Al Pink Mobility Day ci si accorge che l’AI spesso fa lavorare di più, in una discriminazione artificiale.
L’intelligenza artificiale si sta affermando come una delle principali forze di trasformazione nei modelli organizzativi e produttivi delle imprese, incidendo su processi decisionali, selezione del personale e strategie operative, ma la crescente diffusione di algoritmi e sistemi automatizzati apre una questione che va oltre l’innovazione tecnologica: il rischio che le nuove tecnologie riproducano o amplifichino stereotipi e disuguaglianze già presenti nella società e nelle organizzazioni. Il tema è stato al centro della quinta edizione del Pink Mobility Day, appuntamento che ha riunito a Milano manager, imprenditrici e professioniste del mondo della mobilità per riflettere sulle implicazioni dell’intelligenza artificiale nel lavoro e, in particolare, su quella che viene definita discriminazione artificiale. L’evento ha offerto un confronto trasversale tra imprese, associazioni di settore e centri di ricerca, con l’obiettivo di individuare strumenti e strategie capaci di guidare l’adozione tecnologica in una prospettiva di equità e sostenibilità sociale.
I dati presentati nel corso dei lavori delineano un contesto di forte accelerazione nell’utilizzo dell’AI, sia nella vita quotidiana sia nelle attività professionali. L’impiego degli strumenti digitali avanzati appare ormai diffuso tra le diverse generazioni e livelli di istruzione, mentre le aziende mostrano un crescente interesse verso le applicazioni legate alla produttività e all’innovazione organizzativa. Secondo analisi condotte dall’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, oltre sette grandi imprese italiane su dieci hanno già avviato sperimentazioni in questo ambito, mentre più della metà ha adottato strumenti di intelligenza artificiale generativa per supportare le attività lavorative individuali, collocando il Paese su livelli di diffusione superiori rispetto ad altri principali mercati europei.
Accanto alle opportunità, tuttavia, emerge la consapevolezza che la tecnologia non sia un elemento neutrale. Gli algoritmi, infatti, apprendono dai dati disponibili e possono incorporare distorsioni culturali o organizzative già esistenti, influenzando le modalità con cui vengono valutate competenze, performance e potenziali percorsi di carriera. In settori storicamente caratterizzati da squilibri nella rappresentanza, come quello dell’automotive e della mobilità, la questione assume una rilevanza ancora più evidente, richiedendo un approccio strategico che integri innovazione tecnologica e politiche di inclusione. Il confronto tra i partecipanti ha evidenziato come l’adozione dell’intelligenza artificiale stia modificando non solo le modalità operative, ma anche la percezione stessa del lavoro e del benessere professionale: se da un lato lo sviluppo tecnologico è considerato da una larga parte della popolazione un fattore di semplificazione e accesso a nuove opportunità, dall’altro cresce l’attenzione verso le conseguenze legate all’intensificazione dei ritmi lavorativi, alla ridefinizione delle responsabilità e alla necessità di governare i processi con maggiore consapevolezza.
La sfida per le imprese non consiste unicamente nell’introdurre nuove soluzioni digitali, ma nel costruire modelli organizzativi capaci di orientare l’innovazione verso obiettivi di equità, trasparenza e sostenibilità. L’intelligenza artificiale, infatti, può rappresentare una leva di progresso solo se accompagnata da una governance attenta agli impatti sociali e culturali, in grado di trasformare la tecnologia in uno strumento al servizio delle persone e non in un fattore di ulteriore disuguaglianza.
Per Nataliia Roskladka, ricercatrice senior dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano:
“Secondo diversi studi, l’AI non necessariamente riduce il carico di lavoro: al contrario, tende a intensificarlo, spingendo i lavoratori a fare di più, in più ambiti e spesso per più tempo, senza ridurre davvero lo sforzo complessivo. Questo ci invita a riflettere non solo sulle tecnologie in sé, ma su come vengono integrate nei processi e nelle culture aziendali: l’obiettivo non dovrebbe essere solo aumentare la produttività, ma anche capire come gestire responsabilmente il lavoro che ne deriva, per evitare carichi insostenibili e promuovere un uso dell’AI che sia efficace e sostenibile.”
La Redazione
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