Abitare solo per un po’, poi 1 2 3 via

Non si abita più come una volta. L’abitare, oggi, diviene un momento, un’epoca, non più una vita, come era in precedenza, quando si preparavano le “case di sempre”, che non sarebbero mai state scalfite da terremoti o uragani, che il lupo non avrebbe mai soffiato via. Le case di prima avrebbero accolto intere generazioni di famiglie in una sperata felicità transgenerazionale. Si tratta di un cambiamento che è stato generato anche da prezzi, inflazione, crisi: dovendosi abituare a soluzioni non troppo desiderabili in cui doversi accontentare, ad esse si è abituato anche l’elemento psichico e, una volta che la situazione è tornata positiva, l’abitudine è ormai cambiata e ci si è resi conto di non dovere a tutti i costi abitare grandi spazi né, soprattutto, abitarli per sempre. Tutt’altro. Le case sono anche meno piene, le cose si buttano o se ne usano meno, non si comprano soprammobili e non ci si stringe alle suppellettili: l’emotività è al sicuro dentro una casa minimalista. Meno si abita, più leggeri si è.

E questa cosa della leggerezza, alla fine, non dispiace più. Anzi, piace. Se prima la casa era un fatto stabile, emotivo, ora si è trasformata in un punto di passaggio, dotata di velocità di rimpiazzo con annessa mente sollevata. Non solo: la casa è anche divenuta più piccola, più discreta, sembrerebbe essere una scelta forzata per problematicità economiche e invece non sempre è così: molti finiscono per preferire un’abitazione alla portata piuttosto che una villa impossibile da mantenere ma anche da godersi. Vero è che con lo smart working la casa è divenuta anche il luogo di lavoro, ma non è questo che la distingue tra eterna o transeunte: è il tempo che è cambiato con i tempi, ora esso scorre in maniera diversa e, soprattutto, batte ritmi più lenti, nei quali l’individuo riesce a trovare la pace con se stesso, come nello yoga, e, per farlo, non può avere la responsabilità di una casa enorme, di un’eredità troppo grande, di un legato complesso. Questo nuovo modo di affezionarsi a una casa, un modo più labile e razionale, colpisce anche i più abbienti, in maniera democratica. Si preferiscono abitazioni meno grandi ma anche più vuote, minimaliste, in un atteggiamento “decluttering“.

Per decenni la casa non è stata soltanto un bene materiale, ma un investimento emotivo. Acquistare un’abitazione significava mettere radici, costruire una traiettoria di vita stabile, proiettarsi in un futuro prevedibile. La casa era il luogo della permanenza, della continuità, della promessa implicita di restare. Oggi questa funzione simbolica si sta progressivamente sgretolando, ma il cambiamento non è improvviso né ideologico. È il risultato di una somma di fattori economici, lavorativi e culturali che hanno reso l’abitare meno definitivo e più reversibile. L’aumento dei prezzi immobiliari, la precarietà delle carriere, la mobilità geografica forzata e la contrazione del potere d’acquisto hanno trasformato la casa da progetto di lungo periodo a soluzione temporanea, spesso negoziata al ribasso.

Sempre più persone abitano spazi che sanno già di non abitare a lungo. Affitti rinnovati di anno in anno, contratti flessibili, case arredate il minimo indispensabile, investimenti emotivi ridotti. Non si cambia il colore delle pareti, non si personalizzano gli spazi, non si accumulano oggetti. L’abitazione diventa funzionale, non identitaria. Si vive “in attesa”, senza dichiararlo apertamente. Questa trasformazione incide anche sul rapporto psicologico con lo spazio domestico. Se la casa non è più percepita come un luogo destinato a durare, diminuisce la disponibilità a legarsi ad essa. Non è disaffezione, ma autoprotezione. Investire emotivamente in uno spazio instabile espone a una perdita ripetuta. Ridurre il coinvolgimento diventa una strategia di adattamento.

Il fenomeno riguarda in modo trasversale generazioni diverse. I più giovani faticano a immaginare l’acquisto come obiettivo realistico; gli adulti rimandano o rinunciano; anche chi possiede una casa tende a considerarla sempre più come un asset da cui poter uscire, non come un punto di arrivo. La casa perde il suo ruolo di perno biografico e diventa una variabile tra le altre. A cambiare è anche il linguaggio. Si parla meno di “sistemarsi” e più di “trovare una soluzione”. Meno di “casa definitiva” e più di “fase”. L’abitare entra nella stessa logica flessibile che ha già trasformato il lavoro, le relazioni, i consumi. Nulla è più pensato per durare davvero, ma per essere compatibile con l’incertezza.

Questo slittamento ha conseguenze che vanno oltre il mercato immobiliare. Una società che vive in spazi percepiti come temporanei tende a investire meno nel contesto, nel quartiere, nelle relazioni di prossimità. Se la casa è provvisoria, anche il legame con il territorio lo diventa. La stabilità abitativa non è solo una questione economica, ma una condizione che sostiene fiducia, partecipazione e continuità sociale. La fine della casa come investimento emotivo non è una rinuncia volontaria al senso di appartenenza. È il segnale di un modello che non riesce più a offrire orizzonti abitativi credibili. Finché l’abitare resterà esposto a instabilità strutturali, la casa continuerà a essere vissuta come un luogo da attraversare, non da abitare pienamente. E questo cambiamento, silenzioso ma profondo, ridefinisce il modo stesso in cui costruiamo le nostre vite.

Romina Ciuffa

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Romina Ciuffa

Romina Ciuffa è direttore di Specchio Economico dal 2016.

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