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SCELTA NUCLEARE
OBBLIGATA
PER RECUPERARE
IL TEMPO PERDUTO

 



del sen. CESARE CURSI, presidente della Commissione Industria di Palazzo Madama


Dopo l’approvazione
della Legge Sviluppo,
in Parlamento
l’esame dei decreti legislativi
che segneranno in modo
concreto il ritorno dell’Italia
alla produzione di energia
da nucleare.
L’Italia era stata
il secondo Paese, dopo
la Gran Bretagna,
a puntare sull’energia
nucleare. Un peccato
il passo indietro
compiuto nel 1987,
ma esiste
ancora un notevole
margine per rientrare
attivamente in gioco
da attori e non
da comparse

giusta la scelta netta intrapresa dal Governo Berlusconi verso la produzione di energia nucleare: la bolletta energetica nazionale pesa ogni anno per circa 60 miliardi di euro e penalizza non solo i cittadini, ma l’intero sistema economico del Paese. In più è l’unica forma di energia pulita in tema di rispetto dell’ambiente. La riapertura della questione nucleare in Italia comporta, però, non solo la necessità di stabilire come e dove costruire le future centrali, ma anche quella di gestire in parallelo problemi complessi, complementari all’adozione di tale tecnologia, che si configurano come fattispecie essenziali per il successo dell’operazione.
È indispensabile innanzitutto attuare una profonda revisione del sistema normativo e regolamentare, intesa come un delicato mix di competenze e doveri tra chi deve prendere la decisione finale, ossia il Governo, e chi, gli enti locali, deve necessariamente condividere le soluzioni intraprese. Difficilmente in Italia ci sarà il nucleare senza il consenso degli enti locali interessati o, meglio, senza il consenso della gente. È doveroso rispettare le preoccupazioni dei singoli cittadini, spiegare loro, con straordinaria trasparenza, pregi e vantaggi delle tecnologie che andremo ad intraprendere.
Ognuno di noi dovrà convincersi che la produzione di energia pulita da nucleare avverrà, sì, in moderni siti tecnologicamente sicuri e nel pieno rispetto della normativa ambientale, ma che questo potrà verificarsi a pochi passi dalle nostre case.
La sindrome «not in my back yeard» è comune in tutto il mondo, non è certo una prerogativa nazionale. È però necessaria, ora più che mai, una campagna d’informazione mirata, la quale spieghi in maniera puntuale che quello che ci accingiamo a mettere in cantiere già è in atto da decenni in tutti i Paesi più industrializzati del mondo, ed ha contribuito a garantire in ognuno di questi benessere, ricchezza e sviluppo.
Bisogna dare risalto, parlando con la gente, ai vantaggi arrecati dal nucleare non solo come risorsa per la produzione di energia elettrica e, quindi, fonte di notevoli risparmi con benefici per l’ambiente, visto l’impatto quasi zero per quanto riguarda l’emissione di anidride carbonica. È indispensabile considerare gli altri effetti positivi generati dal rilancio del nucleare, come il coinvolgimento del mondo industriale e universitario. Si tratta, in pratica, di un grande progetto di ambizione nazionale.
Rispetto alle polemiche di questi giorni, ampiamente preventivate, c’è da dire che non c’è ad oggi una mappa prestabilita dei siti da realizzare, e quindi chi si sente già in diritto di alzare lo scontro lo fa per pura polemica di parte. Rimango senza parole di fronte alle iniziative legislative addirittura intraprese da due Regioni di sinistra come Puglia e Campania, per dichiararsi non disponibili ad ospitare le future centrali. Chissà, forse per il desiderio di racimolare, nelle prossime elezioni regionali, il voto di qualche nostalgico non rassegnato.
Il Piano di sviluppo del nucleare non può prescindere da un profondo coinvolgimento del sistema industriale nazionale. Al fine di rendere disponibili le competenze esistenti nel Paese e di sfruttarle al massimo per potenziare il sistema produttivo, è quanto mai opportuno inserire nel contesto industriale le capacità operative presenti in ambito pubblico.
L’industria nazionale deve puntare ad acquisire lo status di partner industriale - e non in posizione subalterna - dei principali costruttori di reattori attraverso strategie di accordo che consentano di qualificarsi nella sistemistica e nella componentistica, e di partecipare ai programmi nucleari nazionali e internazionali. Non sta al Governo individuare i soggetti interessati alla realizzazione del Piano nucleare italiano. Accanto ad Enel-Edf, che hanno già dato la propria disponibilità, anche altri rilevanti gruppi industriali, come Ansaldo Nucleare del Gruppo Finmeccanica stanno realmente valutando l’intenzione di impegnarsi nel settore. La concorrenza, il know-how, il confronto tra nuove tecnologie, non potranno che accrescere le potenzialità di un settore così strategico per il futuro del nostro Paese.
Andrà potenziata la ricerca. Le attività conseguenti dovranno essere ridefinite con riferimento specifico alle necessità di qualificazione del comparto industriale sulle filiere che hanno le migliori prospettive di mercato. Ciò potrà essere conseguito attraverso l’istituzione di un Consorzio di ricerca con la partecipazione dei maggiori partner interessati. Il modello di finanziamento delle nuove centrali nucleari, in regime di economia di mercato, richiede adeguamenti alla normativa nazionale antitrust e adattamenti alle specificità del mercato finanziario nazionale.
In tema di formazione, anch’essa indispensabile, si rende necessario riqualificare il sistema formativo in campo nucleare attraverso una stretta e rinnovata interazione tra l’Università, il sistema della ricerca e l’industria, con la definizione in comune di corsi formativi moderni. Prioritaria, rispetto alla fase di realizzazione dei futuri impianti, sarà quella di definizione dei siti destinati allo stoccaggio dei rifiuti radioattivi. I decreti legislativi al vaglio del Parlamento elencano in maniera analitica le caratteristiche tecniche per la loro individuazione, pur ritenendo che, al di là degli aspetti tecnici, il momento più alto del prossimo processo decisionale sarà quello del confronto con gli enti locali interessati. Non ci sarà, come detto, futuro nucleare senza condivisione del processo.
Scegliere il nucleare non significa rinunciare alle fonti di energia rinnovabili che, anzi, vanno per forza incentivate. Anzi dirò di più: queste due forme di energia sono complementari sia perché entrambe garantiscono il massimo rispetto per l’ambiente, sia perché i vantaggi economici derivanti dalle nuove centrali consentiranno di finanziare lo sviluppo delle rinnovabili che hanno ancora elevati costi iniziali e, per questo, necessitano di sussidi pubblici che poi ricadono sulle bollette dei consumatori. Con una quota a regime di energia del 25 per cento derivante da fusione dell’atomo i costi della nostra bolletta potranno scendere fino al 30 per cento rispetto ai livelli attuali.
Nel mondo sono in funzione circa 450 reattori, altri 40 sono in costruzione e circa 50 sono in fase di progettazione definitiva. Non stiamo anticipando nulla, semmai rincorriamo i ritardi del passato. L’Italia era stata il secondo Paese, dopo la Gran Bretagna, a puntare sull’energia nucleare. Un vero peccato il passo indietro del 1987, ma esiste ancora un notevole margine per rientrare attivamente in gioco da attori e non da comparse.
Il cammino verso la costruzione dei nuovi impianti vede una specifica definizione di parametri, ambientali e tecnici, e di incentivi per i territori su cui ricadranno i nuovi siti. Le aree idonee ad ospitare le prossime centrali nucleari italiane dovranno rispondere a uno schema di parametri di riferimento relativi a caratteristiche ambientali e tecniche, come previsto dai decreti legislativi all’esame del Parlamento. I siti che ospiteranno la centrali nucleari saranno di interesse strategico nazionale e, come tali, soggetti a forme di vigilanza e di protezione.
Lo «schema di parametri» dovrà essere definito dal Ministero dello Sviluppo economico e da quello dell’Ambiente e dei Trasporti, su proposta dell’Agenzia del nucleare, entro 60 giorni dall’entrata in vigore dei decreti legislativi attuativi. In particolare, le caratteristiche ambientali riguardano popolazione e fattori sociali ed economici, qualità dell’aria, risorse idriche, fattori climatici, suolo e geologia, valore paesaggistico, valore architettonico-storico e accessibilità. Le caratteristiche tecniche riguardano, invece, sismo-tettonica, distanza da aree abitate, geotecnica, disponibilità di adeguate risorse per il sistema di raffreddamento della tipologia di impianti ammessa, strategicità dell’area per il sistema energetico, caratteristiche della rete elettrica, rischi potenziali indotti da attività umane nel territorio circostante.
È previsto un beneficio economico commisurato alla potenza nominale dell’impianto, nella fase di cantiere, pari a 3 mila euro per megawatt, ed uno nella fase di esercizio stabilito in base all’energia prodotta, pari a 0,4 euro per megawattora, da corrispondere a imprese e a cittadini sulla base dei criteri definiti dagli enti locali interessati. Sono definite, inoltre, forme di incentivi pari al 10 per cento del contributo totale per le Province in cui è ubicato l’impianto, per il 55 per cento ai Comuni e per il 35 per cento a quelli limitrofi fino a una distanza massima di 20 chilometri dall’impianto.
I benefici relativi alla fase di realizzazione dei siti sono destinati per il 40 per cento agli enti locali per le finalità istituzionali e per il 60 per cento alle persone residenti e alle imprese presenti nel territorio circostante il sito, mediante la riduzione della spesa energetica, della Tarsu, delle addizionali Irpef, Irpeg e dell’Ici, secondo criteri e modalità che saranno fissati dagli enti locali interessati. Quelli correlati all’esercizio produttivo degli impianti, invece, saranno destinati alla riduzione della spesa per l’energia elettrica degli utenti ubicati nei territori nei quali avranno sede gli impianti. Il cammino non sarà né semplice né agevole: starà alla coscienza di ognuno di noi saper cogliere un’occasione irripetibile per lo sviluppo del Paese.

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