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ITALIANI FATALISTI?
SPESSO SOTTOVALUTANO
RISCHI E ASSICURAZIONI

 

di MASSIMILIANO DONA
segretario generale
dell’Unione Nazionale
Consumatori



In Italia vige
un sistema sanitario
e previdenziale pubblico,
al contrario di quei Paesi
nei quali l’assistenza sanitaria
viene garantita solo in seguito
alla sottoscrizione di una polizza, come avviene in Usa;
spesso però tale assistenza
non è sufficiente e in ogni caso
sono molti i settori nei quali
il cittadino rimane «scoperto»

Unione Nazionale dei Consumatori ha appena pubblicato un numero monografico dell’organo di stampa intitolato «Le scelte del consumatore», interamente dedicato al mondo delle assicurazioni. Nell’occasione ha spiegato bene ai lettori cosa significa stipulare una polizza, oltreché in italiano, anche in altre quattro lingue. Perché abbiamo deciso di rivolgerci anche ai consumatori albanesi, rumeni, cinesi ed arabi che vivono nel nostro Paese? Perché questi cittadini sono particolarmente esposti ai rischi derivanti da possibili eventi dannosi fortuiti, quali un incidente alla propria auto o alla propria casa, un infortunio fisico o altro. Se è vero che la popolazione straniera residente in Italia, fra regolari e non, raggiunge una percentuale del 10 per cento, si comprende come siano numerosi anche gli immigrati soggetti ad essere coinvolti in eventi che potrebbero essere coperti da polizze nei settori della casa, del lavoro, degli infortuni e via dicendo.
Peraltro, al contrario di quanto avviene nei Paesi anglosassoni, abituati a considerare il rischio un’eventualità i cui effetti possono stemperarsi condividendolo con il resto della collettività, l’importanza di assicurarsi è spesso sottovalutata dagli italiani, figli di una cultura principalmente fatalista per la quale l’evento dannoso rappresenta una casualità difficilmente governabile. Del resto proprio per questo nacque il concetto di assicurazione: quando, ai tempi delle grandi scoperte geografiche, i conquistatori spagnoli e portoghesi si accorsero che mediamente, su dieci navi che salpavano, ne rientravano soltanto 9; ed intuirono pertanto come convenisse ad ognuno versare una quota a copertura del pericolo che una delle caravelle non tornasse.
Tornando ai giorni nostri, possiamo dire che di questo scarso interesse, tutto italiano, a preoccuparsi di evenienze future è testimone l’Unione Nazionale Consumatori nel proprio compito di garantire i cittadini: iscriversi ad essa, infatti, non ha certo nulla a che vedere con lo stipulare una polizza. Fornire assistenza a un consumatore che spesso si preoccupa delle conseguenze soltanto dopo aver provocato un danno, consente di accertare quanto la prevenzione sia estranea alla nostra cultura. È vero che in Italia vige un sistema sanitario e previdenziale pubblico, al contrario di quei Paesi nei quali l’assistenza sanitaria viene garantita solo in seguito alla sottoscrizione di una polizza, come avviene, ad esempio, negli Stati Uniti; molto spesso però tale assistenza non è sufficiente e, in ogni caso, sono molteplici i settori nei quali il cittadino rimane «scoperto»: infortuni nella vita privata, spese legali e giudiziarie, tutela del nucleo familiare nel caso venga a mancare il capofamiglia ecc.
Ecco perché siamo convinti che il diffondersi di una cultura assicurativa, e prima ancora di una cultura orientata alla prevenzione, sia di fondamentale importanza, specialmente in tempi di crisi, quando anche una semplice frattura, che impedisce di lavorare per qualche giorno, può provocare gravi conseguenze sul piano economico. D’altra parte con ciò non si può trascurare il fatto che, proprio in un momento economicamente difficile, si può essere indotti ad operare tagli anche in ciò che potrebbe essere utile, come ad esempio una polizza.
E inoltre va considerata una generale diffidenza verso le imprese di assicurazioni, dovuta forse alla scarsa fiducia verso tale formula, all’opinabile professionalità di alcuni agenti, a politiche di marketing talvolta aggressive e non sempre finalizzate a soddisfare le vere esigenze del cliente, a costi che in un mercato liberalizzato da più di trent’anni - il settore assicurativo è stato il primo ad aprirsi alla concorrenza nel 1994 - sono tuttora di gran lunga superiori alla media europea.
È dunque con ancora maggiore convinzione che l’Unione Nazionale Consumatori indirizza i propri sforzi allo sviluppo di un investimento culturale che siamo sicuri darà i propri frutti, poiché affrontare le difficoltà come collettività e non come singoli individui, siano essi italiani o stranieri, può contribuire a una rinascita economica e culturale. Ed anche perché almeno la solidarietà non sia straniera in Italia.

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