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CORSERA STORY.
GIORNALISMO, FATTI
E MISFATTI RILETTI
TRENT'ANNI DOPO

L'opinione del Corrierista

 

ei trentasei anni che ho trascorso al Corriere della Sera ho avuto otto direttori, anzi nove se si calcola anche Gaetano Afeltra che, pur avendo la qualifica di redattore capo, era in effetti il vero direttore del Corriere d’Informazione, il quotidiano del pomeriggio del Corsera. Sono stati: Mario Missiroli, Alfio Russo, Giovanni Spadolini, Piero Ottone, Franco Di Bella, Alberto Cavallari, Piero Ostellino, Ugo Stille. Spesso mi sento chiedere quale sia stato il migliore. Rispondere mi costringe a delineare una scala di meriti e quindi di demeriti, di pregi e qualità ma anche di lacune e difetti di ognuno di essi.
Come rispondo ai miei interlocutori che spesso si trasformano in intervistatori? Ovviamente con qualche battuta, perché occorrerebbe troppo tempo per illustrare le personalità che hanno caratterizzato quarant’anni di vita del grande giornale, i più significativi del secondo dopoguerra: dal 1952, anno di nomina di Mario Missiroli, al 1992 anno di pensionamento di Ugo Stille.

Potrei accennarne in otto puntate, una per ciascuno di essi. Così facendo, per rispondere alla domanda sul migliore debbo cominciare dal «peggiore». Peggiore in che senso? Ognuno senz’altro avrà avuto, anzi ha avuto pregi e difetti, qualità e lacune, meriti e demeriti; è difficile, quindi, rispondere con due parole, ossia con un nome e cognome. Comunque, se proprio dovessi esprimere un giudizio sommario, per direttissima, una sentenza da Tribunale speciale o Corte marziale in tempo di guerra, dovrei dire che il peggiore è stato Piero Ottone.

Potrei meravigliare tantissimi suoi ammiratori, ma proprio perché egli ha scritto volumi da super maestro di giornalismo, dovrei applicare il suo codice giornalistico, le sue teorie, i suoi insegnamenti. Alla luce dei quali egli stesso non si sottrarrebbe alla condanna. Si potrebbe obiettare che i suoi libri, soprattutto il suo manuale intitolato «Preghiera o bordello. Storia, personaggi, fatti e misfatti del giornalismo italiano», siano solo una summa di autoreferenzialismi, di giudizi personali e gratuiti, di presunzione, prosopopea, trombonismo.
Ma il mio giudizio è basato su fatti, non su sensazioni, opinioni, supposizioni o impressioni. L’affidamento della direzione del Corsera a Piero Ottone ha infatti coinciso con il tramonto del grande Corriere della Sera, di un’epoca gloriosa del giornalismo, di un’editoria indipendente, rispettosa delle idee e soprattutto dell’interesse dei lettori, garantiti proprio perché la proprietà dei giornali era privata, non asservita ai partiti e al potere politico. Privata sì, ma non sfacciatamente, grossolanamente, pesantemente finalizzata agli interessi di grandi gruppi finanziari, bancari, assicurativi, imprenditoriali, come avviene oggi.

Si poteva rimproverare ad Alfio Russo, direttore dal 1961 al 1968, di essere troppo succube della proprietà, rappresentata all’epoca da Tonino Leonardi; troppo legato a questi, troppo prono e pronto a seguirne visioni vecchie e stantie. Ma che dire allora della confidenza, della familiarità, della frequentazione, dei pranzi e delle vacanze in Costa Azzurra di Piero Ottone con Giulia Maria Crespi, cugina e nemica di Tonino, dallo stesso Ottone indicata come la «zarina» del Corriere?
Che dire degli effetti di queste costumanze, a cominciare dalla defenestrazione in tronco nel 1972, un anno prima della scadenza del contratto, del direttore Giuseppe Spadolini, scarso come giornalista ma un colosso per sapere storico, vittima di calunnie strumentalmente diffuse sul suo conto, su sue presunte trame dirette poi, per ammissione degli stessi detrattori, a favorire una soluzione che salvasse dal dissesto finanziario il Corriere della Sera e i suoi editori, prima dei quali la zarina?

La conseguente nomina di Piero Ottone avrebbe dovuto quantomeno salvare l’azienda da tale dissesto, che fu invece accelerato dalla sua sterzata politica a sinistra, da lui illustrata nel suo manuale come apertura ai tempi nuovi, svolta verso un giornalismo moderno, apprezzamento delle intelligenze militanti a sinistra, riconoscimento dell’innocuità di comunismo e comunisti.
Edito nel 1996, quasi vent’anni dopo la fine della sua direzione, il volume è costituito da 500 pagine di insegnamenti e precetti che rivelano però, alla rilettura odierna, il tentativo di Ottone di fornire un’excusatio non petita, una giustificazione, prolissa ma non convincente, del proprio operato e delle catastrofiche conseguenze abbattutesi, con tale direzione, sul destino del Corriere della Sera e della sua proprietà.

Conseguenze consistenti nell’immediata disgregazione della compagine proprietaria, nella svendita del giornale ai suoi maggiori concorrenti Gianni Agnelli ed Angelo Moratti, quindi nel passaggio ad Andrea e ad Angelo Rizzoli. Per finire squallidamente in mano alla P2, a poteri occulti, a banche e faccendieri, in un carosello di scandali, processi, arresti, carcere e suicidi. Certamente, come scrive proprio Ottone, il direttore di un giornale deve fare il giornalista, dare notizie, non servire i potenti, non ingannare i lettori, non amministrare il giornale; ma deve anche cercare di salvarlo dai dissesti finanziari. E il giornalista non può fare l’amico e il consigliere segreto della proprietà per fare carriera, per farsi nominare direttore, salvo mettersi poi ad insegnare come fare i giornalisti e come dirigere i giornali quando, per la sua gestione, il giornale perde credito e lettori, incontra difficoltà finanziarie, viene deprezzato e svenduto.

Rileggere il volume di Ottone, soprattutto nella parte che riguarda la sua ascesa e permanenza alla direzione del grande Corriere, suscita un interrogativo cui non è stata data risposta: avrebbero l’accortissimo Missiroli e l’eruditissimo Spadolini, saputo e potuto evitare le lotte familiari, lo sfaldamento della proprietà, il disinteresse dei politici, la perdita di credibilità, la squalificazione presso l’opinione pubblica, il dissesto finanziario? Non sarebbe andata meglio se il Corriere fosse passato a Eugenio Cefis, ossia all’Eni e allo Stato, prospettiva aborrita da Ottone, anziché alla P2, sullo sfondo del Ponte dei Frati Neri, al quale fu trovato impiccato Roberto Calvi, il banchiere coinvolto nelle tristi vicende finanziario del Corriere? Fu quella di Ottone una direzione di apertura ai tempi nuovi, un nuovo stile dell’editoria e del giornalismo, una conquista della libertà, o l’inizio del completo, attuale asservimento della stampa alla grande finanza, se non ai poteri occulti?

Victor Ciuffa

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