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a gente che vive lontana dal mondo della Giustizia assiste a una violenta e interminabile «querelle» sul’efficienza dell’ordinamento giudiziario nelle sue varie strutture, ma soprattutto sull’operato di alcuni pubblici ministeri e giudici ritenuti particolarmente politicizzati o, comunque, avversari della classe politica al potere, della maggioranza di centrodestra o soltanto di alcuni suoi massimi esponenti. Tali magistrati, si sostiene, sarebbero animati da motivazioni ideologiche o spinti da ambizioni personali di subentrare ai politici, o comunque speranzosi di essere chiamati a ricoprire ruoli molto più elevati, remunerati e privilegiati.

Inteso come complesso di edifici sparsi, nelle sue diverse articolazioni, prevalentemente nel quadrante orientale della città, il cosiddetto Palazzo di Giustizia di Roma è uno dei più frequentati e affollati d’Italia sia per il numero dei procedimenti che annualmente vi affluiscono, sia per la moltitudine dei protagonisti, che sono magistrati, ausiliari, periti, imputati, parti lese, attori e convenuti, poliziotti, carabinieri, guardie penitenziarie, giornalisti, testimoni, congiunti degli interessati, curiosi. Questi ultimi in realtà appaiono molti scarsi, e questo è sicuramente negativo per l’immagine che della Giustizia, e soprattutto dei magistrati, viene diffusa nell’opinione pubblica dalla stampa e ancor più dai politici implicati in vicende giudiziarie.

Se escludiamo, dal cosiddetto «pubblico», quanti sono forzatamente costretti ad assistere al dibattimento, ad esempio i testi, il numero degli «estranei» che frequentano le sedi giudiziarie si riduce grandemente, ed è veramente esiguo rispetto alla popolazione. Per cui del funzionamento della giustizia resta nella massa l’immagine sommaria, negativa e spesso interessata, diffusa dai mezzi di comunicazione. Certamente l’affollamento apparentemente parossistico che si registra, ad esempio, nelle varie sedi giudiziarie romane rafforza l’impressione di una gestione della giustizia confusa, superficiale e per questo ingiusta.

Ma è veramente così? A mio giudizio occorrerebbe condurre varie categorie di persone e addirittura le scolaresche ad assistere ai processi, e in special modo a quelli penali, per diffondere nella società di domani l’immagine reale di questo mondo. Questo comporterebbe forse, specie nei Tribunali civili, il rischio di avvalorare, alla vista di anguste aule affollate di avvocati impazienti di sentire chiamare la propria causa, e di giudici da essi assediati, un’idea deformata del funzionamento della Giustizia; ma presto si capirebbe che disfunzioni così appariscenti sono causate in massima parte dall’insufficienza di personale, di strumenti, di spazi.

Nella mia attività giornalistica, sin dagli anni 50 ho frequentato tutti i Palazzi di Giustizia romani, e anche di altri centri, e assistito a procedimenti di tutti i tipi - civili, penali, amministrativi, costituzionali -, in ogni grado: Conciliazioni, Preture, Tribunali e Corti d’appello, Assise e Assise d’appello, Cassazione, Giunte provinciali amministrative, Tar, Consiglio di Stato, Commissioni tributarie provinciali e regionali, Corte dei Conti, Goa, Got, Giudici di pace ecc. Ricordo, ad esempio, che negli anni 50 e 60 ai processi in Corte d’Assise erano sempre presenti tra il pubblico bellissime ragazze; potevano essere fidanzate, mogli o sorelle degli imputati, ma anche ragazze estranee, attratte da quel fascino innegabile esercitato su di loro da personalità forti, sprezzanti, soliti sfidare leggi, giudici, carabinieri e società.

Sono tornato in questi giorni, da semplice osservatore, a frequentare i Palazzi di Giustizia romani, per rendermi conto della rispondenza alla realtà dell’immagine propalata all’esterno da mezzi di comunicazione e da addetti ai lavori, intendendo per questi ultimi i protagonisti dell’attuale «querelle», i contendenti: da una parte alcuni magistrati, dall’altra alcuni politici. Ho trovato aule di Corte d’Assise affollate come un tempo, ma con meno belle ragazze, forse perché si sono emancipate dal fascino dei «duri», o perché i «duri» di oggi non sono uguali a quelli di ieri. Si incontra gente comune, parenti e amici degli imputati. L’atmosfera? Silenzio, attenzione, serietà, massima concentrazione di giudici sia togati, sia popolari. Ho assistito, altresì, ai processi di giudici monocratici; a parte il fatto che si è sviluppata considerevolmente la presenza di giudici donna, tutte ben curate e prevalentemente bionde, l’atmosfera appare tremendamente seria, l’attenzione alta, lo scrupolo massimo. Potrà verificarsi qualche eccezione, ma la normalità sembra ed anzi è quella che ho descritto. Lo stesso clima mi sembra aleggiare nei lunghi corridoi, nelle segreterie e negli uffici dei pubblici ministeri.

Non so se in camera di consiglio i giudici raccontino barzellette, come si vocifera avvenga nelle sale operatorie; compiendo una rapida carrellata in questo mondo di cui si parla tanto e male in tv e sui giornali, si ha l’impressione che, tranne ritardi e inadempimenti dovuti alla scarsezza dei mezzi, in fin dei conti la giustizia funzioni meglio di quanto riferito. E che, tutto sommato, la gente continui a riporre fiducia in essa e chi l’amministra continui a suscitare fiducia nella gente; anche in chi si attende una condanna, perché sa che la merita. Tutto questo non esclude che possano esservi casi di malagiustizia.

Ci sono giornalisti che hanno riempito articoli e anzi libri di casi di malagiustizia realmente accaduti; è troppo facile elencare i procedimenti disciplinari svolti dall’apposita Sezione del Consiglio Superiore della Magistratura a carico di magistrati inadempienti, ma non si dimostra proprio nulla. Anche tra avvocati, medici, giornalisti, commercialisti, notai, preti, politici esistono trasgressori. Si elimineranno attaccando ogni giorno queste categorie, generalizzandone i difetti, delegittimandole, minacciandole, riformandole, abolendole? La società ha bisogno di tutte e, per averle efficienti, serie, oneste, in grado di svolgere le loro funzioni, ha un solo mezzo: avere fiducia in esse, apprezzarne l’operato, premiarne gli sforzi e i sacrifici. Non è un discorso buonista, è realista. Si parla, per esempio, tanto di malasanità, poi si ascoltano racconti edificanti sul funzionamento degli ospedali, fatti proprio da chi vi è stato ricoverato.

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