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RIFORMA PREVIDENZIALE

BLITZ, GOLPE O RIVOLUZIONE:
SI È TRATTATO, PIUTTOSTO,
DI «SOLUZIONE FINALE»

a cura di
UGO NALDI

Roma. La sede centrale dell’INPS

Un regolamento varato
dal Governo con un decreto legge
ratificato dal Parlamento
senza alcun dibattito,
con il voto di fiducia, è illegittimo sotto il profilo costituzionale.
È completamente viziato
l’articolo 10 della legge di stabilità
dove stabilisce che «le norme vigenti
sugli ordinamenti professionali
sono abrogate»; tali
ordinamenti rimangono
pertanto vigenti

a avuto tutte le caratteristiche di un vero e proprio blitz. E l’effetto di una rivoluzione compiuta. Ai primi di dicembre le anticipazioni dei giornali sui possibili interventi in materia di previdenza sembravano le classiche tirate sensazionali destinate a essere ridimensionate dalle misure effettive. Ma quando si sono lette le norme del decreto, diventato legge in venti giorni, si è scoperto che la realtà, per una volta, superava la fantasia giornalistica.
La manovra Fornero-Monti sulla previdenza si è rivelata più drastica, robusta e definitiva di quanto si potesse immaginare. In un sol colpo e, verrebbe da dire, senza colpo ferire rispetto a partiti e sindacati rimasti quasi attoniti e storditi, il pacchetto-pensioni ha mandato in soffitta le pensioni di anzianità, semplicemente, si fa per dire, abolendole; ha elevato l’età pensionabile delle donne nel privato con un salto in avanti senza precedenti; ha esteso il metodo di calcolo contributivo a tutti, rottamando il vecchio, generoso sistema retributivo; ha cancellato privilegi e colpito vantaggi, con una botta del 15 per cento per le rendite superiori a 200 mila euro (il ministro del Lavoro, detto per inciso, la voleva del 25 per cento); ha messo in mora le Casse privatizzate con un ultimatum con tanto di scadenza; e, ultimo ma non ultimo, ha creato quel super-ente Inps-Inpdap che non ha eguali in Europa.
Gli interventi, insomma, sono tosti. Ma, prima di considerarli nel dettaglio, conviene dire subito che non vengono dal nulla. Le azioni sulla previdenza, realizzate dal Governo Berlusconi e, in particolare, dai ministri Maurizio Sacconi e Giulio Tremonti, hanno di fatto preparato il terreno ideale per l’operazione finale messa in atto dal ministro Elsa Fornero. Basterebbe guardare a due aspetti: il collegamento fondamentale tra speranza di vita ed età pensionabile e l’equiparazione immediata dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini nel pubblico impiego.
È verosimile ritenere, però, che lo stesso Governo Berlusconi non avrebbe potuto andare oltre. L’opposizione interna della Lega innanzitutto e quella esterna del Pd e dell’Italia dei valori hanno impedito e avrebbero impedito anche solo di ipotizzare ulteriori strette. La musica è cambiata completamente con l’esecutivo Monti che, non a caso, ha messo subito mano alla previdenza senza passare attraverso i vecchi riti della concertazione politica e sindacale.
Blitz doveva e poteva essere. E blitz è stato. A condurlo in porto, del resto, con tanto di lacrima che non ha guastato, anzi, è stata un ministro che di previdenza se ne intende, anche se la stessa Fornero, non troppo a malincuore, ha dovuto abbandonare in parte le proprie tesi accademiche sul pensionamento flessibile e sui meccanismi volontari di incentivazione-disincentivazione che la Ragioneria generale dello Stato non avrebbe mai accolto per la natura incerta dei risparmi.
Dieci righe di testo e, come d’incanto, sono sparite quote, finestre mobili, canali e canaletti di uscita, tutto quello strumentario partorito dalla fervida immaginazione dei tecnici del Lavoro e del Tesoro nel corso degli anni per imbrigliare e contenere l’anomalia tutta italiana, o quasi, delle pensioni di anzianità che qualcuno aveva anche ribattezzato pensioni di giovinezza. Intendiamoci, niente a che vedere con le rendite baby da 14 anni di contributi che per un paio di decenni hanno fatto la pacchia di dipendenti pubbliche coniugate con prole (uno dei più formidabili incentivi alla procreazione degli anni Settanta). A quelle ci aveva già pensato il Dottor Sottile, Giuliano Amato, che le aveva cancellate nel caldissimo luglio del burrascoso 1992. Neanche a lui, però, era stato concesso di tagliare le unghie alle prestazioni di anzianità.
La Fornero, in una notte (né buia né tempestosa) di fine novembre, ci ha provato, sapendo di riuscirvi. Le pensioni di anzianità non esistono più dal primo gennaio scorso. Al loro posto c’è solo la cosiddetta pensione anticipata, che è ben altra cosa: serviranno ben 42 (41 per le donne, bontà sua) anni di lavoro per lasciarlo. Serviranno, ma non è detto che basteranno, perché se si ha meno di 62 anni, ecco che scatterà una tagliola sotto forma di penalizzazione dell’1-2 per cento sull’importo della rendita per ogni anno mancante alla fatidica soglia.
L’altra decisiva stretta riguarda le pensioni di vecchiaia e, in particolare, l’età minima per accedervi. La parola magica è convergenza. Da inizio anno l’età per ottenerle è di 66 anni per gli uomini di tutti i settori e per le donne del pubblico impiego. Le donne dipendenti del privato e le lavoratrici autonome, invece, salgono subito a 62 anni e nel volgere di un lustro arriveranno anche loro, nel 2018, a 66 anni. Un bel balzo in avanti rispetto alla scaletta soft di ascesa prevista in precedenza, che portava all’equiparazione nel 2026. Ma non basta. Sia perché è stabilito che nel 2021 l’età minima non potrà essere inferiore a 67 anni. Sia perché è molto probabile che, già prima di allora, l’età sarà più alta proprio per effetto di quel congegno automatico - l’uovo di Colombo di sacconiana e tremontiana invenzione - che la lega alla speranza di vita.
Ogni triennio e poi ogni biennio l’Istat darà conto di quanto gli italiani camperanno in più e come per sortilegio la via d’uscita dal lavoro si allungherà. Senza trattative estenuanti e addirittura senza norme di legge. Basterà un semplice decreto. Tanto per gradire, e si sa fin da ora, nel 2013 saranno tre mesi in più che si aggiungono ai numeri magici indicati.
E così arriviamo all’altra chiave di volta della riforma che è l’estensione del contributivo a tutti. È un po’ una sorta di ritorno al futuro perché recupera l’ispirazione originaria della riforma Dini del 1995 e la porta al suo naturale compimento. Che cosa significa, è presto detto. Diciassette anni fa la rivoluzione previdenziale, realizzata - per coincidenza ma fino a un certo punto - da un altro Esecutivo tecnico, segnò il passaggio dal metodo di calcolo cosiddetto retributivo, secondo cui l’ammontare della pensione è pari a una certa percentuale della media delle retribuzioni degli ultimi anni di lavoro, a quello contributivo, in base al quale alla base del conteggio è il totale dei contributi versati durante la vita attiva. Solo che allora, per rendere socialmente accettabile il cambio, si decise di ripartire i lavoratori in tre categorie.
Le cronache raccontano che fu l’allora sottosegretario Piero Giarda - oggi, guarda un po’, anche lui ministro del Governo Monti - a inventarsi la soluzione. Tanto che si parlò della mela di Giarda divisa in tre spicchi. Ebbene, del primo spicchio facevano parte coloro che avevano almeno diciotto anni di contributi al 31 dicembre 1995: per loro continuava a valere il vecchio congegno di calcolo. Il secondo spicchio era composto da coloro che avevano meno di diciotto anni di contributi in quel fatidico 31 dicembre: per loro si sarebbe applicato il vecchio sistema fino alle anzianità maturate entro quella data, e il nuovo per quelle successive. Il terzo spicchio era quello relativo a coloro che avrebbero cominciato a lavorare dal primo gennaio 1996: per questi ultimi calcolo tutto contributivo.
A ben vedere, ad essere «toccati» dal nuovo meccanismo sono solo i lavoratori più anziani, perché per gli altri la soluzione era stata già applicata fin dal 1996. Si dirà: una piccola cosa, in fondo. Ma non è così. Il cambiamento ha, comunque sia, l’effetto di segnare un punto di svolta sia perché manda definitivamente al macero anche l’ultimo residuo di retributivo, duro a morire, sia perché porta a compimento, anche in questo caso, un processo di convergenza che restituisce organicità e coerenza all’intero sistema. Ma c’è di più. Il contributivo fa da apripista al cosiddetto pensionamento flessibile, con implicito congegno di incentivi-disincentivi che, sia pure a condizioni rigorose e nella versione hard, trova proprio in quel metodo di calcolo la sua base fondamentale.
È infatti previsto fin da ora che per coloro che vedranno calcolata la pensione interamente con il rinnovato sistema, vi sia un intervallo di età pensionabile compreso tra i 63 e i 70 anni, con conseguenti vantaggi per l’ammontare della rendita a mano a mano che la soglia sale. Il contributivo, del resto, è strettamente legato ad altri due istituti, la totalizzazione e la ricongiunzione, che sono vie per mettere insieme i contributi versati in gestioni diverse e magari frutto di tipi diversi di rapporto di lavoro, subordinato, parasubordinato, autonomo, libero-professionale.
Solo che, mentre nel caso della totalizzazione si è opportunamente provveduto ad eliminare i vincoli che di fatto finivano per far perdere quote notevoli di versamenti, per quel che riguarda la ricongiunzione la partita resta sostanzialmente bloccata da un’inopinata norma senza padri che l’ha resa onerosissima. Il che, in un mercato del lavoro destinato a essere sempre più costituito da mobilità professionale e da carriere discontinue, appare sempre più come un’incongruenza utile solo a rimpinguare ingiustamente le casse degli istituti.
La cifra della convergenza - e in questo senso dell’equità - si ritrova anche in altre due operazioni che erano già cominciate e che la Fornero ha portato avanti: l’equiparazione dell’aliquota contributiva e, dunque, del peso dei contributi sul costo del lavoro; e l’armonizzazione delle regole per le Casse cosiddette privatizzate. Sul primo versante a dover pagare progressivamente di più sono lavoratori autonomi (commercianti e artigiani) e parasubordinati (collaboratori a progetto e figure simili): l’obiettivo, neanche tanto velato, è arrivare all’aliquota unica in modo da rendere, almeno per questo aspetto, neutrale la scelta della tipologia contrattuale da applicare al rapporto di lavoro.
Sul fronte dei liberi professionisti, invece, la soluzione dell’equilibrio dei conti e della armonizzazione di regole e requisiti (e le due cose si tengono) passa, per ora, attraverso un deciso avviso ai naviganti. I vertici delle Casse sono chiamati a darsi un nuovo e più solido assetto nell’arco di pochi mesi. Sullo sfondo la doppia minaccia del commissariamento e dell’accorpamento degli enti o addirittura del passaggio al super-ente Inps-Inpdap. E così, in questa sorta di gioco dell’oca della previdenza, si giunge a un altro dei tasselli essenziali del puzzle, quello della nascita di un mastodonte, l’Inps-Inpdap, che non ha forse pari nei Paesi industrializzati. Anche qui il tratto emergente è sempre quello della convergenza, unito all’esigenza del risparmio per effetto della riduzione dei costi e delle sinergie possibili e realizzabili. Semmai, si tratterà di verificare la tenuta della governance del mega-istituto ed eventualmente intervenire su essa.
A conti fatti, dunque, il blitz appare non solo riuscito ma foriero di una piattaforma stabilizzata e in linea con i migliori sistemi di welfare europei. Bisognerà certo verificare l’impatto sociale della rivoluzione e, contemporaneamente, l’integrazione e la connessione con la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori. Se i canali di comunicazione e le linee di raccordo funzioneranno, a quel punto l’Italia potrà diventare un modello di riferimento che non avrà niente da invidiare ai cosiddetti più evoluti riferimenti nord-europei. Ed anzi, se prevarrà anche una logica di interdipendenza con il welfare garantito dalla rete della bilateralità, in chiave di sussidiarietà, l’operazione potrà avere in cascina il risultato di rispondere a una logica non esclusivamente statalista.
Il merito non sarà solo dell’ultima riforma, ovviamente. Ma di quel lungo processo di aggiustamenti, modulazioni, giri di vite cominciato nel lontano 1992 e proseguito e perseguito per oltre due decenni da tutti i Governi, fatta eccezione per le marce indietro, i ripensamenti e gli allentamenti compiuti durante l’ultimo Governo Prodi.

 

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