Cinque artisti cinque materiali alla Paula Seegy Gallery

La Paula Seegy Gallery di Milano apre il 2026 con una mostra dedicata alla scultura contemporanea e al rapporto profondo tra forma e materia. Dal 5 febbraio al 19 marzo, lo spazio espositivo ospita Cinque artisti per cinque materiali: Benedini, Coletta, Cuschera, De Marchi, Ōki, progetto curatoriale di Luigi Sansone che riunisce cinque ricerche autonome e rigorose, accomunate da un confronto diretto con la sostanza fisica dell’opera. Legno, rame, ferro, acciaio e vetro non assumono qui un ruolo neutro o decorativo. Ogni materiale diventa campo di indagine, organismo attivo, luogo in cui il tempo, l’energia e la memoria lasciano tracce visibili. La mostra costruisce un percorso unitario che mette in relazione pratiche differenti e restituisce alla scultura una funzione conoscitiva, lontana dalla pura dimensione formale.

Il progetto dialoga idealmente con le grandi sperimentazioni del Novecento, in particolare con il Futurismo, che per primo ha messo in discussione la gerarchia tradizionale dei materiali e il primato del marmo e del bronzo. Le riflessioni di Boccioni sulla materia come forza dinamica e i complessi plastici di Balla e Depero trovano un’eco contemporanea in queste ricerche, orientate verso una visione aperta e non monumentale della scultura. Gabriella Benedini lavora il legno come materia archetipica e stratificata. Tavole e fasciami recuperati, spesso provenienti da barche, conservano i segni di una vita precedente. L’artista li trasforma senza cancellarne la memoria. Nelle opere della serie Vele (2024–2025), una nera e una bianca, il legno assume una valenza simbolica. Le forme concave suggeriscono movimento e viaggio interiore, mentre il richiamo alla dualità yin e yang introduce una riflessione sul cambiamento continuo e sull’energia che attraversa la materia.

Il rame rappresenta invece il centro della ricerca di Pietro Coletta. Metallo associato alla vitalità e alla trasformazione alchemica, diventa superficie sensibile e luogo di interazione tra luce e calore. Bruciature e ossidazioni costruiscono tensioni visive che mettono in relazione reale e simbolico. Opere come Soglia o Dardo di Zeus funzionano come varchi, spazi di passaggio in cui la scultura assume una dimensione spirituale. Con Salvatore Cuschera il ferro perde la sua connotazione statica. Le strutture appaiono tese, instabili, spesso in equilibrio precario. La padronanza delle tecniche di forgiatura consente all’artista di ottenere forme leggere e dinamiche, in cui il vuoto assume un ruolo costruttivo. L’aria e lo spazio interno diventano elementi attivi e introducono una riflessione sull’equilibrio tra forza e fragilità.

La ricerca di Riccardo De Marchi si fonda su un gesto elementare e radicale. Da oltre quarant’anni l’artista perfora superfici di acciaio, alluminio e plexiglas, costruendo un linguaggio basato su ritmo e sequenza. I fori generano campi visivi che richiamano scritture arcaiche, mappe cosmiche e partiture musicali. Il vuoto diventa apertura, non assenza, e invita lo sguardo a superare la superficie. Con Izumi Ōki la materia si trasforma in luce. Le sculture in vetro amplificano lo spazio e dialogano con l’architettura attraverso trasparenze e rifrazioni. Le forme essenziali evocano un ordine cosmico, in cui energia e armonia trovano un equilibrio delicato. Il vetro agisce come medium poetico e spirituale, capace di rendere visibile l’invisibile.

La mostra include anche un intervento speciale realizzato in collaborazione con l’Archivio Giacomo Benevelli, presentato nell’ambito di Milano MuseoCity. L’opera Liason#100, in marmo di Carrara, introduce un ulteriore livello di dialogo tra tradizione e sperimentazione.

Cinque artisti per cinque materiali si configura come un percorso coerente e intenso. La scultura emerge come pratica di ascolto e di relazione con la materia, spazio di ricerca e di visione, lontano da ogni compiacimento formale.

Nella foto, un’opera di Riccardo De Marchi esposta.

La Redazione

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