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ANGELO FRACASSI: SALUTE,
TRA TECNOLOGIA
ED ETICA
LE IMPRESE DI ASSOBIOMEDICA

 

a cura di ROSSELLA GAUDENZI

 

Angelo Fracassi, presidente dell’Assobiomedica


«Se le Regioni saldassero
le nostre fatture non avremmo
bisogno d’altro:
probabilmente avremmo risorse
per le esportazioni, per la ricerca, per le assunzioni.
Allo stato attuale la situazione,
invece, è drammatica.
Tutto ciò non aiuta a investire
nel nostro Paese»

ostituisce un onore ed insieme un onere, oggi più che mai, la presidenza dell’Assobiomedica, aderente alla Confindustria, nata nell’ottobre 1984 da un’intuizione dei suoi fondatori: «Dare una casa alle imprese, sempre più numerose, che entravano nel nuovo mondo delle tecnologie biomediche e diagnostiche». Imprese che sviluppavano e commercializzavano prodotti e strumenti «ibridi», non riconducibili a categorie di farmaci né a categorie di prodotti meccanici, facenti riferimento a diverse tipologie di contratti collettivi di lavoro - metalmeccanico, commerciale, industriale, chimico-farmaceutico, gomma-plastica -, ma tutte volte ad «offrire salute» ai cittadini tramite il principale erogatore del Servizio sanitario pubblico: lo Stato.
L’Assobiomedica oggi rappresenta oltre 250 imprese, medie e piccole, fornitrici di strumenti e tecnologie biomediche e diagnostiche alle strutture sanitarie italiane, pubbliche e private; esse occupano direttamente oltre 30 mila addetti su 33 mila totali impiegati in Italia nel settore (e quasi altrettanti impiegati nell’indotto) e hanno registrato nel 2008 un fatturato pari a 6,1 miliardi di euro (su un totale nazionale di circa 7,7 miliardi). Le aziende sono parte integrante della filiera italiana della salute, che incide per oltre il 12 per cento sul prodotto interno, collocandosi al quarto posto tra i primi dodici settori di beni e servizi. Particolarmente rilevante l’investimento per ricerca e sviluppo: per ogni mille euro di produzione il settore spende in ricerca quasi 25 euro, rispetto ai 6 euro della media dell’industria manifatturiera.
Angelo Fracassi ne è al timone dal 2004: di temperamento combattivo, racconta come l’associazione rappresenti la quasi totalità delle aziende del settore di riferimento e voglia essere un autorevole interlocutore, per importanza e affidabilità, delle istituzioni pubbliche e private che operano nel settore sanitario, per promuovere la cultura della tecnologia nel mondo della salute. Ha dichiarato di recente come «la costruzione di un osservatorio degli acquisti è la chiave di volta per avere una spesa sanitaria razionale, senza inseguire obiettivi brutali di risparmi attraverso logiche di razionamento o di controllo più o meno mascherato dei prezzi.
Anche negli interventi dei rappresentanti del Ministero della Salute è apparsa chiara la volontà di procedere rapidamente sulla strada dell’osservatorio»; e sulla centralizzazione degli acquisti Fracassi si è mostrato perplesso: «Se non è accuratamente organizzata, può produrre gravi danni. In termini più generali, essenziale è predisporre bandi di gara accessibili a tutti. Appare evidente quanto l’Assobiomedica da tempo va affermando: l’inutilità dei prezzi di riferimento, la non dimostrata convenienza della centralizzazione degli acquisti, l’eccessiva ricerca di risparmi a qualunque costo». È giunto il momento di comprendere che i dispositivi medici sono fattori della prestazione ad essa imprescindibilmente legati.
La realizzazione di un efficiente Servizio Sanitario Nazionale passa attraverso un’accelerazione del suo progresso tecnologico, che non può quindi essere compresso da logiche che guardino al prezzo come unico fattore di valutazione per la scelta. Per questo l’Assobiomedica è convinta che la via da percorrere per usare nel modo migliore le risorse a disposizione sia quella di una seria valutazione clinico-economica delle tecnologie mediche, impiegando la metodologia, già adottata in altri Paesi, dell’Health Technology Assessment. L’innovazione tecnologica è un aspetto di fondamentale importanza all’interno del SSN, eppure troppo spesso vengono riservati scarsi incentivi per la ricerca e un limitato impiego di risorse.
Domanda. La sua nomina a presidente risale al 2004: quali obiettivi sono stati raggiunti da tale anno ad oggi e quali sono invece quelli nuovi che intendete raggiungere?
Risposta. Tra gli obiettivi fondamentali entro certi limiti ancora da superare c’è quello di farsi conoscere, di far capire chi siamo sia al grande pubblico sia alle istituzioni, a livello centrale e ancor più a livello regionale. È estremamente complicato raffigurare il dispositivo medico: occorre far capire che, senza dispositivi medici, senza la nostra tecnologia, non esiste salute, non esiste sanità. Assobiomedica riunisce le imprese di una famiglia molto vasta che va dai produttori di siringhe alla Tac, dalla diagnostica in vitro alla telemedicina; senza di noi non si potrebbe fare medicina, sicuramente non medicina moderna. Pertanto il primo obiettivo è quello di far conoscere il nostro settore, aumentarne la visibilità nei confronti delle istituzioni, soprattutto a livello regionale. Per portare avanti le nostre istanze, in primis quelle del settore e delle aziende che rappresentiamo, ma anche quelle del cittadino e del sistema nel suo insieme, abbiamo sempre puntato su due principi: il principio di trasparenza e il principio di appropriatezza, trasparenza nel sistema degli acquisti, appropriatezza nel senso di scegliere i prodotti più adatti alle esigenze del paziente.
D. Quali risultati si avrebbero se fossero maggiormente seguiti?
R. Se questi concetti fossero applicati nel Sistema sanitario, la situazione non sarebbe allarmante quale è; questo vale soprattutto per alcune Regioni, ma direi che il male è comune. Siamo riusciti a raggiungere gli obiettivi, non tutti e non in maniera compiuta, ma sento di poter affermare che la strada è tracciata. Ora siamo veramente considerati «parte sociale»: veniamo interpellati ogni volta che si parla di salute dal punto di vista strutturale, siamo ascoltati e rendiamo le nostre testimonianze; il nostro contributo è sempre attivo. Tentiamo comunque di aiutare a risolvere il grave problema che oggi attanaglia l’intero Paese. Se consideriamo che il 70 per cento dei budget regionali è speso per la sanità, il fatto che questa non sia ancora funzionante dimostra che è l’intero budget nazionale a non funzionare.
D. Cos’è Assobiomedica?
R. È la federazione di Confindustria che rappresenta le aziende del settore biomedicale e diagnostico. È suddivisa in quattro associazioni: Assobiomedicali, Assodiagnostici, Elettromedicali, Servizi medicali e Telemedicina. Da una parte vi sono le nuove tecnologie quindi gli elettromedicali, cioè la cosiddetta diagnostica per immagini, che comprende Tac, Pet, Rmn ecc. Esiste poi il settore della diagnostica in vitro, cioè tutto quello che serve ai laboratori di analisi; quindi il settore biomedicale, famiglia amplissima che va dalla siringa al pacemaker, dalle garze alle medicazioni avanzate, dai ferri chirurgici alle protesi per l’ortopedia e via dicendo. Infine, ultima arrivata, è la telemedicina, ovvero i servizi per l’erogazione a distanza di prestazioni sanitarie, di diagnosi, di assistenza medica integrata, per soggetti nel loro domicilio, attraverso sistemi e strumenti innovativi e moderni mezzi di comunicazione.
D. È fondato parlare, in questo campo, di innovazione tecnologica?
R. Assobiomedica si pone proprio al centro della rivoluzione tecnologica. Il nostro vero prodotto è la tecnologia, tanto è vero che nelle strutture sanitarie abbiamo preminentemente tecnici; a parte l’alto tasso di innovazione, va tenuto presente che i nostri prodotti costituiscono circa 50 mila famiglie diverse con oltre un milione di articoli. Tre anni fa i due terzi di questi prodotti non esistevano, il rinnovamento avviene oggi a un ritmo altissimo, soprattutto nelle tecnologie emergenti ma anche in quelle più tradizionali. Si registra un miglioramento continuo dei prodotti perché questo è il nostro obiettivo quotidiano. Pertanto siamo al centro del mondo sanitario in chiave di ammodernamento tecnologico, che dovrebbe portare anche a una revisione della struttura della sanità nel Paese. Ci poniamo infatti in maniera propositiva per ristrutturare il sistema salute. Finalmente sentiamo condividere autorevolmente dal ministro della Salute, Ferruccio Fazio, istanze su cui insistevamo da anni, ma senza mai essere ascoltati: rinforzare la sanità con l’ausilio della tecnologia, per garantire ai pazienti elevate prestazioni.
D. La riforma della Sanità del 2009 chiedeva «meno ospedali»: in che senso?
R. Il principio della riforma del 2009 sarebbe stato ottimo se avessero ridotto le strutture, trasformandone alcune in luoghi di eccellenza e destinando le altre alle lunghe degenze. Le grandi, vecchie strutture ospedaliere potevano quindi essere utilizzate come ricoveri per anziani, che costituiscono un altro rilevante problema della società di oggi. Il problema invece è stato quello di procedere solo in un’ottica di risparmio e di tagli, senza usare il principio di appropriatezza che avrebbe consentito la nascita di centri di eccellenza. Affrontare un’esigenza in maniera adeguata comporta una spesa complessiva inferiore per il SSN: un’analisi fatta male va ripetuta, richiede più giorni di degenza; un intervento chirurgico non appropriato provoca ricadute, costi di degenza superiori, senza considerare il fatto che operiamo in un settore in cui il lato umano è rilevante. La tecnologia usata in maniera appropriata offre la vera risposta economica: riduce i costi e fa dimenticare il termine «spesa». Non conta più il prezzo di un prodotto fine a se stesso, ma quello di tutto l’intervento medico. È il costo di tutta la filiera da valutare. Queste considerazioni sono in apparenza lineari e comprensibili, ma è difficile e impegnativo trasformarle in cultura: il passo non è breve, ma a mio avviso la strada è tracciata, cominciamo ad avvertire assonanze fino a qualche anno fa impensabili. Se un linguaggio comincia a cambiare, di solito è un buon segno.
D. In che modo Assobiomedica contribuisce alla crescita occupazionale?
R. Iniziamo con il dire che negli Stati Uniti il presidente Barack Obama sei mesi fa ha lanciato un programma di sviluppo e ricerca nel nostro settore stanziando 5 miliardi di dollari: il nostro è uno dei pochi settori che possono potenzialmente contribuire alla crescita economica di un Paese poiché il prodotto è di alto valore aggiunto, facilmente esportabile, impiega collaboratori di altissimo livello scolastico e professionale. In Italia, non solo questi ultimi anni, stiamo purtroppo agendo esattamente all’opposto. Abbiamo parlato di 30 mila persone occupate nel settore anche parzialmente a rischio, perché non si incentiva la ricerca, non esiste una cultura di impresa-università, non è rafforzato il collegamento tra ricerca universitaria e industria, che anzi viene considerato culturalmente come qualcosa di opaco. L’elenco delle decisioni degli ultimi anni che remano contro l’impresa, la ricerca e lo sviluppo, sarebbe lungo.
D. I ritardi dei pagamenti da parte delle Regioni nei confronti di fornitori di servizi costituiscono una delle cause di mancanza di liquidità per investimenti e ricerca. Cosa ne pensa?
R. Se le Regioni pagassero le nostre fatture non avremmo probabilmente bisogno di altro: avremmo risorse a sufficienza per pagare la ricerca, per assumere, per esportare. La situazione allo stato attuale è drammatica. Leggendo i dati relativi al tempo medio di incasso si notano ritardi per la Calabria di quasi 800 giorni, seguita dal Molise, che conta oltre due anni di arretrati. Gravissimi i ritardi di Campania e Puglia, la Sicilia forse ora si sta muovendo per migliorare. Dal Lazio in giù, fatta eccezione per la Basilicata, piccolissima frazione in termini quantitativi, la situazione, torno a ripetere, è drammatica.
D. Ciò incide sugli investimenti?
R. Non aiuta ad investire in innovazione e ricerca e non spinge le esportazioni. L’investimento nel nostro Paese non è minimamente incentivato: il capitale estero è scomparso. Non siamo al livello della Grecia, ma nel nostro settore non siamo poi così lontani, e questa è una situazione eclatante. Poi vi sono altre situazioni preoccupanti: ad esempio, non possiamo più fare gli ammortamenti sugli investimenti in strumenti che valgono centinaia di migliaia di euro ciascuno e vengono ripagati negli anni. Le gare non superano, però, mai i 5 anni, di solito durano 3 o 5 anni, mentre gli ammortamenti si possono fare in circa 8 anni: lo squilibrio è altissimo. Questo è un esempio, ma potrebbero citarsene molti altri. Il nostro settore non è ancora considerato trainante per l’economia. Qualche segnale c’è, ma è ancora insufficiente.
D. La Finanziaria 2010 aveva previsto il blocco dei pignoramenti per un anno nei confronti della Pubblica Amministrazione, che è stato revocato dal primo marzo con il decreto Milleproroghe. Questo ha migliorato la situazione?
R. La norma era incostituzionale, ma il problema è che i fondi non vi sono. Si va a pignorare una cassa vuota. Ogni giorno vengono stipulati con la Pubblica Amministrazione decine di migliaia di contratti sapendo che non saranno onorati; se il contratto prevede un pagamento a 90 giorni, si sa già che non saranno rispettati i termini. Assobiomedica aveva proposto di congelare il debito vecchio, da ripagare in 5 anni con un interesse minimo, purché le forniture nuove venissero liquidate nei tempi previsti da norme europee e nazionali. La situazione ancora non è cambiata, eppure la nostra proposta era ragionevole ed era stata concordata con i vertici della Confindustria e approvata da tutta la filiera della salute.
D. Dal punto di vista strettamente inerente la ricerca, quali dati si possono fornire sui progetti e sugli stanziamenti?
R. Pochissimi dati statistici. Assobiomedica ha ancora tra i propri associati punti di eccellenza. Un certo numero di industrie nel nostro settore fa molta ricerca, ma cominciano ad avere considerevoli problemi. Il nostro Centro Studi ha recentemente avviato una ricerca su questo punto specifico, ma è ancora presto per avere dati precisi.
D. «Etica per la trasparenza, appropriatezza per lo sviluppo: la sfida delle imprese delle tecnologie mediche», è il titolo della prossima Assemblea pubblica di Assobiomedica; quali le sue considerazioni?
R. In questa definizione rientrano i principi di cui ci siamo appropriati da anni, applicando un codice etico molto stretto: vogliamo essere credibili e per fare ciò dobbiamo instaurare rapporti di fiducia. Gli incidenti di percorso sono naturali, ma più che attenderli a valle tentiamo a monte di creare le condizioni per cui una determinata situazione non debba più verificarsi, o comunque in numero inferiore rispetto al passato. Per Assobiomedica il discorso etico è significativo in quanto legato al rapporto con il pubblico e con le autorità scientifiche. Per questo abbiamo scelto di dedicare la nostra Assemblea a questo tema.
D. Ha parlato di recente di un «osservatorio acquisti»: di cosa si tratta?
R. È un software già pronto a funzionare, un data-base sviluppato dal Ministero della Salute con il nostro apporto, che permetterà alle istituzioni pubbliche di tracciare tutta la storia degli acquisti compiuti dei nostri prodotti. Prima l’osservatorio dei prezzi era totalmente inutile, in quanto il prezzo finale non dava indicazioni sulla storia dell’acquisto. Verrà invece ora tracciata la storia dell’acquisto di un prodotto per fornire, alla fine, un prezzo nell’ottica della trasparenza.
D. La sanità di oggi necessita di tecnologie diagnostiche e dispositivi medici moderni, ma il SSN riserva scarsi incentivi all’innovazione. Come si può superare questo ostacolo?
R. L’Health Technology Assessment potrebbe essere un primo passo verso la soluzione. Abbiamo cominciato a parlare di essa quando era una metodologia quasi sconosciuta in Italia, sostenendone sempre i vantaggi, ma anche non dimenticando i pericoli connessi a un uso erroneo. Non essendoci un forte coordinamento centrale, da noi però sempre auspicato, ci ritroviamo con 21 Regioni che vanno ognuna per conto proprio: duplicazioni di spese e di sforzi. Ciò si vede proprio in tema di HTA.
D. La tecnologia, soprattutto in tema di sanità, viaggia di pari passo con l’etica. In che modo?
R. Etica vuol dire trasparenza e appropriatezza, ma vuol dire sviluppo; perché le giuste tecnologie, al giusto prezzo, in assenza di fenomeni illegali permettono di far costare di meno il sistema salute e di tutelare le imprese che sanno compiere il loro mestiere di creatori di ricchezza e di occupazione.

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