ChiaroScuro” e con quale criterio ha scelto questa volta gli autori e le pagine da registrare?
ChiaroScuro Parte II fa parte di un progetto discografico della casa di produzione Digital Records. Tra un paio d’anni uscirà la parte terza a chiudere il ciclo di registrazioni. Ho pensato di affiancare tre valzer di autori ed epoche diverse ed aree geografiche differenti. Mozart sempre con me, stavolta in un preludio modulante abbastanza sconosciuto e poco presente nel repertorio dei pianisti e al posto della Fantasia in Re minore presente in ChiaroScuro Parte I ho rispolverato una sonata che mi ha accompagnato quando studiavo a Berna, con una maestra bulgara. La Sonata in si bemolle maggiore, K570. Dal secondo movimento interessante e di non facile approccio. Più cresco e più condivido il pensiero di Schnabel sui pianisti e sull’esecuzione delle partiture di Mozart: facile per i bambini, difficile per gli artisti. Ho scelto Bach padre e Bach figlio. Nel primo disco ho inserito W.F. Bach, in “Chiaroscuro Parte II” ho optato per il celeberrimo Preludio in do maggiore che apre la raccolta Il Clavicembalo Ben Temperato, ritenendolo capolavoro assoluto e rivoluzionario. E un Solo per il cembalo di C. Ph. E. Bach, grande compositore e teorico eccellente, i cui manuali di esecuzione degli abbellimenti barocchi tuttora sono la nostra Bibbia.
In ChiaroScuro (Parte II) si passa da Antonio Lauro a Chopin e Prokofiev, dal mondo di Bach e Scarlatti fino a Mozart. Sono linguaggi lontani nel tempo e nello stile: che cosa li unisce nella sua sensibilità e che cosa cerca in un compositore prima di decidere di portarlo in un disco?
Amo moltissimo le sue domande. Provo a rispondere anche a quest’ultima. Scarlatti nella sonata in fa minore è visionario e spettrale. La K466 l’ho suonata anche per un film di cui era la colonna sonora. Volevo registrarla perché mi ha accompagnato negli ultimi anni in sala di registrazione. Antonio Lauro mi riporta al folklore: un Vals venezolano, originale per chitarra. Un elegantissimo valzer dal titolo Natalia. Il nome di una donna. Prokofieff accompagnava i miei saggi in conservatorio. Chopin l’ho sempre suonato. Ma il valzer in la minore era tra i desideri di bambina che a 8 anni vinceva i concorsi anche con questo gioiellino in la minore. Mi piace scegliere le tracce dei dischi in base ai depositi di memoria personali e alle tonalità d’impianto.

Di recente è uscita anche Boom Boom Boom, una canzone pop cantata insieme a Eugenio Fortino. È un passaggio molto diverso rispetto al repertorio classico e ai suoi lavori pianistici: perché ha deciso di cantare e di confrontarsi proprio con il linguaggio pop? È stata una parentesi, una curiosità artistica oppure l’inizio di una nuova direzione espressiva?
Una mera curiosità artistica. Amavo il canto pop, pur essendomi sempre perfezionata in repertori classici. Volevo provare a fare un “crossover”, lo chiamano così…
Accanto alla musica è arrivato anche il cinema con Scordato di Rocco Papaleo, dove ha potuto unire recitazione e pianoforte. Che esperienza è stata e che cosa ha scoperto di sé davanti alla macchina da presa che non aveva ancora scoperto su un palcoscenico?
A dire il vero ho sempre amato stare davanti a una telecamera. In passato a parte la radio mi era capitato di condurre programmi sportivi per alcune emittenti. E avevo girato una serie di cortometraggi. Arrivare al grande Rocco Papaleo è stata una bellissima sorpresa perché per la prima volta ho recitato e suonato per una pellicola scritta e girata magistralmente, in più storia di un accordatore che deve accordare i pianoforti e riaccordare se stesso tornando a sessant’anni nel paese natio.
Nei suoi lavori ritorna spesso il desiderio di mettere in comunicazione la musica con altri linguaggi: cinema, letteratura, immagini, memoria e mito. È anche alla base di progetti come “Tela di Note”, dove i ricordi possono diventare materia musicale. Oggi si sente ancora prima di tutto una pianista oppure considera ormai la musica il punto di partenza di una ricerca artistica più ampia?
Mi sono sempre sentita una musicista. O forse, me lo lasci dire per una volta: artista. Tela di note è un progetto che mi hanno “rubato”. Ma sono andata avanti. Il mito di Aracne lo lego sempre alla figura femminile e alla lotta per vincere anche la scommessa con la propria vita. La laurea in Massmediologia mi ha aiutato a scoprire nuovi metodi di comunicazione e ogni volta che devo lavorare in campo artistico tutto converge nella stessa direzione. Il massaggio della mente effettivamente si crea ogni volta che stabilisci un flusso comunicativo. Non mi sento per forza una pianista. Semplicemente, lo sono. Ma non vorrei mai che il pianoforte fosse limitante. Il pianoforte è un mezzo di comunicazione. Come la parola. Come il pensiero.
Nelle interviste ha parlato spesso della poesia, delle stelle, della luna, della letteratura e di una dimensione profondamente emotiva dell’arte. Quanto conta l’esperienza personale nell’interpretazione? Si suona diversamente dopo aver conosciuto un grande amore, una perdita o un cambiamento importante della propria vita?
Si studia sempre a mente fredda. Il cuore lo metti quando senti il silenzio in sala entri e ti siedi al pianoforte. La funzione emotiva della musica è sempre la prima funzione, quella essenziale. Se togli l’emozione è inutile suonare. Lo studio matto e disperatissimo è necessario per mettere le note sotto le dita. Ma quando ti esibisci se sei esclusivamente tecnica pianistica, il pubblico lo sente e non si emoziona. Io preferisco emozionare.
Dopo una formazione così lunga, diversi progetti discografici, il cinema, il canto pop e una ricerca che continua ad allargarsi ad altri linguaggi, che momento della sua vita artistica sta vivendo oggi Eugenia Tamburri? E qual è il progetto che ancora manca e che vorrebbe riuscire a realizzare nei prossimi anni?
Mi piacerebbe non smettere mai di emozionare il pubblico. Mi piacerebbe avere sempre lo stesso entusiasmo che mi ha sollevato ogni volta che ero sprofondata nei miei abissi che guardavo nonostante il mio amatissimo Nietzsche prescriveva di non guardare – perché anche l’abisso avrebbe potuto guardare dentro di me. E così è stato. Non voglio altro che quello che ho. Forse soltanto ‘piú’ stabilmente: l’avverbio non racchiude il mio mondo, che è diametralmente opposto alla stabilità. La serenità, anelo alla serenità. Sono poesia viva e non voglio più buttarmi via.
Romina Ciuffa