Da Seneca a Barthes, la musica diventa esercizio di equilibrio, dialogo e consapevolezza interiore.
Roland Barthes ne Il piacere del testo racconta del piacere relativamente rassicurante dell’ascolto. L’ascolto può mettere in crisi le nostre abitudini e il nostro modo di pensare? Proviamo a leggere la cultura come se fosse un testo e il testo come un sistema di segni. Nella tastiera tematica dei dialoghi di Seneca, il De tranquillitate animi (La tranquillità dell’animo) è indubbiamente diverso rispetto alla precettistica morale. La rappresentazione dell’umanità è a dir poco strabiliante. Il saggio in mezzo alla tempesta è tranquillo. Ci vogliono discrezione e misura, equilibrio e riposo. I rimedi per prevenire o evitare il taedium vitae. Non a caso l’interlocutore di Seneca nel dialogo citato si chiama Sereno.
Perché il tempo possa dare un colore alle azioni dell’uomo occorre pazienza. Quante volte ci chiediamo se siamo o meno in una situazione di sanità o di malattia? Nec aegroto nec valeo. Non sono malato ma neppure sano. La situazione è molto delicata. L’uso della parola di cui scrivono Barthes, Wittgenstein, Eco era ampiamente diffuso nelle antiche norme dell’oratoria romana. “Rem tene, verba sequentur”, diceva Catone. Come Orazio nell’Ars Poetica intimava “Verbaque provisam rem non invita sequentur”. Bisogna guardare ai concetti e parlare in funzione degli stessi. I concetti conducono in mondo naturale alle parole da usare per esprimerli. I toni elevati di un discorso vanno insieme alla nobiltà degli argomenti.
Dopo la tempesta – si sa – sull’acqua resta un lieve tremolio. Sarebbe auspicabile una sorta di imperturbabilità, difficile da raggiungere. La difficoltà è nel livore che nasce dall’inerzia. L’ascolto anche musicale può rendere forse meno aspri i luoghi dell’anima. Se per Barthes è impossibile assomigliare sempre a se stessi (“Io non mi assomiglio mai”) Seneca scrive con chiarezza disarmante che il nostro io ci sta sempre dietro e addosso (“Sequitur se ipse”). È quasi un compagno insopportabile.
Forse è il destino il vero e grande organizzatore degli spettacoli. Anima e corpo sono fatti l’una per l’altra. C’è una dipendenza. Viviamo oggi simulazioni di cultura. I sentimenti sono cultura. Anche quelli noi li narcotizziamo ogni giorno. Lo spirito ha bisogno di tempo per rigenerarsi. Il testo è un testimone. E il testo musicale è come un testo letterario o filmico o figurativo. La musica è pura immaterialità. Eppure si vende. E si fa. Si fa e si vende.
Se lo stato di ebbrezza cancella gli affanni per qualche ora, lo stare in ascolto dovrebbe avere un effetto similare. Dovrebbe scuotere gli animi dovrebbe indurli alla cancellazione della malinconia fine a se stessa dovrebbe edulcorare l’amaro dell’esistenza. Se la sbornia ci calma, perché non dovrebbe farlo la musica? La mente ha bisogno di grandi eccitazioni per realizzare imprese straordinarie. La voce sovrumana la raggiunge chi scrive discorsi sovrumani: l’ispirazione (divina o non divina) della mente riesce a raccontare le cose in modo diverso. Per difendere e recuperare la nostra cultura, dovremmo evitare gli urti forti dell’animo e preservarlo come bene prezioso.
Siamo circondati da minacce culturali e dimentichiamo tutto. I filosofi di moda nei propri tempi si sono appassionati ai principi e all’effetto degli stessi sull’uomo. E se i sentimenti sono figli della cultura, tali dovrebbero restare. Saper pensare, saper comunicare, saper dare un nome alle cose. L’importanza del nome, quella cosa che nei campi di sterminio era negata. Facile cadere nelle trappole degli stereotipi, ma per comprendere i discorsi dei nostri interlocutori bisogna essere in grado di farlo. E in assenza di un ascolto pulito, privati di una forma autentica d’intelligenza – lontana da gelosie o invidie – non c’è discorso sul metodo o grammatica della musica che resista agli urti della decadenza sentimentale.
Se è vero che vediamo attraverso le nostre idee, dovremmo concentrarci sul come non farle ammalare – le idee – per non rendere malati i nostri pensieri. Mi sento esattamente come la struttura del pianoforte: una serie di corde tese su un’intelaiatura di ghisa. E sono un martelletto per ogni corda. Altre volte sono il corno inglese dell’introduzione del terzo atto del Tristan und Isolde di Wagner o il lamento del fagotto all’inizio de Le Sacre du Printemps di Stravinsky, o il controfagotto che fa la bestia ne La belle et la bête nell’impenetrabile e gentilissimo Ravel di Ma mère l’oye.
I compositori di soggettiva inclinazione esprimono nel quartetto d’archi la migliore formazione di musica da camera. Fare musica da camera è fare un discorso. Anche più d’uno. Mettersi d’accordo per le prove. Fare le prove. Esibirsi durante il recital. La socialità è insita nella musica da camera. E l’ascolto è essenziale. Senza ascolto non c’è dialogo e senza dialogo la comunicazione è interrotta.
Il processo creativo del compositore – come quello dello scrittore del regista del pittore – non è sempre noto. Anche il linguaggio musicale può vantare diritti fondati all’originalità. Per passare da un’idea all’altra (anche qui si torna alle idee) ci vuole un ponte. Ma i ponti ci vogliono sempre. Il collegamento delle idee è alla base del discorso musicale, aperto alle menti semplici come a quelle più complesse. È una cosa immateriale, ma si vende e si fa. Come i profumi. Se li spruzzi non li vedi, ma li senti. All’idea germinale si fondono altre idee. Le idee si possono allungare, si possono sviluppare, si possono concludere e riportare a casa.
I narcotici cui siamo sottoposti quotidianamente rompono la linea della cultura perché ne alterano la percezione. Irresistibilmente siamo attratti dalle cose che spesso non hanno un nome. La continuità della musica è la sua effusione. È la sua stessa essenza. Come l’essenza dell’uomo. L’anima non si divide mai dal corpo e noi facciamo dei discorsi perché abbiamo una mente che ci anima.
Non vedo soluzioni mediche o scientifiche per curare le idee. Ma forse una soluzione “anti-contagio” per evitare di essere divorati dalla povertà del sentire in cui siamo indecorosamente avvolti potrebbe essere l’ascolto. L’ascolto si deve schiarire, si deve ripulire, si deve liberare dai nemici che lo distolgono dall’ascolto stesso. L’ipersensibilità neurale può essere alle volte dolorosa e pericolosa ma nelle parole di P. Coelho – “Il vero io è quello che tu sei, non quello che hanno fatto di te“ – voglio intravedere un’ipotesi risolutiva per ripensarsi e reagire al taedium vitae, come da antiche prescrizioni, consapevoli che tutto parte sempre da noi stessi.
EUGENIA TAMBURRI
Pianista e attrice, Eugenia Tamburri si laurea in Etnomusicologia e in Massmediologia presso Sapienza Università di Roma e in Musica da Camera presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma. Ha condotto programmi radiofonici di interesse musicologico. Concertista, incide dischi per la Digital Records.