Convegno Dignitas Curae a Roma: dal Giubileo un appello a rendere prevenzione e screening accessibili ai più fragili.
Il convegno istituzionale “Dignitas Curae: per un nuovo Umanesimo nella Ricerca. Il volto della cura per la sanità del futuro”, svoltosi a Roma presso l’Università Guglielmo Marconi, ha rappresentato a novembre il punto di approdo e, al tempo stesso, di rilancio di un percorso avviato durante l’anno giubilare. Un confronto ampio tra istituzioni, comunità scientifica, mondo accademico, terzo settore e rappresentanze religiose che ha acceso i riflettori su una criticità sempre più evidente: una parte significativa delle persone più fragili continua a non intercettare diagnosi e cure, nonostante la disponibilità di terapie altamente efficaci.
Il convegno nasce all’interno del progetto Dignitas Curae, iniziativa che promuove un modello di sanità fondato sulla prossimità, sull’equità e sulla centralità della persona. Ispirato a un nuovo umanesimo della medicina, il progetto mira a portare prevenzione, screening gratuiti e diagnosi precoce direttamente nei luoghi della marginalità – strada, ambulatori solidali, strutture di accoglienza – attraverso un’alleanza strutturata tra Servizio sanitario nazionale, volontariato, terzo settore, mondo scientifico e istituzioni.
Il bilancio tracciato a fine Giubileo è preoccupante. Tra persone senza fissa dimora, migranti, detenuti, individui con dipendenze e cittadini in condizioni di grave esclusione sociale, infezioni come HIV, epatiti virali e tubercolosi, così come patologie cardiovascolari, restano spesso non diagnosticate, per poi emergere in fase avanzata. In assenza di diagnosi, non vi è presa in carico e neppure accesso alle terapie, con conseguenze sanitarie e sociali che potrebbero essere largamente evitate.
Da qui l’indicazione condivisa dai partecipanti: trasformare le buone pratiche sperimentate durante l’anno giubilare in politiche sanitarie strutturali. Le priorità individuate riguardano l’ampliamento degli screening territoriali per HIV, epatiti, tubercolosi e malattie cardiovascolari; il potenziamento di ambulatori solidali e interventi mobili; il rafforzamento della cooperazione tra SSN, volontariato e terzo settore; un impegno sistematico per superare stigma e barriere culturali che continuano a escludere i più vulnerabili dai percorsi di cura.
Nel corso dei lavori è stato ribadito come la scienza abbia già messo a disposizione strumenti terapeutici di straordinaria efficacia. Antivirali ad azione diretta consentono oggi di eradicare l’epatite C in poche settimane; terapie avanzate permettono di controllare le epatiti B e Delta; i trattamenti antiretrovirali, se avviati tempestivamente, trasformano l’HIV in una condizione cronica non trasmissibile, garantendo qualità di vita e azzerando la trasmissibilità del virus. Il vero nodo resta la diagnosi precoce. Come sottolineato da Massimo Andreoni, direttore scientifico SIMIT e membro del Consiglio Superiore di Sanità, le diagnosi tardive continuano a essere frequenti e rendono difficile far emergere il sommerso di infezioni che possono rimanere latenti per anni, fino a evolvere in cirrosi, tumori epatici o AIDS.
Un esempio concreto di sanità di prossimità è rappresentato dalle Domeniche del Cuore, iniziativa della Fondazione Dignitas Curae che porta cardiologi, volontari e apparecchiature diagnostiche nei luoghi della marginalità, un modello che intercetta frequentemente patologie cardiache gravi in persone che non avevano mai avuto accesso a una visita specialistica. Nel 2026 il progetto sarà ulteriormente rafforzato, con l’estensione delle tappe a Roma e in altre città e il coinvolgimento dei medici di medicina generale della SIMG e degli infettivologi della SIMIT.
Proprio la medicina generale si è confermata un presidio fondamentale sul territorio. I medici di famiglia, impegnati in ambulatori solidali, unità mobili e iniziative di strada, svolgono un ruolo chiave nell’intercettare chi vive fuori dai percorsi istituzionali e nel costruire reti di prevenzione e continuità assistenziale, in sinergia con il volontariato e le istituzioni.
Il dibattito ha assunto anche una forte dimensione etica, richiamata dal Manifesto per la Dignitas Curae, già sottoscritto da Papa Francesco, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e da autorevoli esponenti del mondo sanitario e istituzionale. La cura, è stato sottolineato, non può ridursi al trattamento clinico, ma deve essere relazione, accoglienza e presa in carico globale della persona, soprattutto nelle situazioni di maggiore fragilità.
Il coinvolgimento del settore privato, infine, è stato indicato come leva importante per sostenere l’equità nell’accesso alla diagnosi. Rendere disponibili test rapidi, anonimi e gratuiti e costruire sinergie tra ospedali, territorio e realtà sociali rappresenta una condizione essenziale per ridurre le disuguaglianze e migliorare i percorsi di cura.
Dal confronto tra scienza, fede e decisori politici emerge così un messaggio condiviso: la sanità del futuro dovrà essere sempre più capace di coniugare innovazione scientifica, prossimità e dignità della persona. In questa prospettiva, Dignitas Curae si propone come un laboratorio di politiche sanitarie inclusive, chiamato a trasformare l’esperienza del Giubileo in un’eredità strutturale e duratura.