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CORSERA STORY


CARLO RICCARDI,
IL VERO KING
DELLA FOTOGRAFIA
D'ASSALTO

L'opinione del Corrierista

 

na sera del 1958 Ivan Kroscenko, fotografo della dolce vita, si presentò in Via Veneto ingiungendo ai colleghi e ai frequentatori abituali della strada di ossequiarlo: «Io sono il re dei fotografi, d’ora in poi dovete chiamarmi King». Ottenne ovviamente l’effetto contrario a quanto si aspettava, qualche sberleffo dai paparazzi presenti e sorrisi ironici per quella che fu ritenuta una battuta spiritosa. Ma di lì a poco si prese la rivincita. Arrivò infatti ad avvalorare il suo invito un giornalista straniero, il quale testimoniò che poco prima l’autorevole Associazione della Stampa Estera in Italia, con sede a Roma in Via della Mercede a fianco del prestigioso Teatro Umberto, nel corso di una cerimonia l’aveva appunto proclamato il «re» dei fotografi romani, anzi, data la lingua prevalente da loro usata, proprio il King.
E lo meritava, se non altro perché era l’unico paparazzo straniero di Via Veneto, addirittura russo, nazionalità all’epoca sottoposta a pesanti restrizioni data l’esistente «guerra fredda» tra i due blocchi Est-Ovest; e particolarmente per lui che svolgeva una professione in un campo molto delicato, quello dell’informazione. Sulle vicende personali e professionali dei fotografi romani, e in particolare di quelli operanti nel settore della dolce vita, potrebbero scriversi non libri ma collane di libri. Non solo volumi di fotografie, certamente interessanti ma poco esplicativi e culturalmente limitati, bensì di cronache, di racconti, di descrizioni non solo curiose ma soprattutto vere, genuine, reali, profondamente umane, di cui sono stati protagonisti decine di fotografi.
Quasi tutti i «grandi», ma anche i minori in servizio nel dopoguerra e nell’epoca della dolce vita sono scomparsi con il loro ricco bagaglio di esperienze e di vita vissuta; ne restano, a mia conoscenza, solo un paio, Carlo Riccardi, Elio Sorci e Lino Nanni, che intrapresero quella professione a distanza di qualche anno l’uno dall’altro. Il primo infatti cominciò quando la seconda guerra mondiale non era appena finita, e fece in tempo a vedere e a fotografare le tristezze, i lutti, le rovine materiali e morali provocate dal conflitto. Questo, forse, sviluppò in lui una grandissima umanità, sentimento contrastante con la risolutezza, la freddezza, l’indifferenza, addirittura la spietatezza che costituiscono le doti necessarie per un fotoreporter.
Erano i tempi dei grandi fotoreportages pubblicati dai primi rotocalchi di successo sorti nel dopoguerra. Memorabile ad esempio fu lo scoop del fotoreporter Ivo Meldolesi che riuscì a scovare, avvicinare, fotografare, intervistare l’allora nemico numero uno dello Stato italiano, il «bandito» siciliano Salvatore Giuliano, che i Carabinieri del colonnello Ugo Luca, poi promosso generale, riuscirono ad eliminare soltanto facendolo assassinare, a tradimento mentre dormiva, dal cugino Salvatore Pisciotta. A sua volta poi ucciso con un caffè avvelenato propinatogli, ovviamente, dallo Stato italiano o comunque grazie alla sua scarsa sorveglianza, nel carcere palermitano dell’Ucciardone.
Il carnet fotografico di Carlo Riccardi è denso di personaggi, episodi, avvenimenti; è una «storia d’Italia foto per foto», a partire dall’ormai leggendario periodo nel quale nelle strade di Roma scorrazzavano le jeep dell’esercito americano, gli alberghi prima requisiti dai tedeschi erano affollati dai comandanti alleati, i lustrascarpe in centro storico, ad esempio fuori della Galleria Colonna, erano chiamati sciuscià semplificando la definizione inglese «shoe-shine».
Ed erano di moda gelati da passeggio chiamati, a causa della loro forma, «banane gelate»; mentre cominciavano a circolare le biciclette a motore «Mosquito», seguite dalle prime «Vespe» e poi dalle «Lambrette»; le signorine troppo disponibili con i militari americani erano chiamate segnorine, e alcune di esse erano definite «marrocchinate» per aver subito violenze sessuali dai reparti di colore facenti parte delle truppe alleate.
Questo il mondo in cui esordì l’obiettivo preciso e attento della macchina fotografica di Riccardi, ovviamente guidato da una profonda sensibilità giornalistica oltreché da un grande senso pratico. Perché le foto non solo bisogna farle, belle, espressive, parlanti, ma un fotoreporter deve pure venderle per campare, soprattutto in quei tempi segnati dal bisogno, così distanti dai guadagni, dall’agiatezza, dal tenore di vita di oggi. Era «L’Italia dei poveri», descritta nei primi anni 50 da Giovannino Russo in un libro che era una raccolta di precisissimi reportages da lui redatti.
In campo artistico e culturale Roma presto adottò le mode parigine alimentate dall’esistenzialismo di maniera dei primi gaudenti del dopoguerra, seguaci di Jean Paul Sartre, di Juliette Greco e di Françoise Sagan. Poi scoppiò la dolce vita. Carlo Riccardi non era un paparazzo, anche se non si vergogna certo di esserlo stato, anzi ne è fiero; una pubblicazione su di lui l’ha definito addirittura il «re dei paparazzi», ma occorrerebbe un libro per spiegare la differenza tra un fotoreporter e un paparazzo.
La dolce vita era un fenomeno di costume estremamente interessante nella storia del dopoguerra italiano, non meno del separatismo siciliano che produsse la strage del primo maggio 1947 di Portella della Ginestra attribuita alla banda di Salvatore Giuliano. Non rappresentava l’Italia postbellica delle stragi, delle lotte politiche e sindacali, delle cariche della Celere, dei morti, della cronaca nera, dei delitti, dei grandi processi. La dolce vita era il riscatto degli italiani dalla povertà, dai sacrifici, dalle privazioni, anche se non era certo accessibile a tutti.
Ma condensava la voglia di avanzare, di migliorare, quanto meno di sperare in un mondo e in un futuro migliore. Fu un fenomeno importantissimo di cui si parla tuttora, perché sarà sempre d’attualità non sono in Italia, anzi più all’estero, nel Nord o in Sud America, che a Roma, Carlo Riccardi fu in prima fila, ma con l’esperienza, la sensibilità e soprattutto l’intuito giornalistico che possedeva. E ha continuato così nei decenni successivi tra obiettivi fotografici, click e personaggi semplici e potenti, umili e famosi. Continua a farlo e a raccontare una vita più romanzesca che romanzata, che si è dilettato via via a ritrarre non solo con la «camera», ma anche con il pennello. Perché è anche un artista, un pittore, un poeta.

Victor Ciuffa

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