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MAURO CUTRUFO: ABBATTERE
IL DEBITO PUBBLICO?
È POSSIBILE, ANZI È D'OBBLIGO


Il sen. Mauro Cutrufo, autore
di un disegno di legge diretto
a sottrarre l’Italia al giogo
del debito pubblico

«Nuova strategia per abbattere
il debito pubblico, causa dei gravi sacrifici impostici
dall’Europa: 400 miliardi
di euro anticipati
in 30 rate annue
dai contribuenti, restituibili
dallo Stato con i proventi
delle alienazioni
e della lotta all’evasione fiscale»

a era proprio vero che l’economia italiana era prossima al baratro? Che il Governo Monti fosse indispensabile? Che i severi provvedimenti da esso adottati fossero ineludibili? Che, grazie ad essi e a quelli in itinere, finalmente il debito pubblico sarà debellato? E che non si riprodurrà più, come invece è avvenuto dopo le liberalizzazioni, le privatizzazioni e le vendite di aziende e beni pubblici compiute negli anni 90? Molti italiani si pongono questi interrogativi, ma soprattutto questi altri: non c’era nessun metodo meno doloroso per ridurre il debito pubblico? Sono esaurite la profonda cultura giuridica e legislativa degli italiani, la loro ricca inventiva e la fervida fantasia? Quest’ultimo interrogativo ha avuto un’imprevista e promettente risposta il 29 novembre scorso quando, alla presidenza del Senato della Repubblica, è stato presentato un disegno di legge, di iniziativa parlamentare, distinto dal numero 3030, firmato dal senatore Mauro Cutrufo. Intitolato «Istituzione di un contributo straordinario per il riequilibrio del debito pubblico» e composto di soli 5 articoli, a prima vista potrebbe annunciare l’introduzione di una nuova imposta, in aggiunta alla raffica di tasse, aumenti di contributi, prezzi e tariffe, scaricata in pochi mesi sugli italiani ad opera prima del Governo Berlusconi-Tremonti ma soprattutto dal Governo Monti-Passera su pressione del duo governativo franco-tedesco composto da Nicolas Sarkozy e Angela Merkel.
Ampiamente dibattuto e illustrato alla stampa e all’opinione pubblica da uno staff di illustri parlamentari del Gruppo Pdl del Senato e di economisti tra i quali Edward Luttwak, esperto del Centro Studi strategici e internazionali di Washington, in un convegno svoltosi a Roma in gennaio sul tema «Abbattere il debito si può, si deve», il progetto punta a rasserenare gli animi degli italiani con la prospettiva, è vero, di un maxi-prestito pubblico di 400 miliardi di euro, ma da loro pagabili allo Stato in rate annuali bassissime, addirittura in un periodo di 30 anni, e rimborsabili dallo Stato. Spiega i termini dell’operazione il presentatore della proposta, il sen. Cutrufo, già vicesindaco di Roma nell’attuale Giunta Alemanno, nella quale ha impresso una notevole spinta allo sviluppo del settore turistico.
Domanda. Apparentemente assente o distratta dinanzi alle misure del Governo dei tecnici, con il convegno da lei organizzato la classe politica ha manifestato invece la massima attenzione e tempestività nell’affrontare in questo momento lo scottante tema del debito pubblico. Qual è l’obiettivo dell’iniziativa?
Risposta. Cambiare totalmente strategia per abbattere il debito pubblico, causa dei gravi sacrifici impostici dall’Unione Europea. Finora i Governi succedutisi in Italia hanno puntato al pareggio del bilancio. Ma, anziché trascinarsi dietro per anni questa preoccupazione, noi puntiamo a risolvere gli attuali problemi, nostri e dell’Europa, con un cambiamento totale di metodo. Non siamo soli a pensare questo. Un paio di mesi fa a Venezia, in un convegno di economisti di tutto il mondo, il prof. Edward Luttwak disse che «l’Italia per salvarsi ha bisogno di una manovra da 400 miliardi destinati all’abbattimento del debito». Stavamo finendo di scrivere il disegno di legge, per cui gli telefonai annunciandogli che ipotizzavamo proprio una manovra di 400 miliardi di euro, caratterizzata da rivoluzionarie e determinanti innovazioni, per cui avremmo voluto confrontarci con lui. E così abbiamo fatto.
D. Quali innovazioni proponete?
R. Si tratta di una manovra sostenibile, equa, finalizzata anche al rilancio dell’economia. Sono caratteristiche assenti nelle misure che il Governo Monti è stato costretto a varare in seguito alle richieste europee. La manovra prevista dal mio disegno di legge, invece, è equa perché peserebbe per 37 miliardi sulle persone fisiche, 13 miliardi sui pensionati, 130 miliardi su imprese finanziarie e non finanziarie, 220 miliardi su attività finanziarie. Non chiamerebbe invece a contribuire i cosiddetti «incapienti» e i più deboli, cioè tutti coloro che hanno un reddito lordo inferiore a 20 mila euro l’anno, e che sono 11 milioni.
D. A quanto ammonterebbero questi «contributi» alla stabilizzazione?
R. Questo è il meccanismo. Reddito da lavoro, aliquota progressiva dal 10 al 22,5 per cento; su 24 mila euro, senza figli a carico, contributo di 2.400 euro pagabili in 30 rate annue di 173 euro. Reddito di 40 mila euro, senza figli a carico, aliquota del 13,5 per cento, contributo di 5.400 euro in 30 rate da 390 euro. Reddito di 120 mila euro, aliquota del 22,5 per cento, contributo di 27 mila euro in 30 rate da 1.950 euro. Stesso trattamento per i pensionati. Per le imprese, aliquota unica pari a un trentesimo del fatturato: se questo è di 100 mila euro, il contributo è di 3.330 in 30 rate di 240 euro; fatturato di un milione 800 mila euro, contributo di 60 mila euro, in 30 rate di 4.320 euro. Per le attività finanziarie, fatturato di 300 mila euro, aliquota del 6 per cento su 200 mila, contributo di 12 mila euro in 30 rate da 860 euro. Patrimonio finanziario di 1.800.000 euro, contributo di 216 mila euro, rata annua di 15.500 euro.
D. Quindi avete cercato soprattutto la sostenibilità e l’equità?
R. Non soltanto, perché lo Stato percepirà il contributo anche dai 7 milioni di persone che, facendo parte degli 11 milioni che hanno un reddito lordo inferiore a 20 mila euro l’anno, non pagano le imposte. Non possiamo escluderli dal contributo come i più deboli, comunque gli saranno chieste somme pressoché irrisorie. In conclusione però non gli si chiede nulla, in quanto a questi soggetti sarà restituito tutto.
D. In quale maniera e quando?
R. La controversa dismissione dei beni dello Stato o è una favola o è un grande affare per lo Stato. In questo secondo caso essa deve servire a restituire i denari sborsati a tutti i cittadini. Quindi, se dovranno essere alienati, tali beni lo saranno pressoché al valore di mercato. In pratica i contribuenti anticiperanno i capitali per risolvere definitivamente il problema del debito pubblico. Dal momento che occorreranno una decina di anni per vendere gli immobili, all’epoca il loro valore si sarà rivalutato e sarà più vicino a quello di mercato, quindi non saranno svenduti. Grazie al contributo dei cittadini si potrà eliminare il debito pubblico e questo nel loro stesso interesse. In sostanza lo Stato incasserà subito 400 miliardi facendoli pagare però a rate.
D. Con quali strumenti potrebbe realizzarsi questa operazione?
R. È prevista la costituzione della «Riequilibrio spa», una società di totale proprietà dello Stato; essa emetterà bond al tasso annuo tra il 5 e il 6 per cento. L’operazione assomiglia a un contratto di mutuo a tasso fisso della durata di 30 anni, che il mutuante paga con una rata fissa. Nell’operazione proposta, la rata fissa annuale che il contribuente dovrà versare allo Stato sarà comprensiva degli interessi. Si calcola che, a causa dell’inflazione, un importo nominale di 142 euro all’anno fra 10 anni corrisponderà a un valore reale odierno di 80 euro; il contribuente, quindi, avrà gli stessi vantaggi di chi contrae un mutuo a tasso fisso. Le condizioni vigenti nel mercato finanziario potranno mutare, ma il contribuente pagherà sempre e solo il tasso prefissato che, quando la legge in oggetto andrà in vigore, potrebbe essere anche inferiore, in quanto è legato a una serie di parametri; e tale resterà per 30 anni. Gli investitori acquisteranno i bond della Riequilibrio spa a un tasso analogo; le società di rating da noi interpellate prevedono una valutazione basata sulla tripla «A». E questo perché la società emittente non è garantita da immobili da prendere in carico, come propone qualcuno; o dalla gestione degli stessi, come suggerisce qualcun altro. La loro gestione, infatti, non produrrà mai utili sufficienti per erogare questi interessi; e per di più oggi non si riuscirebbe a vendere gli immobili al prezzo corrispondente al loro reale valore.
D. La tassa entrerà nelle casse dello Stato non sotto forma di versamento immediato da parte dei contribuenti ma, grazie alla rateizzazione trentennale, di ricavo dalla vendita dei bond acquistati dagli investitori. Ma chi assicura che gli incassi previsti saranno tutti realizzati?
R. Pagare un tributo è un obbligo e in caso di evasione sono previste sanzioni severe come nel caso dell’Ici, che il contribuente deve pagare altrimenti sarà sanzionato. L’obbligo del tributo è una prima garanzia per l’investitore. Una seconda garanzia è un fondo di 30 miliardi provenienti dai versamenti posti proprio a garanzia di eventuali insolvenze. Gli studiosi sostengono che, entrata in vigore una legge simile, il 10 per cento dei contribuenti pagherà subito, con un incasso da parte della società Riequilibrio di 40 miliardi di euro; nella mia proposta sono stati ridotti a 30, parte dei quali destinati a far fronte ad eventuali mancati introiti dovuti a casi di decesso di contribuenti, mancanza di eredi, perdita del lavoro o altro. In sostanza, l’operazione consiste in una cartolarizzazione non di immobili ma di tributi; agli investitori sarà offerto un interesse del 5-6 per cento annuo. A queste condizioni, un’agenzia di rating ha anticipato una valutazione positiva pari a una tripla «A». E se 30 milioni non indurranno gli investitori ad intervenire, l’importo si potrà portare a 40 milioni di euro.
D. Come e quando potrebbero essere emessi questi bond?
R. Circa 400 miliardi di euro, potranno essere emessi entro il 2012 in 6 tranches da 65 miliardi l’una. Essendo il ricavato destinato all’abbattimento del debito, questo comporterà subito un risparmio per lo Stato. Dal punto di vista finanziario, infatti, ciò significa che, riducendo il debito pubblico di 370 miliardi di euro, il rapporto tra esso e il prodotto interno scenderà dal 120 attuale al 96 per cento, e l’Italia diventerà uno dei Paesi virtuosi d’Europa. Si annullerà quasi lo spread tra i bund tedeschi e i Bpt italiani e lo Stato risparmierà interessi per 24 miliardi di euro l’anno. Di questi 24 miliardi che all’improvviso lo Stato si troverà in cassa, 10 miliardi andranno allo sviluppo economico, 14 miliardi all’eliminazione dell’Ici sulla prima casa e allo spostamento a 3 mila euro lordi della rivalutazione delle pensioni. Conseguentemente noi proporremo di abolire l’Imu sulla prima casa, e comunque di ritornare su alcune decisioni adottate dal Governo Monti, ad esempio aumentando la rivedibilità annuale delle pensioni e in generale correggendo una parte della manovra finanziaria che ha ridotto il Paese alla recessione.
D. Quali saranno gli ulteriori, successivi, positivi effetti dell’operazione?
R. Con l’aumento dell’uno per cento del prodotto interno, nelle casse dello Stato arriveranno altri 20 miliardi di euro grazie all’investimento dei 10 miliardi nello sviluppo. Dal punto di vista psicologico dobbiamo sempre ricordare l’«effetto Grecia». Chiediamo agli statali se vogliono che il 30 per cento di loro siano licenziati; ai pensionati se accettano una riduzione del 30 per cento del trattamento previdenziale; alle imprese se preferiscono continuare o fallire; e a tutti quanti se desiderano la recessione totale e se vogliono emulare la Grecia. Oppure chiediamogli se vogliono tornare alla situazione di 5 o addirittura di 15 anni fa. E se preferiscono versare, secondo i redditi e le modalità illustrate, una somma dilazionabile in 30 anni, privandosene un po’ al mese, per poi riaverla. Risponderebbero di non volere rilanciare l’Italia tra i primi Paesi d’Europa? E di non costringere Sarkozy e la Merkel a richiamare per primi, al tavolo d’Europa, i governanti italiani perché avremo i conti a posto?
D. È previsto anche un effetto psicologico positivo ai fini della ripresa economica, produttiva e dei consumi?
R. L’effetto psicologico influirà per il 50 per cento. Oggi la situazione è drammatica, la gente deve capire che quella da noi indicata è una buona soluzione. Io propongo la creazione di una società di gestione di questa massa monetaria, amministrata da validi professionisti. Vendere gli immobili dello Stato adesso sarebbe difficile, non si ricaverebbe molto. L’autore iniziale di questa proposta, Giuseppe Maria Pignataro, aveva ipotizzato un’operazione da 700 miliardi, importo che io ho ridotto a 400. Senza un’operazione di questo tipo il debito pubblico non si abbatterà neppure in 100 anni. Ma eliminarlo con una manovra immediata basata su imposte patrimoniali per un totale di 900 miliardi, come ha suggerito qualcun altro, creerebbe un’immediata, pesante recessione. Proprio questo è avvenuto nei Paesi che l’hanno adottata. C’è chi ha già trasferito capitali a Londra e chi ha inviato la propria barca a Nizza, pregiudicando in tal modo lo sviluppo della nostra fiorente industria nautica e del relativo indotto.
D. Qual è, in definitiva, il suo consiglio agli italiani?
R. Non dobbiamo spaventare la gente e bloccare la circolazione della moneta; occorre, al contrario, infonderle fiducia, e ciò si ottiene dilazionando l’esborso in 30 anni. Perché non solo fondi di investimento, investitori istituzionali, grandi finanzieri, ricconi e banchieri, ma anche l’italiano medio continua, nonostante tutto questo scatafascio, a comprare e a rinnovare i Bot emessi dallo Stato italiano? Per incassare l’interesse del 7 per cento? No, perché preferiva i Bot anche quando percepiva un interesse del 2,5 per cento. Perché aveva fiducia in essi. Quindi basta ridargliene un po’.
D. Come e quando e in che misura saranno rimborsati i contributi versati?
R. Con 10 anni di tempo lo Stato venderà nel modo migliore parte dei propri averi, immobili o azioni, e dall’anno successivo alla vendita, entro il mese di febbraio di ogni anno saranno integralmente restituiti, anche in più quote proporzionali, in base alle disponibilità di un apposito fondo alimentato dai proventi delle dismissioni di immobili dello Stato e degli enti territoriali e delle loro partecipazioni azionarie non strategiche, e dalle risorse finanziarie provenienti dalla lotta contro l’evasione fiscale.

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