L’intelligenza artificiale trasforma il manuale in un contenuto adattivo, personalizzato e continuamente aggiornabile.
Per secoli abbiamo cambiato quasi tutto della scuola tranne uno dei suoi oggetti fondamentali. Sono cambiati gli edifici, le metodologie didattiche, gli strumenti di scrittura, le tecnologie, le modalità di valutazione e perfino il rapporto tra docente e studente, ma il libro di testo ha conservato una caratteristica sorprendentemente stabile: qualcuno seleziona e organizza una conoscenza prima che lo studente inizi ad apprenderla, la fissa in una sequenza e quella sequenza rimane sostanzialmente uguale per tutti. Persino la digitalizzazione ha modificato soprattutto il supporto, trasformando pagine di carta in ebook, arricchendole con video, link, esercizi e contenuti multimediali, senza mettere realmente in discussione la natura dell’oggetto. L’intelligenza artificiale generativa potrebbe invece produrre una discontinuità molto più profonda, perché rende tecnicamente possibile separare il contenuto educativo dalla forma definitiva nella quale viene pubblicato.
I segnali sono già visibili. L’OECD Digital Education Outlook 2026 descrive sistemi di GenAI educativa capaci di trasformare strumenti digitali tradizionalmente rigidi in agenti pedagogici che modificano domande, suggerimenti e strategie attraverso interazioni linguistiche dinamiche; nello stesso rapporto, l’OCSE sottolinea però che l’aumento della qualità della prestazione ottenuto attraverso strumenti general purpose non produce automaticamente apprendimento e insiste sulla necessità di progettare questi sistemi sulla base di principi pedagogici espliciti (OECD, Digital Education Outlook 2026: Exploring Effective Uses of Generative AI in Education, OECD Publishing, 2026, https://doi.org/10.1787/062a7394-en). Anche la ricerca sperimentale comincia a esplorare libri digitali nei quali modelli linguistici e sistemi di generazione delle immagini producono materiali supplementari adattati alla lettura: uno studio del 2025 su un prototipo di textbook interattivo basato sulla GenAI ha rilevato, su un piccolo campione sperimentale, un miglioramento di 7,5 punti percentuali nei test successivi alla lettura quando testo e materiali visuali generati venivano integrati nel percorso (Morita et al., GenAIReading: Augmenting Human Cognition with Interactive Digital Textbooks Using Large Language Models and Image Generation Models, 2025, https://arxiv.org/abs/2503.07463). Sono ancora evidenze iniziali, ma indicano una direzione precisa: il contenuto didattico sta iniziando a diventare computazionale.
Immaginiamo allora un manuale di storia che non contenga semplicemente un capitolo sulla Rivoluzione francese, ma sia capace di generarlo in forme differenti nel momento in cui viene utilizzato. Uno studente potrebbe ricevere una ricostruzione introduttiva, un altro una lettura basata sulle fonti, un terzo una simulazione nella quale confrontare le posizioni dei diversi gruppi sociali, mentre uno studente con difficoltà linguistiche potrebbe ottenere lo stesso nucleo concettuale attraverso un lessico più accessibile. Il sistema potrebbe trasformare una pagina in un podcast, generare una linea temporale, costruire domande socratiche, proporre un confronto con un evento contemporaneo o modificare la difficoltà della spiegazione sulla base delle risposte precedenti. Non avremmo più soltanto un libro digitale, ma un contenuto capace di cambiare forma mentre viene attraversato.
La differenza è enorme. Nel modello editoriale tradizionale la personalizzazione avviene dopo la pubblicazione: il docente sceglie quali parti utilizzare, aggiunge spiegazioni, semplifica, approfondisce, integra altre fonti. Nel modello generativo una parte di queste trasformazioni può avvenire in tempo reale. Il libro non sarebbe più soltanto il deposito della conoscenza, ma potrebbe diventare un’interfaccia tra una base autorevole di contenuti, il progetto didattico del docente e le caratteristiche dello studente. Non cambierebbe soltanto il modo in cui leggiamo un libro. Cambierebbe ciò che intendiamo per libro.
È proprio qui, però, che la promessa tecnologica incontra il problema educativo. Un manuale tradizionale possiede limiti evidenti, ma anche una qualità che rischiamo di apprezzare soltanto quando cominciamo a perderla: la stabilità. Autori, curatori, revisori ed editori assumono la responsabilità di selezionare, verificare e organizzare un corpus di conoscenze prima che arrivi nelle mani dello studente. Un contenuto generativo introduce invece una variabile nuova: due studenti potrebbero formalmente studiare lo stesso argomento senza ricevere esattamente lo stesso contenuto. Se una spiegazione viene prodotta o riorganizzata in tempo reale, diventa necessario stabilire quale parte sia stata validata, quale sia stata generata, quali fonti siano state utilizzate e chi risponda di un eventuale errore.
Non è un’obiezione marginale. UNESCO riconosce nella GenAI opportunità importanti per l’accesso e la personalizzazione dell’apprendimento, ma accompagna questa prospettiva con richiami espliciti a equità, sicurezza, privacy, governance e tutela dei diritti dei discenti (UNESCO, AI and education: Protecting the rights of learners, 2025, https://www.unesco.org/en/articles/ai-and-education-protecting-rights-learners). (UNESCO) Il problema diventa ancora più evidente quando consideriamo che un contenuto educativo non è una semplice risposta informativa. Deve essere scientificamente corretto, coerente con il curricolo, adeguato all’età, pedagogicamente significativo e inserito dentro una sequenza che consenta di costruire conoscenza progressivamente. Generare un testo è facile. Generare un buon contenuto educativo è un problema completamente diverso.
Si apre inoltre una questione culturale ancora più grande. Un libro di testo non contiene soltanto informazioni, ma opera inevitabilmente una selezione. Stabilisce quali autori leggere, quali eventi considerare centrali, quali immagini utilizzare, quale lessico adottare e quali connessioni costruire tra gli argomenti. In altre parole, incorpora una visione della conoscenza. Quando questa funzione viene trasferita, anche parzialmente, a un sistema generativo, dobbiamo domandarci quali criteri guidino quella selezione, quali fonti alimentino il modello e quale pluralità culturale venga preservata. Dietro ogni contenuto generato esiste comunque una scelta editoriale, anche quando quella scelta diventa invisibile perché viene compiuta da un algoritmo.
Forse, quindi, l’intelligenza artificiale non decreterà affatto la morte del libro di testo. Potrebbe invece costringerci a inventarne una forma completamente nuova: non più un volume chiuso e identico per tutti, ma nemmeno un flusso incontrollato di contenuti prodotti dalla macchina. Potremmo immaginare libri generativi certificati, costruiti su nuclei di conoscenza verificati da autori ed editori ma capaci di adattare rappresentazione, profondità, linguaggio ed esperienza didattica alle esigenze dello studente. La pagina cesserebbe di essere il prodotto finale e diventerebbe una delle infinite possibili manifestazioni di un contenuto educativo più profondo.
A quel punto, però, la domanda non sarebbe più se il libro di testo sopravvivrà all’intelligenza artificiale. Sarebbe molto più interessante chiedersi chi sarà l’autore di un libro che non viene mai letto due volte nello stesso modo.
Se il contenuto educativo diventa dinamico, il primo soggetto destinato a cambiare non è necessariamente lo studente, ma l’autore. Nel modello editoriale tradizionale il rapporto tra autore e lettore è lineare: qualcuno scrive un testo, un editore lo seleziona e lo verifica, il libro viene pubblicato e migliaia di studenti incontrano sostanzialmente lo stesso contenuto. In un ambiente generativo questa catena potrebbe diventare molto più complessa. L’autore continuerebbe a definire concetti, fonti, interpretazioni e struttura disciplinare, ma tra il suo lavoro e lo studente comparirebbe un’intelligenza artificiale capace di modificare continuamente la forma attraverso cui quella conoscenza viene presentata. L’autore non scriverebbe più soltanto pagine: progetterebbe lo spazio entro il quale possono essere generate molteplici versioni pedagogicamente controllate dello stesso sapere.
Anche l’editore assumerebbe una funzione differente. Il suo valore non dipenderebbe più esclusivamente dalla produzione e distribuzione di contenuti, perché la capacità di generare testi, immagini, esercizi e materiali multimediali diventerà progressivamente disponibile a costi sempre più bassi. La vera risorsa scarsa potrebbe diventare l’autorevolezza. In un ambiente nel quale è possibile produrre quantità praticamente illimitate di materiale didattico, aumenterà il valore di chi garantisce che quel materiale sia corretto, aggiornato, coerente con il curricolo e costruito secondo criteri pedagogici verificabili. L’editore potrebbe quindi evolvere da produttore di un oggetto finito a garante di un ecosistema di conoscenza, certificando fonti, modelli, regole di generazione e processi di controllo.
Potremmo chiamare questo nuovo oggetto contenuto educativo generativo certificato. Il nucleo disciplinare rimarrebbe validato da autori, esperti, docenti ed editori, mentre l’intelligenza artificiale potrebbe trasformarne dinamicamente la rappresentazione senza modificarne arbitrariamente i fondamenti. Una spiegazione potrebbe diventare più semplice o più complessa, assumere una forma visuale o narrativa, essere tradotta, accompagnata da esercizi differenti o collegata agli interessi dello studente, ma dovrebbe essere sempre possibile risalire alla fonte dalla quale deriva, distinguere ciò che è stato validato da ciò che è stato generato e comprendere quali trasformazioni siano state applicate. La personalizzazione avrebbe bisogno di una nuova infrastruttura della fiducia.
È un tema destinato a diventare centrale anche sul piano normativo. Il quadro europeo sull’intelligenza artificiale attribuisce particolare attenzione ai sistemi utilizzati nell’istruzione quando possono incidere sull’accesso, sulla valutazione o sulle traiettorie educative, mentre le regole sulla protezione dei dati pongono vincoli specifici quando vengono trattate informazioni personali, soprattutto relative ai minori. A queste questioni si aggiunge il diritto d’autore: quali opere possono alimentare un sistema generativo, come deve essere attribuito il contributo degli autori e quale status assume un contenuto prodotto dinamicamente attraverso l’interazione tra materiali editoriali e modelli artificiali? L’Unione Europea sta costruendo progressivamente il proprio quadro di governance dell’AI proprio attorno a principi di trasparenza, responsabilità e tutela dei diritti fondamentali (European Commission, AI Act, https://digital-strategy.ec.europa.eu/en/policies/regulatory-framework-ai). Il libro generativo non sarà quindi soltanto una nuova tecnologia editoriale, ma un nuovo oggetto giuridico, pedagogico e culturale.
In questo scenario diventa ancora più importante il ruolo del docente. Se l’intelligenza artificiale può produrre molteplici percorsi attraverso lo stesso contenuto, qualcuno dovrà decidere quali trasformazioni siano educativamente appropriate. L’insegnante potrebbe diventare il curatore dell’esperienza generativa, stabilendo quali fonti utilizzare, quali livelli di personalizzazione consentire, quali contenuti mantenere comuni all’intera classe e quali lasciare invece adattare alle caratteristiche individuali. L’AI potrebbe personalizzare il modo di raggiungere la conoscenza senza necessariamente personalizzare la conoscenza stessa. Questa distinzione è fondamentale, perché permette di preservare uno spazio culturale condiviso pur riconoscendo la diversità dei percorsi attraverso i quali gli studenti vi accedono.
Ed è forse proprio questo il punto sul quale dovremo prestare maggiore attenzione. La scuola non serve soltanto a permettere a ogni studente di apprendere nel modo più efficace possibile. Costruisce anche un patrimonio comune di riferimenti, linguaggi, opere, eventi e concetti attraverso i quali una comunità riesce a comunicare con sé stessa. Se la personalizzazione dei contenuti diventasse totale, potremmo arrivare al paradosso di avere studenti perfettamente formati individualmente ma culturalmente sempre meno capaci di condividere uno stesso terreno. Un adolescente potrebbe incontrare Dante attraverso una spiegazione visuale, un altro attraverso un dialogo simulato, un altro ancora attraverso un podcast personalizzato, ma tutti devono continuare a incontrare Dante. La differenza tra personalizzare l’accesso al sapere e personalizzare il sapere stesso potrebbe diventare una delle grandi questioni pedagogiche dell’era generativa.
Questo scenario suggerisce anche una possibile evoluzione dell’editoria educativa. Il libro potrebbe smettere di essere un prodotto acquistato una volta e diventare un ambiente continuamente aggiornato, nel quale contenuti certificati, intelligenza artificiale, contributi dei docenti e attività degli studenti convivono. L’edizione non sarebbe più definita soltanto dall’anno di pubblicazione, ma dalla versione delle fonti, dei modelli e delle regole pedagogiche utilizzate. La tracciabilità assumerebbe quindi un’importanza decisiva: ogni contenuto generato dovrebbe poter dichiarare da quali materiali deriva e quali trasformazioni ha subito. In un mondo di contenuti infiniti, sapere da dove proviene ciò che stiamo leggendo potrebbe diventare più importante della quantità di ciò che possiamo leggere.
Naturalmente tutto questo non significa che il libro tradizionale sia destinato a scomparire. Potrebbe accadere esattamente il contrario. Proprio mentre aumenteranno contenuti dinamici e personalizzati, il testo stabile potrebbe acquisire un nuovo valore come riferimento comune, oggetto deliberatamente non adattivo che costringe lettori differenti a confrontarsi con le stesse parole. Carta e algoritmo potrebbero quindi convivere, svolgendo funzioni differenti. Il futuro dell’editoria educativa potrebbe non essere la sostituzione del libro, ma la nascita di un ecosistema nel quale contenuti stabili e contenuti generativi si completano reciprocamente.
La trasformazione più profonda riguarda allora qualcosa che precede persino la tecnologia. Per cinque secoli abbiamo pensato al contenuto come a qualcosa che viene scritto prima di essere letto. L’intelligenza artificiale introduce la possibilità che una parte di quel contenuto venga invece costruita durante l’atto stesso dell’apprendimento. È un passaggio enorme, perché separa definitivamente la conoscenza dalla forma attraverso cui viene rappresentata.
Forse il libro di testo non sta morendo. Sta perdendo la pagina come propria unità fondamentale. Al suo posto potrebbe nascere un oggetto educativo nuovo: una conoscenza certificata ma fluida, comune nei fondamenti e personale nelle forme, capace di trasformarsi continuamente senza perdere autorevolezza. E la domanda decisiva non sarà più quale libro mettere nello zaino di ogni studente, ma quale ecosistema di conoscenza vogliamo mettere nelle sue mani.
Il prof. Carlo Maria Medaglia è delegato del Rettore per la Terza Missione, Innovazione Didattica ed Intelligenza Artificiale, presidente della Commissione Spin Off e presidente della Commissione Rapporti con gli Enti Esterni dell’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI TELEMATICA IUL