Australia sotto accusa: i First Nations continuano a morire in custodia

L’ultimo aggiornamento del National Deaths in Custody Program dell’Australian Institute of Criminology ha riportato al centro del dibattito pubblico australiano una questione che attraversa da decenni il sistema penale del Paese: l’elevato numero di morti di persone indigene detenute. Nel solo anno finanziario 2024–2025 sono stati registrati 113 decessi in custodia di polizia e penitenziaria, 33 dei quali riguardano individui appartenenti ai First Nations, il dato più alto dall’inizio delle rilevazioni nel 1979–1980. I First Nations rappresentano le popolazioni indigene originarie dell’Australia e comprendono gli Aboriginal Australians, presenti nel continente da almeno 60.000 anni, e i Torres Strait Islander Peoples, le comunità insediate nelle isole situate tra l’Australia e Papua Nuova Guinea. L’uso del termine First Nations riflette un riconoscimento della loro identità collettiva come prime nazioni del continente, con sistemi culturali, linguistici e sociali distinti e profondamente radicati nei territori d’origine. Pur costituendo circa il 3,8% della popolazione australiana, i First Nations rappresentano oltre un terzo della popolazione detenuta, una sproporzione che non può essere compresa senza considerare gli effetti cumulativi della colonizzazione, delle politiche assimilazioniste e delle persistenti disuguaglianze socioeconomiche.

Il tema non è nuovo. Già la Royal Commission into Aboriginal Deaths in Custody, istituita nel 1987 e conclusa nel 1991, aveva analizzato 99 decessi avvenuti tra il 1980 e il 1989, evidenziando come la principale causa del fenomeno non fosse da attribuire a violenze intenzionali delle forze dell’ordine, quanto piuttosto a carenze strutturali nella gestione della custodia e alla massiccia sovra-rappresentazione indigena nel sistema penale. Il rapporto finale della Commissione, pubblicato il 15 aprile 1991, formulò 339 raccomandazioni, tra cui l’esortazione a considerare la detenzione come extrema ratio, l’eliminazione dei punti fissi nelle celle che potessero facilitare l’impiccagione e l’istituzione di un monitoraggio continuo delle morti in custodia, affidato proprio all’Australian Institute of Criminology. A più di trent’anni di distanza, molte di queste raccomandazioni risultano ancora parzialmente o totalmente inattuate, come documentato da successive revisioni indipendenti e da organizzazioni per i diritti umani.

Il quadro normativo australiano contribuisce a spiegare la complessità del problema. Le competenze in materia di giustizia penale e sistemi di detenzione sono prevalentemente attribuite agli Stati e ai Territori, che gestiscono in autonomia le carceri attraverso leggi come il Corrective Services Act 2006 del Queensland, il Crimes (Administration of Sentences) Act 1999 del New South Wales o il Corrections Act 1986 del Victoria. Il Commonwealth conserva competenze penali federali specifiche, ma la gestione concreta dei detenuti ricade quasi integralmente sulle amministrazioni statali. I dati dell’Australian Bureau of Statistics distinguono tra custodia di polizia, detenzione penitenziaria e custodia minorile, e mostrano un aumento costante della popolazione in remand, cioè in custodia cautelare, fenomeno che incide in modo particolarmente pesante sui First Nations. Secondo l’AIC circa il 90% dei decessi avviene all’interno delle carceri, e non nei commissariati di polizia; nel caso delle persone indigene oltre la metà delle morti è attribuibile a impiccagione o atti auto-lesivi, spesso in contesti in cui le celle avrebbero dovuto essere rese sicure dopo le indicazioni della Royal Commission. Parallelamente, rapporti dell’Australian Institute of Health and Welfare rilevano tra i detenuti indigeni alti tassi di disturbi mentali, traumi complessi, dipendenze e malattie croniche, condizioni che necessitano di interventi sanitari specializzati che non sempre le carceri sono in grado di garantire.

Le reazioni politiche ai nuovi dati testimoniano l’urgenza della questione. Il senatore Patrick Dodson, ex commissario della Royal Commission e figura autorevole nelle politiche indigene, ha definito la situazione una “national disgrace”, sottolineando come la mancata attuazione delle riforme strutturali continui ad alimentare il fenomeno. La senatrice Lidia Thorpe ha richiamato l’attenzione sull’inadeguatezza dell’assistenza sanitaria penitenziaria e sulla vulnerabilità dei detenuti indigeni, invitando il governo federale e gli Stati a intervenire con misure più incisive. Il Governo ha introdotto negli ultimi anni il First Nations Justice Package, un insieme di interventi che comprende finanziamenti per servizi legali indigeni, programmi alternativi alla detenzione e nuove piattaforme digitali di monitoraggio delle morti in custodia, inserito nel più ampio framework di Closing the Gap, la strategia nazionale volta a ridurre le disuguaglianze tra popolazioni indigene e non indigene. Tuttavia, secondo osservatori indipendenti, servizi legali aborigeni e comunità locali, tali misure risultano insufficienti a invertire una tendenza radicata da decenni.

Il dibattito che attraversa oggi l’Australia non riguarda soltanto le condizioni materiali delle carceri o l’adeguatezza delle procedure di sorveglianza, ma il modo in cui le istituzioni interpretano e gestiscono il rapporto con i First Nations, riconosciuti come popoli originari del continente ma ancora oggetto di profonde disparità nei principali indicatori sociali, sanitari ed economici. Il problema delle morti in custodia, riesploso con i nuovi dati dell’AIC, rappresenta dunque un nodo centrale nella relazione tra lo Stato australiano e le sue comunità indigene. La domanda che si pone è se l’attuale architettura giuridica e amministrativa sia in grado di affrontare un fenomeno complesso e stratificato, o se sia necessario un ripensamento radicale delle politiche penali, delle norme sulla custodia e delle relazioni istituzionali con i First Nations. Il passato mostra un lungo elenco di riforme raccomandate ma mai pienamente implementate; il presente rinnova l’urgenza di trasformare quelle indicazioni in un cambiamento reale e strutturale.

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