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QUALI INTERESSI
E AFFARI
MONDIALI NASCONDE
IL MAXI DIBATTITO
SUL CLIMA?

di LUIGI LOCATELLI


Lo stato (sconosciuto dai mass media) della natura a ridosso dell’abitato di Roma, una metropoli di tre milioni di abitanti

Le cronache del
summit di Copenaghen
poco hanno riferito degli
studi sulle vere cause
ed effetti delle emissioni di CO2 sul riscaldamento
del pianeta; hanno dato
molto spazio ad alcune
iniziative particolari.
Il problema generale
è ormai sentito
dall’opinione pubblica
di ogni continente,
ma la comunità scientifica
resta divisa sui suoi
motivi e sulla sua
effettiva consistenza

stato irriverente il debutto sulla stampa internazionale della Conferenza sul Clima di Copenaghen. Un quotidiano ha pubblicato nei primi giorni la lettera di un lettore perplesso sull’organizzazione dell’affollato incontro programmato in Danimarca dal 7 al 18 dicembre scorso con l’obiettivo di trovare le misure più idonee a diminuire i danni dell’inquinamento atmosferico provocato dalle attività umane: nella capitale danese afflueranno 1.200 limousine, 140 jet privati, 15 mila delegati tra esperti, consiglieri e assistenti, oltre a 100 personalità politiche e capi di Stato e di Governo dei 193 Paesi partecipanti con i rispettivi seguiti, e 5 mila giornalisti. Con il risultato di provocare un’emissione nell’atmosfera di 41 mila tonnellate di anidride carbonica, la temuta CO2, pari a 2 tonnellate a testa, quante ne producono un americano in un mese, un italiano in 3 mesi, un cinese in 6. E poi champagne con relativa emissione di altre bollicine di anidride carbonica negli alberghi a 5 stelle. Per un costo totale di 143 milioni di euro.
Indifferente all’ironia di queste cifre, sulle pagine di 56 quotidiani di tutto il mondo è apparso in contemporanea un allarmato editoriale, diffuso dall’Ufficio per la propaganda sul riscaldamento globale: «Ci resta poco tempo. Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta». Nella giornata di sabato 12, le prime devastazioni, invece, sono state inflitte al centro di Copenaghen ad opera di un nutrito gruppo di black bloc, del tutto simili nelle azioni a quelli comparsi a Genova nel 1994, poi nel novembre 1999 al Convegno di Seattle mescolati ai coloriti «no global», poi apparsi in ogni summit internazionale dal Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, a quasi ogni G8, alle riunioni del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, del World Social Forum.
Nelle proteste questa indistinta popolazione del pianeta, esigua di numero ma con grandi capacità combattive, mette in atto un pianificato programma diretto a causare danni e a violare qualsiasi sbarramento posto a protezione degli ospiti, in nome del rifiuto di una non meglio definita globalizzazione realizzata dai governanti di Paesi occidentali in associazione con il mondo della finanza e dell’industria, colpevoli di negare libertà, autonomia e sostegno economico a questi gruppi spontanei.
Alle loro storiche accuse ora si aggiunge la colpa di provocare il riscaldamento del pianeta. Neppure i mille arrestati dalla severa polizia danese nel primo assalto alle zone vietate e gli altri nei disordini dei giorni successivi sono riusciti a placarli. In maggioranza giovani provenienti da vari Paesi, i black bloc appaiono nei vivaci cortei dei «no global» e, come se fossero diretti da misteriose parole d’ordine, rapidamente indossano nelle vie laterali tute e cappucci neri, e agili e veloci, con un’organizzazione quasi militare colpiscono gli obiettivi prefissati provocando danneggiamenti, scontrandosi con gli agenti di polizia.
All’improvviso scompaiono, rivestono con rapidità pantaloni e maglie colorate, si mescolano nei cortei, lasciando i «no global» a vedersela con le forze dell’ordine, forti solo delle loro grida «Vogliamo giustizia climatica», «Non esiste un pianeta B», «Cambiate la politica, non il clima», forti della presenza di José Bové e di Luca Casarini, entrambi assidui dei cortei di protesta, mescolati a un gruppo d terremotati dell’Aquila, e issando manichini di Karl Marx.
Con loro, nel gruppo di ragazzi italiani fermati dalla polizia danese anche Tommaso Cacciari, nipote del sindaco di Venezia, e attivisti dei centri sociali del Nord-Est, convinti tutti di non fare violenza ma soltanto disobbedienza. Non è dato sapere chi sono i black bloc né se qualche indagine abbia permesso di appurarlo, quali i loro obiettivi reali al di là delle aggressioni e degli slogan di rito, né tanto meno chi siano i loro organizzatori. Soprattutto chi raccoglie i benefici concreti delle loro azioni; chi li guida e gestisce, rimanendo lontano dagli scontri, e per quali veri interessi.
Nella difficile e complessa Conferenza di Copenaghen, divisa dai contrapposti problemi economici dei partecipanti, i momenti di guerriglia hanno ottenuto il risultato di sovrastare il tema delle discussioni politiche, annullando fin dall’inizio la possibilità di un’approfondita informazione scientifica sull’argomento posto all’attenzione mondiale, sulle ragioni che dividono catastrofisti e scettici, sui rischi effettivi del riscaldamento, sui possibili interventi.
Di fronte alle immagini degli scontri tra polizia e manifestanti, si è avuta l’impressione che il vero obiettivo dei disordini fosse proprio quello di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dall’andamento della Conferenza sulla fondatezza scientifica degli allarmi sull’inquinamento, facendola bloccare di fatto sulla ferma contrapposizione tra USA e Cina, i maggiori inquinatori, impedendo un accordo conclusivo sulla riduzione delle emissioni di CO2.
Le cronache delle riunioni poco hanno riferito dell’andamento degli studi sugli autentici effetti delle emissioni di CO2 sul riscaldamento del pianeta, le sue reali cause, i possibili rimedi. In proporzione sui media è stato dato maggiore spazio ad alcune iniziative particolari quali il summit subacqueo alle Maldive per lanciare l’allarme sugli tsunami ricorrenti e la successiva riunione tenuta a 5 mila metri di altitudine nel campo base ai piedi dell’Everest dai 22 ministri del Governo nepalese per associarsi nella denuncia dei danni da riscaldamento alla loro economia.
Il problema generale ormai è sentito dall’opinione pubblica di ogni continente, ma la comunità scientifica rimane divisa sulla sua effettiva consistenza e sulle cause. Il messia universale delle accuse al riscaldamento di origine antropica rivolte dall’ecologismo verde è stato Al Gore, l’opaco vice di Bill Clinton alla Cassa Bianca. Concorrente alle presidenziali, dopo la vittoria di George W. Bush per una manciata di voti assegnatagli dal riconteggio della Florida, cominciò a girare l’America da una città all’altra per superare la delusione tenendo conferenze sul clima, argomento forte della sua sfortunata campagna elettorale.
Un messaggio semplice, diffuso con un sorriso quieto e voce convincente: il caldo aumenta, anno dopo anno, e scioglie i ghiacci polari. L’effetto primario sarà l’aumento del livello dei mari, che inonderanno dapprima isole lontane, poi coste e città vicine. Colpevole del caldo non sono le bizzarrie della meteorologia. Oggi la temperatura sale rapidamente per colpa delle troppe e incontrollate attività industriali, delle troppe emissioni di fabbriche e centrali elettriche, dei milioni di scappamenti delle automobili, e così via.
Il pubblico ascolta, applaude, firma assegni di sostegno ma le menti e le coscienze non sono turbate come l’ex vicepresidente ed ex candidato anti-Bush junior vorrebbe. A scuoterle arriva nel 2006 il film «Una scomoda verità» presentato come documentario nelle tournée di Gore, che ne è anche il finanziatore, diventato il manifesto della nuova crociata verde: due Oscar nel marzo 2007 seguiti dal Nobel per la pace a Gore e all’IPCC, Intergovernmental Panel for Climate Change, il comitato politico-scientifico dell’Onu sul clima.
Da quel momento Al Gore cambia stile. Non più sorrisi accattivanti agli ascoltatori, ma attacchi crudeli ai non credenti, che chiama «negazionisti», come quanti osano mettere in dubbio l’olocausto. «Chi non crede allo sbarco sulla Luna non ha dietro i soldi degli inquinatori» che sarebbero alle spalle degli eco-scettici. Le sue conferenze diventano una crociata. Vengono raccolte prove su prove. Quale causa imprevista ha spinto 11 milioni di tonnellate di aringhe a lasciare il mare norvegese di Kirkenes per spostarsi in acque russe, o dell’Islanda o perfino della Gran Bretagna?
«È certamente effetto del clima più caldo» sostiene Alf Hakon Hoel, docente di geopolitica nell’Università di Tromso, la città più a nord della Norvegia, ben oltre il Circolo Polare Artico, non lontano da Capo Nord, come lo è lo scioglimento dei ghiacci nel Mare Artico, con le temperature salite di due gradi. Anche un’indagine internazionale guidata da scienziati dell’Istituto Polare di Tromso afferma che i ghiacci artici hanno toccato l’estensione più bassa degli ultimi 800 anni, con effetti imprevedibili come le piogge che nell’Artico, anziché ghiacciare, formano un deposito di acqua dolce.
Un consistente contributo alle tesi di Al Gore l’ha dato tra gli altri, nel 2006, Nicholas Stern, colmando una lacuna significativa. Ex capo economista della Banca mondiale, consulente di Gordon Brown Cancelliere dello Scacchiere, ha fornito un rapporto di 700 pagine sugli impatti economici del riscaldamento globale e sui costi delle politiche per contrastarlo. L’aumento delle temperature, afferma Stern, distruggerà tra il 5 e il 20 per cento del prodotto interno l’anno, per sempre.
Senza tenere conto delle osservazioni di altri economisti secondo i quali quel 5-20 per cento di prodotto interno distrutto è ottenuto con il calcolo di un tasso di sconto dello 0,1 per cento, ossia quasi nullo, Stern si giustifica con una breve nota a piede di pagina. Più convincente per l’opinione pubblica comune è il ricordo di un personaggio che per mezzo secolo ha descritto il rapporto tra uomo e natura in libri, documentari, film. È Folco Quilici, che afferma chiaramente che il clima è sempre cambiato da quando esiste il mondo.
E lo prova con i propri film sugli insediamenti umani in Groenlandia con abbazie, case e stalle costruite dai vichinghi mille anni fa in aree verdi ma da tempo coperti da ghiacci alti fino a 2 mila metri. Per convalidare il ricordo di Quilici basta citare Erik il Rosso, il navigatore norvegese che, quando approdò nell’anno 985 per la prima volta sulla costa meridionale della Groenlandia, chiamò quell’isola Terra Verde, denominazione che conserva ancora oggi.
Intanto, soprattutto nei Paesi del mondo occidentale, il seducente mondo della musica rock manifesta preoccupazione per l’inquinamento da CO2, concorrendo a diffonderla soprattutto nel pubblico giovane dei concerti, sensibile alla miscela tra musica ed ecologia. Nel 2008 in Italia sono stati realizzati oltre 33 mila eventi di musica dal vivo tra concerti in piazza e grandi show negli stadi, producendo, secondo i calcoli dell’Osservatorio, 2,793 milioni di tonnellate di CO2, pari al quantitativo di un milione 400 mila famiglie.
La musica verde è un autentico interesse scientifico da parte degli artisti o è un aiuto ad attrarre pubblico? L’Osservatorio Edison-Change the Music ha constatato l’aumento delle emissioni nei concerti, ma esso è legato al maggior numero di manifestazioni, mentre la coscienza verde di artisti e complessi musicali ha permesso una riduzione di oltre 300 mila tonnellate di anidride carbonica, quanto ne producono in un anno 100 mila persone percorrendo 15 mila chilometri in auto, malgrado un aumento del 38 per cento del numero di concerti. E si sta pensando di organizzare concerti in strutture di spettacolo di grandi dimensioni alimentate solo da pannelli solari. Le emissioni dei concerti rock sono prodotte essenzialmente dai trasporti del pubblico e dell’organizzazione, dalla gestione dei rifiuti, dai consumi di energia elettrica che aumentano in proporzione alla grandezza dell’ambiente, chiedendo maggiore illuminazione e peso della voce.
«Il problema c’è ed è serio. Se lo riconosce una società energetica che in parte è anche responsabile delle emissioni inquinanti, significa che tutti devono muoversi», afferma Andrea Prandi, direttore comunicazione dell’Edison Change the Music, spiegando il significato educativo di concerti quali quelli di Afterhours, Pelù, Velvet, Milano jazzin’festival. Con il progetto «Impazzo Zer»o di Lifegate, anche Vasco Rossi e Ligabue si sono associati alla coscienza verde aderendo alla tutela di 124 mila metri quadrati di nuove foreste in Costa Rica.
Meno ascoltata dai protagonisti di concerti rock, ma ugualmente clamorosa, è l’affermazione del professor Franco Battaglia, docente di Chimica ambientale all’Università di Modena, secondo il quale i rapporti dell’IPCC, malgrado il Premio Nobel ricevuto insieme ad Al Gore, oltre ad essere illeggibili, «contengono sistematicamente affermazioni che distorcono il loro contenuto scientifico in favore di una preconfezionata verità. A dispetto di tutte le proteste, l’IPCC ha continuato con l’alterazione sistematica della scienza».
Improvvisamente, a metà lavori, sulla scena della Conferenza è apparso del tutto involontariamente uno scienziato australiano, Warwich Hughes, incuriosito da inconsueti segni apposti in testa ad alcune statistiche, come «+/-». Ha chiesto il significato di quelle apparenti interpunzioni a Phil Jones, suo superiore e direttore del Cru, Climate Research Unit, l’ente intergovernativo che certifica i dati sul clima. Come accade spesso tra specialisti, invece di una spiegazione semplice e immediata ha ricevuto frasi riluttanti, indecise, evasive, infine infastidite per le sue insistenze.
Finché Jones non s’è lasciato sfuggire che, a partire dagli anni 80, l’ente non era stato in grado di mantenere i dati originali di provenienza dalle varie stazioni di rilevamento, e che le serie disponibili nell’archivio erano aggiustate secondo criteri di omogeneità. Sarebbero quindi basati su aggiustamenti e armonizzazioni dei dati gli allarmi sul riscaldamento del pianeta; sarebbe ora impossibile verificare andamento e credibilità dell’aumento della temperatura? Che validità hanno gli stessi modelli matematici alla base dei calcoli elaborati?
A queste domande non sarebbe seguita una plausibile risposta, inducendo quindi Hughes a riferire on-line l’episodio ad alcuni colleghi del mondo scientifico. Un blogger avrebbe intercettato questo messaggio rendendolo pubblico. Scandalo e polemiche. «È solo un’email–avrebbe detto Al Gore, portato a conoscenza della cosa–, e le è stato attribuito un significato maggiore del reale per negare il riscaldamento». Ma dal Competitive Enterprise Institute è partita una denuncia contro il Cru per violazione del Freedom Information Act.
Finché non sono stati diffusi in rete centinaia di messaggi di posta elettronica, tra cui quelli dello stesso Jones, con frasi altamente significative sugli accordi per concordare gli innalzamenti della temperatura da denunciare pubblicamente: «Si, la temperatura non è molto più alta del 1998 e tutto questo mi preoccupa; c’è la possibilità di avere davanti un periodo lungo una decina d’anni con temperature relativamente stabili; forse posso tagliare gli ultimi punti sulla curva prima del mio intervento». Oppure: «Ho appena completato il trucco di Mike» nascondendo il declino delle temperature in ogni serie degli ultimi vent’anni.
Il New York Times ne ha pubblicato molti stralci. Compresi quelli del professor Michael Mann della Pennsylvania State University, in cui dice di aver usato «un trucco per nascondere il declino». O quella di Kevin Trenberth del National Center for Atmospheric Research di Boulder in Colorado: «Non possiamo spiegarci la mancanza di riscaldamento». Sono questi alcuni dei nomi che Al Gore citava nelle conferenze a sostegno dei propri allarmi.
Ed è stata diffusa l’ipotesi che sarebbe un russo, forse, incaricato per oscuri motivi da Vladimir Putin, l’hacker autore della violazione delle e-mail. È difficile sopravvalutare il significato di questi messaggi divulgati dai giornali, probabilmente non testuali alla lettera ma comunque attendibili nel contenuto, malgrado il tentativo di difesa del Cru quando sostiene che essi sono stati estrapolati fuori contesto. Una difesa comprensibile ma quanto credibile, dal momento che per ammissione degli stessi collaboratori di Jones i dati sono confusi, complicati, tortuosi, tratti da un database ridotto in condizioni pietose?
A poche ore dall’inizio della Conferenza di Copenaghen, Phil Jones si è dimesso dall’incarico placando per l’immediato le polemiche sebbene l’Alta Corte di Londra due anni fa avesse già denunciato, inascoltata, la scarsa attendibilità dei dati sul clima, ma aprendo nuovi dubbi sugli affari miliardari messi in piedi dai catastrofisti. La domanda riguarda adesso le rendite economiche che il global warming ha fruttato in libri, consulenze, conferenze, collaborazioni.
L’aveva anticipato forse inconsapevolmente, a proposito di carbon tax o di «cap and trade» per fissare un tetto alle emissioni, il belga Dieter Helm quando sulla Oxford Review of Economic Policy aveva affermato che «il riscaldamento globale sarà probabilmente una delle più grandi fonti di rendite economiche della storia»: lo conferma il desiderio legittimo di imprese produttrici di impianti eolici, solari o fotovoltaici. Le società finanziarie in qualche modo legate al green business alla Borsa di Londra, tra il FTSE 4 Good Index e il FTSE Environmental Opportunities, hanno già oggi una capitalizzazione di 23 miliardi di euro. Ed è solo l’inizio. Quanto ad Al Gore, è stato calcolato che il patrimonio della famiglia, di due milioni di dollari del 2000, oggi andrebbe moltiplicato per 50.

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