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MARCO CORSINI: CRISI,
ROMA È IN CERCA
DI UNA NUOVA IDENTITÀ

Marco Corsini, assessore
all’Urbanistica del Comune di Roma

Divenuto
Roma Capitale,
il Campidoglio aspetta
dal Governo
una serie di regole
che gli attribuiscano
competenze e poteri
che distinguano
realmente la città
da ogni altra

ato a Milano ma studente a Roma nel Liceo classico Mamiani, laureatosi in Giurisprudenza alla Sapienza con una tesi in Diritto privato e con il massimo dei voti, Marco Corsini tornò a Milani perché vincitore di un concorso di procuratore nell’Avvocatura dello Stato milanese ma presto, nominato Avvocato dello Stato, fu di nuovo a Roma dove assunse via via vari incarichi come consulente giuridico ed altro in numerose Amministrazioni Pubbliche. Ha diretto anche l’Ufficio legislativo del Ministero dei Lavori Pubblici, da dove fu chiamato dall’Amministrazione comunale di Venezia che gli affidò l’incarico di assessore ai Lavori pubblici e agli Affari legali. In tal modo Corsini maturò una profonda esperienza che avrebbe poi usato anche a Roma in quanto nel 2008 è stato chiamato dal sindaco Gianni Alemanno a dirigere l’Assessorato all’Urbanistica, un settore delicato e strategico, soprattutto in una città nella quale l’urbanistica e l’edilizia hanno costituito per decenni la linfa vitale dell’economia locale. A Venezia, Corsini è stato anche consulente giuridico per la realizzazione del Passante di Mestre e per la costruzione del nuovo Palazzo del Cinema, a Milano per i problemi della ristrutturazione e del restauro del Teatro alla Scala. È specializzato nella contrattualistica pubblica in generale e dei lavori pubblici in particolare, ed è autore di una serie di pubblicazioni in materia di lavori pubblici.
Domanda. L’Amministrazione comunale di Roma ha compiuto buona parte del proprio cammino. Può delineare un bilancio delle realizzazioni compiute, delle opere realizzate, delle attività svolte, ed anche delle prospettive future?
Risposta. I tre anni e mezzo trascorsi sono stati impiegati nel dare attuazione al nuovo Piano regolatore adottato, perché la città si aspettava molto da esso e perché, soprattutto in tempi di crisi, è necessario usare l’urbanistica come volano economico per il settore dell’edilizia e per il relativo indotto. Abbiamo sveltito moltissimo l’attività amministrativa, abbiamo stipulato tante convenzioni urbanistiche pensando anche a ripristinare le regole del «miglior costruire», più attente all’esigenza di urbanizzare prima di costruire. Prima ancora che la Regione Lazio approvasse la relativa legge, abbiamo lavorato molto intensamente per accompagnare il Piano casa; il Comune di Roma ha avviato una serie di iniziative usando lo strumento urbanistico per recuperare le aree da destinare alle abitazioni sociali e abbiamo lavorato per elaborare un Piano strategico di Roma Capitale che collegasse tutti i grandi progetti idonei a consentirci un respiro di lungo periodo. Abbiamo lavorato pertanto su alcune idee basilari, tra le quali soprattutto i progetti nel settore turistico avviati dal precedente vicesindaco e assessore Mauro Cutrufo, e diretti alla riqualificazione di Ostia, il lungomare di Roma, e alla sua nuova impostazione urbanistica, tramite il recupero, la tutela e il potenziamento della portualità, la creazione di uno sbocco sul mare basato su una grande qualità urbanistica e un recupero delle caratteristiche architettoniche.
D. Il Piano casa ha influito in qualche modo sull’urbanistica e sull’economia della città e in particolare più nel Centro storico o nella periferia?
R. La legge regionale sul Piano casa contiene una serie di espressioni di buona volontà; è uno strumento che facilita la demolizione e la ricostruzione di edifici e il cambiamento di destinazione d’uso, e che introduce una serie di accelerazioni procedurali in campo urbanistico non certo superflue. Uno dei mali italiani, e romani in particolare, è costituito dai tempi biblici richiesti dalla trasformazione del territorio; la legge regionale, come abbiamo visto in recenti occasioni, ha il fine di semplificare e accelerare le procedure e di rendere più facili i cambi di destinazione d’uso e la riqualificazione finalizzata a incrementare l’offerta di abitazioni sociali, la cui mancanza è il dramma con il quale ci confrontiamo. Il Piano casa regionale è un ottimo strumento, ma l’Amministrazione si aspetta molto anche da un’altra legge, quella su Roma Capitale, in particolare il conferimento di poteri e competenze adeguate al suo ruolo di capitale, con tutto quello che ne consegue anche per il governo del territorio. Quindi ci aspettiamo molto da questa legge, nella consapevolezza che Roma ha specificità particolari che richiederebbero un’attenzione più determinata.
D. Perché Roma non è come tutto il resto della regione Lazio?
R. Oltre ad essere la capitale, è il Comune più grande del Paese, la città più verde d’Italia. Ha le dimensioni, la complessità e la concentrazione di beni culturali e architettonici più alta del mondo; ospita uno Stato straniero, ossia il Vaticano, vanta una serie di record che la rendono meritevole di essere trattata diversamente da qualunque altra città.
D. Ma con i poteri di Roma Capitale può fare qualcosa nel campo edilizio e urbanistico?
R. Certamente, dovrebbe avere la regia dei processi di trasformazione del territorio, nel quale oggi esiste un eccessivo spezzettamento dei processi decisionali; con la legge su Roma Capitale, pur nel rispetto delle competenze costituzionali, dovrebbe avere la dignità di una città-regione; in materia urbanistica in Italia sono competenti le Regioni ma Roma è una realtà riconosciuta anche dalla Costituzione, che la rende quasi una regione.
D. Dopo l’avvento di Roma Capitale che cosa è avvenuto, quali sono stati i miglioramenti?
R. Roma Capitale è ancora una petizione di principio, perché è stata varata una legge che richiede norme attuative dirette a disciplinare i poteri; ma per una serie di difficoltà nella politica nazionale e di riflessioni nel rapporto con la Regione, queste norme attuative, che sono quelle più importanti, ancora non sono state emanate.
D. Quindi praticamente i frutti ancora non si vedono?
R. È stato affermato il principio, e questo è un fatto rilevante dato che era atteso da 50 anni, però adesso bisogna renderlo concreto ed emanare norme che consentano la pratica attuazione di esso; questo processo ha subito un sensibile ed evidente rallentamento. Speriamo di vederne l’avvio in questa consiliatura. In tal modo Gianni Alemanno sarà il sindaco che ha completato la riforma di Roma Capitale in questo primo mandato.
D. Se ci si avvicina ancor più alle elezioni, verrà rinviato tutto alla successiva Amministrazione?
R. Devo dire che, in un sistema amministrativo come il nostro, la durata di cinque anni per il mandato di sindaco è breve, insufficiente. L’incarico dovrebbe essere quanto meno decennale, perché in cinque anni si fa a stento in tempo a completare quanto è stato avviato; possono sbloccarsi situazioni ferme, possono risolversi problemi, ma per realizzare un proprio progetto cinque anni non bastano. Sono eloquenti le statistiche pubblicate dall’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici, che indicano in sette anni il periodo medio per realizzare un’opera pubblica, dalla progettazione fino al collaudo.
D. Forse anche perché molti adempimenti burocratici dipendono da altri organismi?
R. Abbiamo la Regione, lo Stato, le Sovrintendenze, tutti i processi politici, la popolazione. Quindi in una situazione così complessa e articolata un mandato, per essere giudicato in pieno nella sua progettualità e nella sua capacità di realizzazioni, dovrebbe durare più di cinque anni. A mio parere sarebbe necessaria una durata decennale.
D. Come si spiega che, in precedenza, alle assemblee elettive degli enti locali fosse sufficiente addirittura una durata di soli quattro anni, e che quella del Parlamento è tuttora di cinque anni?
R. Nel fare le leggi il Parlamento nazionale non ha una serie di ostacoli e di intralci frapposti da vari organi ed enti, è sovrano e, tutto sommato, la sua attività è solo la legiferazione, sia pure articolata in varie fasi. E inoltre non ha l’onere dell’attuazione delle proprie decisioni, della messa in pratica, mentre nei cinque anni di mandato, il primo anno serve al sindaco a conoscere la macchina amministrativa, l’ultimo è caratterizzato da rallentamenti, indecisioni e incertezze connesse alla preparazione elettorale, per cui i cinque anni si riducono a tre, al massimo a tre e mezzo. Attualmente a Roma ci avviciniamo alla prossima competizione elettorale; siamo fiduciosi che, avendo lavorato seriamente e con grande impegno, potremo farlo anche dopo. Abbiamo profuso un impegno eccezionale, nessuno si è risparmiato, abbiamo lavorato senza limiti di tempo e di orario e tuttora lo facciamo, per cui sarebbe un peccato se ciò non fosse riconosciuto.
D. Quanto influisce la crisi economica sull’attività della Giunta capitolina?
R. La situazione è difficile perché lo stato della finanza pubblica rende oltremodo difficile disporre delle risorse finanziarie necessarie a realizzare gli investimenti per attenuare, se non eliminare, un gap infrastrutturale storico. A Roma si deve completare rapidamente la rete delle metropolitane, esiste il grave problema della manutenzione stradale, si deve fronteggiare l’emergenza abitativa non solo con il cosiddetto «housing sociale», ma con il patrimonio e con l’edilizia pubblica. Tutto in un periodo in cui le risorse sono scarsissime. Negli anni 60 avevamo tante risorse, impiegate male e sprecate, e pochissime idee; adesso abbiamo imparato ad avere una progettualità e una responsabilità pianificata, ma dobbiamo fare i conti con la crisi economica. Si è sviluppata la consapevolezza di dover programmare, progettare, attuare strategie, ma si è anche diffusa la frustrazione per non avere quanto necessario per realizzare tali progetti.
D. Quali sono quelli irrealizzabili?
R. Ad esempio quello grande e pregevolissimo di riqualificazione della Piazza Augusto Imperatore. Sono stati compiuti i necessari sondaggi archeologici, ma non riusciamo a assicurare il finanziamento necessario. Gli adempimenti imposti da vari organi, come le Sovrintendenze, allungano di molto i tempi, e quando le procedure sono esaurite le risorse finanziarie non ci sono. Siamo costretti a pagare i costruttori delle metropolitane con la concessione di diritti edificatori, perché non abbiamo liquidità, cioè moneta sonante. A tutto ciò si aggiunge che Roma è complessa, nella quale lavorare è già difficile, figuriamoci realizzare opere tecnologicamente complesse, ostacolate dalle presenze archeologiche. Le infrastrutture sono costosissime, il bilancio statale non interviene in misura significativa.
D. Quali difficoltà ha incontrato la costruzione del parcheggio sotto Piazza Cavour, appena inaugurato?
R. La piazza, molto ampia, si prestava benissimo a un’operazione da 700 posti auto, a ridosso della sede della Corte di Cassazione e di altri uffici giudiziari, ma hanno creato problemi sia la vicinanza del Tevere sia l’archeologia. Inoltre il principio della partecipazione democratica richiede che si pronuncino la popolazione, le associazioni, i sindacati. Affrontare queste esigenze, e gestire in modo soddisfacente per la gente, è un’esperienza molto faticosa.
D. La reintroduzione dell’Ici disposta dal Governo Monti non assicurerà un massiccio afflusso di risorse al Comune di Roma?
R. Questo è positivo. In passato abbiamo dovuto rassegnarci alla riduzione delle entrate fiscali. Ritengo, però, che la manovra di Monti avrebbe dovuto essere completa, attribuendo ai Comuni il potere impositivo. In tal modo si renderebbero i Comuni responsabili non solo della riscossione, ma anche del controllo e della spesa. A questo sistema ci stiamo avvicinando con fatica, lo Stato ha cominciato a dismettere il patrimonio demaniale.
D. La revisione degli estimi catastali, pure disposta dal Governo Monti, comporterà un aumento di imposte per gli immobili situati in zone pregiate come il Centro storico. Ma nelle aree a traffico limitato gli immobili non subiscono una riduzione di valore per l’impossibilità di raggiungerli in auto, e inoltre il Comune non incassa già consistenti somme per il rilascio dei permessi e per le multe?
R. Penso che il valore degli immobili dipenda dal pregio dell’area in cui sono edificati, non tanto dall’accessibilità. In molte capitali il Centro storico è accessibile solo ai pedoni, eppure il valore immobiliare è altissimo. La ZTL, zona a traffico limitato, limita l’accesso ai veicoli privati, ma non limita, anzi dovrebbe potenziare il trasporto pubblico. L’aumento degli estimi catastali non incide soltanto sull’imposizione comunale, ma anche sulla tassa di registro, sull’Irpef ed altro, a beneficio delle casse dello Stato.
D. In seguito alla crisi economica i romani hanno cambiato abitudini, ridotto gli sprechi, ridimensionato i consumi, tornando a sistemi di vita più sobri?
R. Una certa maggiore istanza di partecipazione alle vicende della vita cittadina si vede, una voglia delle periferie di uscire dal degrado storico, dall’anonimato. Si cerca un’identità nuova, un diritto di cittadinanza pieno. Ma la crisi economica e quella dei valori rendono più angosciose certe limitazioni, in termini di sicurezza e di criminalità. La politica deve riorganizzarsi e recepire queste profonde istanze di cambiamento.In periodi di crisi qualunque popolazione è indotta ad esprimere il meglio di sé. Comunque l’Italia non è la Grecia, la ricchezza reale del Paese è molto superiore a quanto si dice, per vari motivi. Io ritengo utili un ridimensionamento degli stili di vita e soprattutto una revisione dell’architettura istituzionale dello Stato, che renda più efficiente la macchina amministrativa e riduca le spese della struttura. Le riforme possono portare all’eliminazione di Province, Comunità montane, enti inutili, consorzi di bonifica ed altro, ma l’Italia ha un sistema istituzionale pensato in periodi in cui poteva permettersi tanti sprechi. Adesso siamo costretti a tirare la cinta, ad avere un organizzazione più efficiente. Il consumismo deve fare un passo indietro, ed è giusto osservare gli obblighi fiscali e contributivi, e sottoporsi ai relativi controlli.

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