Depressione stagionale, perché colpisce di più le donne

La depressione stagionale continua a rappresentare una sfida strutturale per la salute mentale, con un impatto che non si distribuisce in modo uniforme tra la popolazione e che tende a intensificarsi nei mesi invernali più avanzati. Se iniziative mediatiche come il cosiddetto “Blue Monday” concentrano l’attenzione sul calo dell’umore a gennaio, la pratica clinica mostra che è soprattutto nel mese di febbraio che i sintomi del Disturbo Affettivo Stagionale (Seasonal Affective Disorder, SAD) raggiungono il loro picco, quando la riduzione prolungata della luce naturale inizia a incidere in modo cumulativo su energia, motivazione e benessere psicologico.

Le più recenti evidenze scientifiche indicano che il peso della depressione stagionale non è equamente distribuito tra uomini e donne. Una ricerca recente evidenzia come quasi il 45% delle donne presenti sintomi compatibili con il SAD, a fronte di circa il 28% degli uomini. Questo divario, tuttavia, non va interpretato come una minore sofferenza maschile, bensì come il risultato di differenze biologiche, comportamentali e diagnostiche che rendono il disagio maschile meno visibile e più difficilmente intercettabile dai sistemi di screening tradizionali.

Dal punto di vista neurobiologico, le variazioni stagionali dell’umore sono strettamente legate all’effetto della riduzione della luce diurna sui ritmi circadiani e sulla regolazione dei neurotrasmettitori cerebrali. Come sottolinea Kultar Singh Garcha, medico del NHS e Chief Medical Officer di Flow Neuroscience, questi cambiamenti possono manifestarsi anche in assenza di una depressione clinicamente strutturata, rendendo particolarmente rilevante un approccio preventivo, in grado di intervenire prima che i sintomi diventino più intensi e persistenti.

La maggiore vulnerabilità femminile osservata nei disturbi depressivi stagionali appare riconducibile a una combinazione di fattori biologici e psicosociali. Le donne mostrano una maggiore sensibilità alle variazioni di luce e ai conseguenti spostamenti dei ritmi circadiani, anche per effetto delle fluttuazioni ormonali che influenzano i sistemi serotoninergici e melatoninergici. A questi elementi si aggiungono fattori sociali strutturali: nei mesi invernali, carichi di cura, responsabilità familiari e stress tendono ad accentuarsi, amplificando l’impatto psicologico della stagione fredda.

Parallelamente, il disagio maschile legato alla depressione stagionale tende a manifestarsi in forme meno riconducibili ai quadri depressivi classici. Gli uomini mostrano più frequentemente irritabilità, ritiro emotivo, riduzione della partecipazione sociale o aumento del consumo di alcol e sostanze, sintomi che vengono raramente associati al SAD e che, uniti a una minore propensione alla richiesta di aiuto, favoriscono una sottodiagnosi sistemica del disturbo.

Secondo i dati pubblicati su The European Journal of Public Health, fino all’8% della popolazione dell’Unione Europea presenta sintomi riconducibili al Disturbo Affettivo Stagionale. Un dato che conferma la rilevanza epidemiologica del fenomeno e la necessità di politiche di prevenzione e intervento che tengano conto delle differenze individuali e di genere. Come evidenzia Hannah Nearney, psichiatra clinica e UK Medical Director di Flow Neuroscience, le fluttuazioni stagionali di energia e umore possono essere lette anche come risposte biologiche adattive all’ambiente, ma esistono strumenti concreti per ridurne l’intensità e l’impatto funzionale.

A questo quadro si aggiungono ora nuove evidenze che chiamano in causa il ruolo del cambiamento climatico. Uno studio pubblicato nel primo trimestre del 2026 sull’International Journal of Global Mental Health, Innovation, Policy, Action, Culture & Transformation introduce una prospettiva innovativa, analizzando l’intersezione tra differenze di genere, depressione stagionale e instabilità ambientale. La ricerca, condotta da Raskirat Kaur (Amity University), colloca il SAD all’interno di un modello biopsicosociale e climatico, suggerendo che l’alterazione dei pattern stagionali tradizionali stia amplificando vulnerabilità già note.

Lo studio sperimentale, basato su un campione di 200 adulti sottoposti a condizioni simulate di ridotta esposizione alla luce, conferma una prevalenza significativamente più elevata di SAD tra le donne (45%) rispetto agli uomini (28%), con differenze statisticamente significative anche nella gravità dei sintomi. Le partecipanti hanno riportato punteggi più elevati nelle aree del tono dell’umore, dell’energia, dei disturbi del sonno, dell’appetito e del ritiro sociale, indicando un impatto stagionale più marcato e pervasivo.

Secondo gli autori, il cambiamento climatico agisce come fattore moltiplicatore di rischio, interferendo con i meccanismi circadiani attraverso l’irregolarità dell’esposizione alla luce naturale, la variabilità termica e la perdita di stagionalità prevedibile. In questo contesto, le donne risultano più esposte non solo per ragioni biologiche – legate alla sensibilità serotonergica, alla regolazione ormonale e al metabolismo della vitamina D – ma anche per fattori socioeconomici. L’aumento dello stress ambientale, l’incertezza climatica e il peso dei ruoli di cura contribuiscono a intensificare la vulnerabilità psicologica nei mesi invernali.

Lo studio richiama inoltre l’attenzione su due criticità rilevanti: da un lato, la persistente sottodiagnosi della depressione stagionale negli uomini, legata alla prevalenza di sintomi esternalizzanti; dall’altro, la quasi totale assenza di dati sulle persone non binarie e transgender, che presentano tassi elevati di depressione ma restano ampiamente escluse dalla ricerca sul SAD. Questa lacuna limita la capacità dei sistemi sanitari di sviluppare interventi realmente inclusivi e sensibili alle differenze di genere. Ciò accade perché la maggior parte degli studi utilizza ancora categorie di genere esclusivamente binarie e campioni clinici poco rappresentativi. I protocolli di ricerca, infatti, non prevedono strumenti adeguati per rilevare identità di genere diverse, oppure includono numeri troppo ridotti per consentire analisi statistiche dedicate; a questo si aggiungono le difficoltà di accesso ai servizi di salute mentale e una tendenza, nella letteratura scientifica, a interpretare il disagio psicologico delle persone transgender quasi esclusivamente attraverso il paradigma dello stress minoritario, legato a discriminazione ed esclusione sociale. In questo modo, i sintomi stagionali vengono spesso assorbiti in diagnosi più generiche di depressione o ansia, senza essere riconosciuti come fenomeno specifico legato ai cambiamenti ambientali e circadiani.

Sul piano clinico e di sanità pubblica, emerge la necessità di adottare strumenti di screening climaticamente informati e differenziati per genere, capaci di intercettare precocemente i sintomi stagionali. Le evidenze disponibili supportano l’efficacia di interventi combinati che includano esposizione strutturata alla luce naturale, integrazione di vitamina D, attività fisica regolare, stabilità dei ritmi sonno-veglia e mantenimento delle relazioni sociali. Tali strategie risultano particolarmente efficaci se introdotte in modo graduale e continuativo, prima del picco sintomatologico invernale. Accanto a queste pratiche, si stanno affermando anche soluzioni tecnologiche innovative, come le terapie di stimolazione cerebrale non invasiva, che ampliano il ventaglio degli strumenti disponibili per il trattamento del SAD. Come sottolinea Nearney, l’obiettivo non è normalizzare la sofferenza stagionale, ma fornire risposte proporzionate e personalizzate a un disturbo che, pur manifestandosi in modo diverso tra uomini e donne, continua a coinvolgere ogni anno una quota significativa della popolazione.

Romina Ciuffa

Romina Ciuffa

Romina Ciuffa è direttore di Specchio Economico dal 2016.

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