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BENIAMINO QUINTIERI:
L’EXPO DI SHANGHAI 2010, UNA GRANDE OPPORTUNITA'

a cura di
SERENA PURARELLI

 

Beniamino Quintieri, commissario generale
del Governo per l’Esposizione Universale
di Shanghai 2010


«Shanghai 2010 è
stata l’ultima grande
Expo secondo i canoni
di metà ‘800,
quando si desiderava vedere,
capire, conoscere.
Lo spirito che si respira
in Cina testimonia
una fame di conoscenza
impensabile nel mondo
occidentale.
Credo che
la mancanza di continuità
tra l’Expo cinese
e l’Expo di Milano 2015
sia un bene: non siamo
pronti a un evento
tanto universale»

al Financial Times è stato giudicato il migliore. Perfetta testimonianza della capacità italiana di coniugare il saper vivere, la gestione degli spazi di aggregazione sociale e l’innovazione. È il Padiglione Italia all’Expo di Shanghai 2010: 7.800 metri quadrati di area espositiva, capaci di attrarre, solo nei primi due mesi di apertura, oltre due milioni e mezzo di visitatori. «Più di 40 mila persone al giorno disposte ad attendere in fila fino a sei ore, con un clima terribile, per entrare in questa città del futuro, ricca del patrimonio di un passato che prosegue nell’eccellenza», racconta con legittimo orgoglio il professor Beniamino Quintieri, Commissario generale del Governo per la partecipazione italiana all’evento. Nato a Cosenza, dopo la laurea in Economia alla Sapienza di Roma Quintieri ha studiato alla London School of Economics e all’University College di Londra. Professore ordinario di Economia internazionale nell’Università di Roma Tor Vergata e docente nella Luiss Guido Carli, è anche presidente, dal 2005, della Fondazione Manlio Masi-Osservatorio nazionale per l’internazionalizzazione degli scambi. È stato presidente dell’Ice, Istituto per il Commercio estero, dal 2001 al 2005, e direttore del Ceis, Centre for Economic and International studies di Tor Vergata. Inoltre è fondatore e responsabile nazionale del gruppo di studiosi italiani di economia internazionale del Cnr. Nel 2005 il presidente della Repubblica gli ha conferito la massima onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.
Domanda. Come è stato interpretato, nel Padiglione Italia, il tema dell’Expo di Shanghai?
Risposta. «Better City, Better Life» ci è parsa un’occasione straordinaria per esaltare le peculiarità tecniche, storiche e artistiche del nostro Paese e, insieme alla Triennale di Milano nostro partner, abbiamo ideato un contenuto che ponesse al centro l’uomo e il concetto di vivibilità. I tre piani del padiglione raccontano l’Italia al mondo, la sua capacità di unire tecnologia avanzata e design, di trovare una sintesi tra abilità e sapienza artigianale, di unire nel modo migliore cultura del cibo e territorio, arte e scienza, storia e futuro. Questi sono i punti di forza che abbiamo inteso rappresentare, partendo dall’idea che le masse cinesi sapessero molto poco dell’Italia e che questa Expo in particolare fosse rivolta, per l’appunto, a un pubblico di massa. Non ci sono meno di mezzo milione di visitatori che ogni giorno entrano nel parco dell'Expo, una «massa» di cinesi che vogliono sapere qualcosa di più del nostro Paese.
D. In che modo avete lavorato per questo obiettivo?
R. Con la Triennale abbiamo costituito un comitato scientifico di grande valore, abbiamo puntato su una rappresentazione del meglio dell’Italia che fosse popolare senza cadere nel banale, quindi qualcosa di popolare ma elegante e raffinato nello stesso tempo. E mi sembra che i risultati, non solo in termini di pubblico, ci abbiano premiato. Le critiche, anche da chi magari non ci guarda con particolare benevolenza, sono state davvero molto favorevoli e questo non può che renderci soddisfatti del lavoro svolto. Abbiamo cercato, e lo facciamo ancora, di incontrare addetti ai lavori, buyers e persone che contano, per passare da una rappresentazione generica, popolare e accattivante a un maggiore approfondimento con eventi, mostre, workshop, seminari e spettacoli nell’auditorium di cui ci siamo dotati, che si susseguono aggiungendosi agli allestimenti permanenti, in un contesto molto dinamico con il quale abbiamo cercato di soddisfare non solo il grande pubblico ma anche le esigenze delle nostre imprese e delle nostre istituzioni. «La Città dell’uomo - il vivere all'italiana», come recita in 36 lingue la grande installazione posta all’ingresso del padiglione, è un vero e proprio viaggio attraverso la bellezza e la cultura dell’Italia, che parte dal Grande Portale Marco Polo, una scultura in bronzo alta 12 metri di Arnaldo Pomodoro dedicata al mito del grande mercante veneziano e allo scambio, sempre più intenso nei secoli, fra le civiltà cinesi e italiana.
D. L’Italia, come gli altri Paesi, ha dovuto ideare e costruire integralmente il proprio Padiglione; una novità rispetto ad altre Esposizioni universali. Ciò ha posto difficoltà e oneri particolari?
R. Non era mai avvenuto su scala così larga: 260 padiglioni, costruiti su un’area di 310 ettari lungo il fiume Huangpu, costituiscono un record che ha frantumato tutti i precedenti. La costruzione del nostro padiglione ha richiesto meno di 7 mesi. Abbiamo usato solo materiali provenienti dall'Italia, forniti da 50 imprese italiane, e questo ha richiesto un enorme lavoro di tipo logistico. Anche l'allestimento non è stato semplice perché abbiamo realizzato delle istallazioni imponenti e altamente scenografiche, come il teatro del Palladio, la Cupola di Brunelleschi, un mosaico alto 18 metri che riproduce un famoso quadro di Giorgio De Chirico del 1914, «L’Enigma di una giornata»: opere molto voluminose, realizzate con grande maestria da artigiani italiani ma che è stato anche necessario smontare, trasportare e ricollocare. Per rappresentare il paesaggio italiano solo la sala del Food - A bite of Italy - è stata allestita con un campo di grano sospeso sul soffitto, composto di 80 mila spighe di grano e 20 mila papaveri, e al centro un ulivo artificiale realizzato da artigiani italiani.
D. Oltre a ciò, cosa propone nel proprio interno il Padiglione Italia?
R. Oggetti e invenzioni assai diversi tra loro. La sala denominata «Italy in Motion» propone vecchie e nuove invenzioni che hanno fatto muovere l’Italia per secoli, esposte accanto a opere di arte moderna, testimoni della creatività italiana, di Burri, Capogrossi, Fontana, Consagra. Il pezzo più prezioso è un modello di Isotta Fraschini, prodotto nel 1923 e perfettamente funzionante, oggi ancora l’auto più lussuosa della storia, valutata oltre 5 milioni di dollari. Poi ci sono la moto Aprilia che ha vinto l’ultimo Campionato Superbike; una bicicletta Montante, la «Shanghai Bicycle», disegnata in esclusiva per l’Expo che unisce design italiano e materiali innovativi; le calzature Vibram FiveFingers, definite dal Time Magazine una delle migliori invenzioni del 2007. Nella sala «The Making of», accanto all’esposizione di alcuni oggetti particolarmente significativi - come la poltrona Fiocco o un trumeau di Fornasetti -, è stato allestito un vero e proprio set cinematografico all’interno di una teca trasparente, una sorta di acquario che ospita uno spazio-laboratorio artigianale nel quale grandi maestri della tradizione italiana si alternano realizzando le proprie creazioni sotto lo sguardo dei visitatori. Presenti anche 15 eccellenze, da Ferragamo a Tod’s, a Poltrona Frau, ai liutai di Cremona, a Bulgari; un’altra sala propone opere d’arte e riproduzioni in scala del contributo italiano alla scena dell’architettura e dell’ingegneria, dalla tradizione dell’antica Roma alle proposte per il futuro come il Ponte sullo Stretto di Messina. Progetti e prodotti riguardanti il tema dell’Expo - dalla domotica alle costruzioni ecostostenibili, dall’illuminotecnica alle scienze dei materiali, dalle case passive ai migliori progetti in fatto di riciclo domestico - sono esposti nella sala dell’I-tech.
D. Le caratteritiche del complesso?
R. Progettato dall’architetto Giampaolo Imbrighi, il Padiglione è un edificio a pianta quadrata diviso in più corpi, diversi per dimensione e irregolari, collegati da strutture-ponte in acciaio. Il progetto presenta alcuni aspetti per noi fondamentali, afferenti sia alla realtà nazionale italiana che a quella cinese, a cominciare da un marcato riferimento al regionalismo ma anche dalla grande tradizione urbana, fatta di corti e vicoli, di molte città cinesi come Shanghai, Shikumen e dei borghi italiani. La struttura irregolare del Padiglione ha anche fornito lo spunto per il logo della nostra partecipazione, che ricorre a uno strumento tipico della cultura cinese, la bacchetta, usata per il gioco da tavolo, che noi chiamiamo «Shanghai».
D. Si è parlato dell’ipotesi, da parte cinese, di scegliere alcuni padiglioni per realizzare una sorta di mostra permanente di dimensioni ridotte a Shanghai.
R. Secondo il regolamento, dovranno essere smontati tutti i padiglioni presenti e i cinesi stanno valutando la possibilità di mantenerne alcuni, tra cui il nostro, anche se non è stata presa ancora alcuna decisione. Abbiamo già ricevuto la richiesta di molte città cinesi per il Padiglione Italia, mantenendo anche alcuni allestimenti, e speriamo che possa restare in Cina, non necessariamente a Shanghai.
D. Lo stanziamento iniziale da parte dello Stato italiano per la partecipazione all’Expo era di 13 milioni di euro. A quanto ammonterà il giro di denaro dell’intera operazione?
R. Moltissime iniziative non hanno richiesto un esborso monetario diretto. È il caso dei materiali per la realizzazione, in gran parte donati sotto forma di sponsorizzazione dalle imprese italiane, nonché delle attività compiute dalle Regioni e dai Comuni, e dei moltissimi eventi che stiamo svolgendo, workshop, seminari, degustazioni, spettacoli. Una buona metà del valore non ha costituito una voce in passivo nel bilancio grazie all’aiuto di Ministeri e Istituzioni e delle tante imprese private che hanno compreso sin dall’inizio l’importanza della partecipazione italiana all’evento: i conti si faranno alla fine, ma credo che l’impegno italiano possa esser valutato intorno ai 50-55 milioni di euro. Abbiamo avuto un successo di partecipazione imprevedibile, tanto che non siamo riusciti a soddisfare tutte le richieste: non abbiamo mai registrato meno di 35 mila presenze giornaliere.
D. Tra il 2007, quando lei ha assunto questo incarico, e il 2010 sembrano passati molto più di tre anni. L’accesso di massa dei cinesi a una serie di temi e di consumi si è ampliato?
R. L’impressione non è solo tale: oltre a una crescita che ha anche superato il 10 per cento l’anno, si sono verificati due fatti nuovi rispetto al 2007. Innanzitutto la più grave crisi economica mondiale dopo il 1929, che ha ridimensionato alcuni Paesi e rafforzato altri, ha accresciuto l’attenzione verso la Cina. Inoltre negli ultimi tre anni questo Paese ha cominciato a modificare il proprio modello di sviluppo, muovendosi da un’economia basata quasi esclusivamente sull’export verso una in cui il mercato interno acquista sempre più importanza. Ed è chiaro che nella prospettiva di un aumento della domanda interna, delle spese pubbliche per ambiente e sanità e soprattutto delle possibilità di acquisto dei consumatori, il Paese sia diventato più importante del passato, quando il motore dell’economia erano le esportazioni. L’Expo è arrivato nel momento giusto.
D. Più delle Olimpiadi di Pechino?
R. Sì, perché quello è stato un evento sportivo, importantissimo, ma di durata limitata: un fatto più simbolico, l’occasione per mostrare al mondo le grandi capacità di spesa e organizzative dei cinesi. L’importanza delle Olimpiadi, come dei campionati del mondo di calcio, non dipende dal luogo in cui si celebrano. Invece l’importanza di un’Expo dipende essenzialmente dal luogo in cui si fa e da come la si fa. Un evento che dura sei mesi ha una serie di implicazioni economiche e commerciali, di tipo turistico e culturale, molto più ampio. E i cinesi hanno dato molto più importanza all’Expo che alle Olimpiadi.
D. Oltre alla mostra permanente lei ha parlato di una serie di eventi di approfondimento e di spettacoli. Può citarne qualcuno?
R. In giugno si sono conclusi due mesi di workshop particolarmente interessanti sulle tecnologie per i beni culturali. Un campo in cui abbiamo tante cose da dire e da mostrare, anche alla luce del fatto che il restauro in Cina sta diventando un tema significativo. Per noi si tratta di un’occasione straordinaria per far conoscere quanto di meglio l’Italia può offrire in questo settore nel quale possiamo dire, senza alcun timore di smentita, di essere i migliori. Sanità e handicap sono stati i temi di una serie di seminari in luglio; nel settore dell’handicap in particolare, che ha assunto una tale importanza per cui i cinesi gli hanno dedicato un intero padiglione, l’Italia è in grado di proporre tecnologie ragguardevoli e anche alcuni esempi di non trascurabile interesse. Settembre è stato incentrato anche sul tema dell’ambiente, con una «green week» che vede il susseguirsi di tre seminari e di un convegno sull’alimentazione. Con l’Ice abbiamo organizzato anche eventi relativi al design e all’architettura, e vi è un’intensa attività musicale.
D. Quale futuro prevede per l’Ice di cui è stato presidente e di cui si ipotizza l’abolizione?
R. Nonostante si rendano necessari tagli di spesa, credo che occorra un quadro chiaro degli obiettivi, capire ciò che va mantenuto e ciò che non ha più senso. E prima di tutto ridurre le inefficienze. Nel campo dell’internazionalizzazione ritengo possibili tagli rilevanti, perché il numero di enti che vi operano è elevato e le Regioni spendono troppo. Oggi la Costituzione, come modificata, consente loro di fare direttamente politiche turistiche e commerciali, mentre occorrerebbe razionalizzarli e renderli più efficienti e adatti al mondo di oggi: le regole fissate 30 o 40 anni fa non sono più adeguate. Occorrono enti più snelli e orientati a un’organizzazione di tipo privatistico più che ai vincoli del settore pubblico. Internazionalizzazione e turismo, per un Paese come l’Italia contano e le attività vanno mantenute e rinforzate secondo un modello più moderno. Alcune riforme potrebbero farsi a costo zero o risparmiando; l’internazionalizzazione è un campo che va riformato, non certo eliminato.
D. Riformato come?
R. Ai tempi della mia presidenza dell’Ice ho studiato molto il problema. Occorre renderlo migliore, più efficiente, ma vorrei ricordare che alcuni Paesi, come la Spagna, hanno copiato da noi. È da vedere se poi l’Istituto debba essere coordinato dal Ministero degli Esteri o da quello dello Sviluppo Economico o, come qualcuno suggerisce non a torto, da un Ministero dell’Internazionalizzazione che racchiuda promozione turistica, turismo e investimenti. Non c’è un modello e, più che mutuare da un Paese specifico, bisogna adeguarsi alla realtà e capire cosa è meglio. Certamente all’estero c’è bisogno di un maggiore coordinamento. Io stesso, da presidente, avevo promosso un accordo con il Ministero degli Esteri per l’istituzione di uno sportello unico all’estero, a cui si è dato in parte seguito. A Shanghai è un modello che funziona bene: nello stesso luogo sono concentrati Ice, Istituto di cultura, Consolato e, transitoriamente, il nostro Commissariato. Si sono aggregate anche altre istituzioni private. La soluzione di accorpare l’Ice agli Esteri è anch’essa plausibile, ma il vero problema riguarda la formazione dei nostri diplomatici. Nel mondo anglosassone la preparazione e la cultura economica sono molto più rilevanti. Non si può negare che oggi in Italia manchi una formazione adeguata, indipendentemente dalla collocazione dell’Ice. Per dare un futuro alla professione, nella formazione e nella selezione il Ministero dovrebbe puntare molto di più ad accrescere le competenze economiche dei diplomatici. È un modello che va cambiato alla base.
D. L’Expo di Milano 2015, che riguarderà il nutrimento del pianeta, aggiunge alle tante difficoltà l’handicap di arrivare dopo una manifestazione che annovera tutti i record possibili. A suo giudizio, potrà costituire una sorta di continuazione di Shanghai 2010, sia pure con dimensioni completamente diverse?
R. Non solo non credo all’esistenza di un fil rouge idoneo a legare i due eventi, ma ritengo che tale mancanza di collegamento sia un bene: occorre fare il contrario e creare una rottura. E questo al di là della sede prescelta, Milano. Shanghai è stata l’ultima grande Expo secondo i canoni iniziali di metà Ottocento, quando c’era il desiderio di vedere, capire, conoscere. Lo spirito che si respira oggi in Cina, dove migliaia di visitatori stanno in fila per ore per vedere un padiglione, testimonia una fame di conoscenza impensabile nel mondo occidentale. È qualcosa di irripetibile. Ora inizia una fase diversa e occorre pensare un’Expo più snella che privilegi l’approfondimento di temi specifici, affrontati con modalità adeguate. Anche perché nessuno può chiedere ai Paesi quello che hanno chiesto i cinesi, a cominciare dalla costruzione a proprie spese dei padiglioni: che sia un’Expo meno universale dal punto di vista della conoscenza generale, e più tecnico-tecnologica.

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