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ANNAROSA RACCA: FARMACIE, UNA FUNZIONE SOCIALE
NON ASSOLTA DAI SUPERMERCATI

a cura di
SERENA PURARELLI


Annarosa Racca, presidente
della Federazione Nazionale
dei Titolari di Farmacie

«Il nostro settore
è in sofferenza,
si registrano i primi
fallimenti; il 65 per cento
delle farmacie lavora nei piccoli paesi, non hanno mai visto grandi
guadagni, ma il loro
servizio è fondamentale
grazie alla distribuzione capillare che sarebbe messa a rischio
dalla liberalizzazione»

opo la laurea in Farmacia avevo scelto la carriera accademica ed ero già avanti nel mio lavoro come ricercatrice. Ma quando sono entrata in farmacia mi sono innamorata di questo lavoro e ho abbandonato l’Università malgrado molti cercassero di dissuadermi, e non mi sono mai pentita di questa decisione. Mio padre era un medico affermato e la farmacia ho dovuto acquistarla, come molti miei colleghi, accollandomi un mutuo che mi ha accompagnato per molti anni». Esordisce così Annarosa Racca, dal maggio 2008 presidente nazionale della Federfarma, prima donna, riconfermata nella carica nell’estate scorsa con una maggioranza ancor più convinta. Milanese, elegante, al nome leggiadro accompagna la tempra di una vera combattente, pronta a contestare punto per punto tutte le argomentazioni portate a sostegno delle liberalizzazioni del settore annunciate dal Governo Monti. All’indomani della sua prima volta alla presidenza della Federfarma, nel 2008, annunciò un programma fitto di impegni, che andavano dalla difesa del ruolo della farmacia - per soddisfare in maniera sempre più efficace le mutate esigenze dei cittadini di un Paese con un crescente numero di anziani e di malati cronici -, all’offerta di nuovi servizi. Impegni ribaditi anche oggi, rivendicando l’esigenza di riconoscere e valorizzare il ruolo della farmacia, ma senza pregiudizi nei confronti di quello che è e deve rimanere uno dei presidi sanitari più vicini e accessibili al cittadino. «Negli ultimi anni le farmacie sono cambiate molto, con orari più flessibili e con l’offerta di nuovi servizi, ma occorre soprattutto difendere e valorizzare quelle dei piccoli centri rurali, spesso unica struttura sanitaria disponibile a tempo pieno».
Domanda. Lobby, trasmissione ereditaria, monopolio: sono le accuse rivolte più spesso alla categoria. Secondo l’opinione comune, il farmacista è uno fortunato che si arricchisce grazie a un privilegio antico e obsoleto. È così?
Risposta. Non lo è più, da tempo. Da una mia piccola ricerca nell’area di Milano risulta che negli ultimi tre anni quasi il 70 per cento delle farmacie è stata oggetto di compravendita. Ciò significa quasi sempre l’impegno di un mutuo che graverà per almeno 15-20 anni sul farmacista. Né mi sembra giusto criminalizzare i passaggi ereditari, che sono circa il 20 per cento e comunque con trasferimenti a soggetti che hanno frequentato per 5 anni l’università e compiuto 2 anni di tirocinio. Non vedo cosa ci sia di male nell’ereditare l’attività svolta da un genitore, così come avviene per altre professioni e aziende. Quanto all’accusa di essere lobbisti e monopolisti, mi domando su cosa si basi. Se fossimo davvero una potente lobby non ci troveremmo nella situazione attuale. Quanto alla distribuzione, vorrei ricordare che sono molti i farmaci usciti dalle farmacie negli ultimi anni. La legge 405 del 2001 ha affidato alle ASL l’erogazione di farmaci nuovi e gli ospedali dispensano i medicinali di fascia H ai pazienti anche per i cicli terapeutici successivi alla dismissione. Sempre dal 2001 non sono più venduti nelle sole farmacie vaccini e prodotti veterinari e dal 2006 anche i prodotti da banco. Ora si vogliono portare fuori anche i farmaci di fascia C con ricetta. Entro 120 giorni, se non prima, il Ministero della Salute e l’Aifa dovranno redigere la lista di quelli che saranno vendibili anche fuori delle farmacie: veri e propri farmaci che in nessun Paese europeo sono venduti fuori della farmacia, non prodotti da banco.
D. Qual’è la differenza?
R. Tra i farmaci di fascia C rientrano gli ormoni iniettabili, gli antibiotici, i psicofarmaci, ciò che spiega perché per questi prodotti è previsto l’obbligo di ricetta. Renderne libera la vendita nelle parafarmacie e nella grande distribuzione contrasta, tra l’altro, con l’impegno, che tutti dobbiamo aver presente, a non incentivarne inutilmente il consumo. Non solo per ragioni economiche, ma anche e soprattutto a tutela della salute di tutti. Parliamo di farmaci il cui uso può e deve essere sempre controllato per evitare effetti e interazioni dagli esiti imprevedibili, anche fatali. La vendita di questa tipologia di farmaci è rigorosamente regolamentata in tutti i Paesi europei e la stessa Gran Bretagna, la più liberista in materia, sta procedendo a una revisione delle proprie posizioni.
D. Liberalizzare questi farmaci consentirebbe di abbassarne i prezzi?
R. Anche questa è una convinzione errata. Sarebbe ora di sfatare, una volta per tutte, la convinzione che le farmacie guadagnano ciò che vogliono. È vero esattamente il contrario. Il nostro settore è in grandissima sofferenza, tanto che cominciano a registrarsi i primi fallimenti di farmacie. Non tutti lavorano nelle grandi città, il 65 per cento delle farmacie italiane sono farmacie rurali che non hanno mai visto grandi guadagni. Il loro è un servizio fondamentale svolto attraverso una distribuzione capillare che l’Europa ci invidia, e che sarebbe certamente messo a rischio da una liberalizzazione che non tenga conto delle peculiarità italiane. Le farmacie rurali sono presenti persino in piccoli agglomerati privi di ufficio postale, di scuole, della caserma dei Carabinieri. Quale unico presidio sanitario sul territorio, il farmacista rurale svolge una funzione sociale delicatissima perché è a disposizione degli utenti 24 ore al giorno, per 365 giorni l’anno. È per questo che il decreto legislativo n. 153 del 2009 riconosce a questi professionisti un’indennità di residenza. La liberalizzazione non riduce di per sé i prezzi e non deve essere questo l’obiettivo. Si tratta di un argomento da respingere al mittente per due ragioni, la prima delle quali è che i prezzi non sono liberi ma fissati dallo Stato. Il prezzo è fissato dallo Stato sulla base di una trattativa con le aziende produttrici, e per il 70 per cento va a remunerare produttore e distributore in misura fissa come stabilito dallo Stato. Le farmacie sono pagate in percentuale sul prezzo praticato al pubblico, peraltro sempre più basso dopo l’introduzione dei farmaci generici, e sempre su un minor numero di farmaci. Senza contare gli sconti praticati per legge al Servizio Sanitario Nazionale. Solo se il prezzo diventerà libero potrò decidere se e quale sconto praticare. Al momento la concorrenza non c’è e non per colpa nostra, né della lobby, né del monopolio dei farmacisti. Non vorrei poi si dimenticasse che i farmaci non sono beni di consumo qualunque di cui incentivare l’uso grazie a una riduzione del prezzo. Le farmacie devono adeguarsi ai cambiamenti della società, ma sempre in una logica che punti alla miglior tutela della salute del cittadino. Ciò può essere possibile solo con l’appoggio del Governo e della Regione, e non certo attraverso contrapposizioni ideologiche. Rivedere la normativa, stipulare nuove convenzioni con il Servizio Sanitario Nazionale allo scopo di mantenere l’efficienza del servizio farmaceutico e permetterne lo sviluppo, nel quadro delle compatibilità economiche della farmacia e delle Regioni: sono questi i veri obiettivi.
D. Il presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti insiste sugli obiettivi della competitività, del confronto, della concorrenza; il ministro della Salute, Renato Balduzzi, sostiene che occorre aprire il sistema, troppo rigido a suo giudizio. Hanno ragione?
R. Nel nostro Paese il numero di farmacie per abitante, 3.374, è perfettamente in linea con la media europea, 3.323. La Federfarma è disponibile a rivedere il quorum delle farmacie per incrementare il servizio dove serve, favorendo nuovi concorsi. Ma è necessario tener conto dei livelli di sostenibilità dei nuovi provvedimenti, perché l’attuale presenza delle farmacie nel territorio nazionale è già capillare. La normativa vigente prevede elementi di elasticità rispetto al rapporto fissato per legge, una farmacia ogni 4 mila abitanti nei Comuni con più di 12.500 abitanti, e una ogni 5 mila abitanti nei Comuni con popolazione inferiore, che consentono di adattare la presenza alla conformazione territoriale. Esiste almeno una farmacia in ciascuno degli oltre 8 mila Comuni italiani e, per assicurare il servizio anche nei centri così piccoli da non permettere a una vera e propria farmacia di sopravvivere, sono aperti armadi farmaceutici, gestiti di solito dalla farmacia più vicina. Quello che invece occorre aprire è l’accesso alla professione, semplificando e accelerando i concorsi, con procedure più snelle. È intollerabile che un concorso indetto nel 2007, svolto nel 2010, sia ancora bloccato per via dei ricorsi. Non smetterò poi di insistere sul fatto che aumentare la concorrenza non può e non deve significare aumentare i consumi di farmaci. Il nostro impegno rimane quello di limitarne l’uso alle effettive necessità, a garanzia della salute dello Stato e del cittadino. Perché il nostro timore è che alla fine non ci sia alcun vantaggio per i cittadini. Nei Paesi in cui le farmacie sono state liberalizzate, la distribuzione dei farmaci è finita nelle mani delle grandi catene, che hanno fatto solo i propri interessi.
D. Quali sono le vostre proposte?
R. Stipulare una nuova convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale, riportare anche i farmaci di nuova generazione in farmacia, garantire e rafforzare il nostro ruolo come servizio di presidio sanitario. I punti di forza della farmacia sono la capillarità, sin qui garantita dalle regole; la facilità di accesso, per orari e turni; la disponibilità all’ascolto; l’informatizzazione; il legame con il Servizio Sanitario. Si tratta di potenziare la nostra capacità di assistenza territoriale, trasferendo alcune attività dall’ospedale al territorio per portare la sanità più vicino al cittadino; si può razionalizzare la spesa e rendere così il sistema più sostenibile. Le 17.600 farmacie sono collegate tra loro e, mettendo in rete anche medici e ospedali, sarebbe possibile assistere al meglio il cittadino, riducendo il ricorso al ricovero ospedaliero. La creazione di sinergie tra operatori consentirebbe di ottimizzare i tempi di intervento e l’uso delle risorse, favorendo l’attivazione dei nuovi servizi di cui al decreto legislativo n. 153 del 2009.
D. Che cosa fa il Ministero?
R. Il ministro della Salute ha predisposto i primi tre decreti attuativi sui nuovi servizi che riguardano le autoanalisi di prima istanza, la presenza in farmacia di altri operatori sanitari e la prenotazione per via telematica di prestazioni ambulatoriali. Ora questi servizi sono cominciati in farmacia. Ma la loro attuazione concreta e coordinata in regime di Servizio Sanitario è demandata alla convenzione farmaceutica nazionale e ai successivi accordi regionali. È in questa sede che dovranno essere definiti requisiti, modalità, remunerazione alle farmacie.
D. Quali attività potreste svolgere?
R. Assistenza domiciliare integrata al supporto delle attività del medico o del pediatra, consegna a domicilio di farmaci e dispositivi medici, dispensazione per conto delle strutture sanitarie dei farmaci a distribuzione diretta, monitoraggio dei pazienti cronici, erogazione di servizi nell’ambito di programmi di educazione e prevenzione, prestazioni analitiche di prima istanza, prenotazione di prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale nelle strutture pubbliche e private. Sono molte le attività che potremmo fare con consistenti vantaggi per il cittadino e per lo Stato. Si tratta di trovare modi più intelligenti per remunerare servizi che vanno anche riconosciuti giuridicamente.
D. Come sviluppare il servizio?
R. Spostare i prodotti dalla farmacia alla parafarmacia non crea di per sé alcuno sviluppo, determina solo una diversa ripartizione. La nostra è un’attività che opera da oltre otto secoli, riconosciuta e apprezzata dai cittadini, come dimostra anche una recente indagine sul gradimento dei servizi del CFMT. Dietro una farmacia ci sono, oltre alla preparazione scientifica, responsabilità, organizzazione, controlli. È questa mole di lavoro che le dà valore e il potenziamento del suo ruolo consentirebbe un reale controllo dell’andamento delle terapie, riducendo gli sprechi e conseguendo sia risparmio sia miglioramento del servizio. Oltre naturalmente a un rafforzamento della presenza territoriale della farmacia.
D. Ma saranno esaudite le istanze dei giovani farmacisti?
R. Sono sacrosante e vanno soddisfatte ma non certo facendoli diventare dipendenti di un supermercato. La nostra laurea ci consente di lavorare in tutta Europa e non credo che l’obiettivo di chi ha impegnato cinque anni per gli studi e due di apprendistato sia quello di rendere conto di una maggiore o minor vendita di prodotti, anziché di fornire, in scienza e coscienza, il servizio di cui il cittadino ha maggiore bisogno.
D. Ma se ogni tentativo di liberalizzazione viene ostacolato, non si giustifica l’accusa all’Italia di immobilismo?
R. Dinanzi alle stesse accuse nel 2007 Nicholas Sarkozy, appena eletto alla presidenza della Repubblica francese, affidò a una Commissione presieduta da Jacques Attali, ex consigliere di François Mitterrand, e della quale fecero parte anche due italiani, l’on. Franco Bassanini e il prof. Mario Monti, di elaborare una serie di proposte per rispondere ai rilievi mossi dalla Commissione europea nei confronti della Francia. La Commissione affrontò anche il tema della farmacia e del farmaco avanzando proposte analoghe a quelle formulate in Italia e per certi versi ancor più radicali: abolizione della pianta organica, sia pure temperata da incentivi per favorire l’insediamento di farmacie in aree svantaggiate; ingresso dei capitali nella proprietà delle farmacie, senza alcuna limitazione quanto alla natura di questi capitali; e fuoriuscita dei farmaci da banco dalla farmacia. Una ricetta molto avanzata e moderna alla quale Sarkozy rispose con un convinto «no». Gli argomenti usati dal capo dello Stato francese erano i nostri. «Non possiamo ridurre tutto il dibattito alla sola questione dei prezzi», disse Sarkozy, aggiungendo che «in alcuni piccoli Comuni le farmacie rispondono anche alla solitudine delle persone e non solo a quella degli anziani; il consumatore è contento di comprare a prezzi meno cari, ma non desidera vivere in un deserto».
D. Perché siete contrari alla vendita da parte della grande distribuzione di alcuni medicinali non soggetti a prescrizione medica?
R. Nel continuare a spostare risorse in tale settore occorre anche pensare alla copertura del territorio e alla reale missione di pubblico servizio delle farmacie. Vanno soddisfatte le istanze dei giovani farmacisti non facendoli diventare dipendenti dei supermercati; non credo che l’aspirazione di chi ha studiato 5 anni sia quella di rendere conto di una maggiore o minore vendita di prodotti, anzichè di fornire il servizio di cui il cittadino ha bisogno.

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