Non ce la fanno più Roma, Barcellona, Amsterdam, Venezia, Lisbona e molte altre, e chiedono pietà per sé e per i residenti, che ormai sono quasi un fastidio per i turisti.
Negli ultimi anni il turismo ha smesso di essere considerato un indicatore automatico di prosperità urbana ed è diventato, in molte città del mondo, un fattore di squilibrio strutturale. Il fenomeno dell’overtourism non si manifesta più solo come congestione stagionale, ma come presenza continua, invasiva e difficilmente governabile, capace di incidere sulla vita quotidiana dei residenti, sul costo degli affitti e sulla fruizione dello spazio pubblico. Da Barcellona ad Amsterdam, da Lisbona a Venezia, sempre più amministrazioni locali stanno adottando misure restrittive: limiti agli affitti brevi, aumento delle tasse di soggiorno, riduzione delle licenze turistiche, campagne esplicite che scoraggiano i visitatori. Non si tratta più di gestire flussi, ma di difendere la vivibilità. Il messaggio implicito è chiaro: la città non è un parco tematico e non può funzionare solo come destinazione.
In questo contesto, anche Roma sta progressivamente mostrando le crepe di un modello che per decenni ha dato per scontata la compatibilità tra turismo di massa e vita urbana. Il caso della Fontana di Trevi, al centro di nuove regolamentazioni e dibattiti sulla gestione degli accessi, è emblematico: l’area è ormai attraversata da un flusso continuo che rende difficile non solo la fruizione ordinata del monumento, ma anche la semplice quotidianità di chi vive o lavora nei dintorni. Inserire limiti non è una scelta simbolica, ma una risposta tardiva a una pressione diventata permanente. L’approfondimento all’editoriale del direttore: SCUSI, PER FONTANA DI TREVI? UN FIORINO!
Il punto, tuttavia, va oltre il singolo monumento. Le città più visitate del mondo stanno sperimentando una trasformazione profonda: i centri storici perdono residenti, i servizi si orientano quasi esclusivamente ai visitatori, lo spazio pubblico viene adattato a un consumo rapido e superficiale. In questo processo, l’abitante diventa un soggetto secondario, spesso tollerato più che tutelato. Ciò che rende il fenomeno particolarmente critico è la sua dimensione culturale. Il turismo contemporaneo non cerca più soltanto luoghi, ma esperienze iconiche da documentare e condividere. Questo spinge verso una concentrazione estrema dei flussi su pochi punti riconoscibili, amplificando l’impatto su aree già fragili. La Fontana di Trevi, come altri luoghi-simbolo nel mondo, diventa così non un bene comune, ma un nodo di traffico globale.
Sempre più città stanno quindi riconsiderando una domanda che fino a poco tempo fa sembrava impensabile: è davvero desiderabile essere visitati da chiunque, in qualunque momento, senza limiti? La risposta, sempre più spesso, è negativa. Non perché il turismo sia in sé un problema, ma perché l’assenza di regole lo trasforma in un fattore di espulsione sociale. Il paradosso è evidente: le città più amate rischiano di diventare le meno abitabili. E quando i residenti se ne vanno, anche l’autenticità che rendeva quei luoghi desiderabili finisce per dissolversi. A quel punto restano solo scenografie affollate, efficienti per il consumo ma svuotate di vita reale.
Il dibattito in corso non riguarda dunque la fine del turismo, ma la sua ridefinizione. Limitare gli accessi, come nel caso della Fontana di Trevi, o scoraggiare esplicitamente certi flussi non è un atto ostile verso i visitatori, ma un tentativo di ristabilire un equilibrio che è stato a lungo ignorato. Le città che “non vogliono più essere visitate” non stanno chiudendo le porte: stanno semplicemente cercando di tornare ad abitare se stesse.
La Redazione