Maria Pia De Vito è “Burqueana” nell’album con Chico Buarque

Con l’album Buarqueana (presentato alla Casa del Jazz di Roma con due concerti, venerdì 23 e sabato 24 gennaio), la jazzista Maria Pia De Vito firma uno dei lavori più intensi e maturi della sua carriera: un progetto che unisce ricerca linguistica, profondità poetica e dialogo musicale tra Napoli e il Brasile. Pubblicato nell’ottobre 2025 da Parco della Musica Records e registrato a Rio de Janeiro, l’album è dedicato all’opera di Chico Buarque, riletta e riscritta attraverso il napoletano.

Non si tratta di una semplice operazione di traduzione. Buarqueana è un lavoro di riscrittura condivisa, nato da un confronto lungo e minuzioso con lo stesso Buarque, che ha seguito il progetto passo dopo passo e ha partecipato come interprete in due brani. Accanto a lui, come ospite, anche Mônica Salmaso, una delle voci più autorevoli della musica brasiliana contemporanea.

Il cuore dell’album è l’idea che le canzoni di Chico possano “abitare” un’altra lingua senza perdere forza, anzi ritrovando nuove risonanze. Il napoletano diventa così una lingua di ritorno, capace di restituire alle canzoni una dimensione sociale e spirituale affine all’originale. In questo passaggio, la ferita storica e individuale si trasforma in canto, la memoria in materia viva.

A sette anni di distanza dalla pubblicazione di Core Coração, dedicato alla traduzione in napoletano di capolavori della MPB (música popular brasileira), De Vito prosegue il suo percorso concentrandosi esclusivamente sull’universo di Buarque. La scelta dei brani non segue solo criteri musicali, ma intreccia i grandi temi della sua opera: la parola come strumento di identità, la memoria collettiva, la voce degli esclusi. Non a caso l’album si apre con Uma Palavra (Parola primma), che introduce la riflessione sul valore concreto della parola come luogo di resistenza e trasmissione.

Buarque emerge nel disco come autore capace di parlare con molte voci – femminili, maschili, infantili, anziane – e come testimone lucido della storia brasiliana, in particolare degli anni della dittatura. Canzoni apparentemente leggere, mascherate da samba o da racconto d’amore, hanno spesso rappresentato un raffinato strumento per aggirare la censura. Brani come Meu caro amigo o Angelica (’O cunto d’Angelica) raccontano la violenza del potere e la sofferenza privata con una forza che resta attuale.

Proprio Angelica, dedicata alla vicenda di Zuzu Angel e di suo figlio Stuart, oppositore politico torturato e ucciso dal regime (lei subirà la stessa fine), assume in Buarqueana un valore ancora più urgente. Cantata in napoletano insieme a Chico, diventa una riflessione universale sulla memoria e sulla fragilità della democrazia. La dittatura, conosciuta anche come regime dei Gorillas o Quinta Repubblica del Brasile, fu il regime militare autoritario che governò il Brasile dal 1º aprile 1964 al 15 marzo 1985 nella guerra fredda.

Sul piano musicale, la ricomposizione emotiva del repertorio è resa possibile da un nucleo stabile di musicisti: Roberto Taufic alla chitarra, Huw Warren al pianoforte e Roberto Rossi alle percussioni, un collettivo che De Vito definisce una vera famiglia musicale, fondata su fiducia reciproca e libertà creativa. Buarqueana è così molto più di un omaggio: è un atto di ascolto profondo, un ponte tra culture e una dimostrazione di come la canzone possa ancora essere spazio di resistenza, bellezza e responsabilità civile.

Romina Ciuffa

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