back

CONCORRENZA


Nenad Pacek:
dopo i bassi costi, è l’alta qualità

a cura di Romina Ciuffa

Nenad Pacek, vicepresidente dell’Economist per i Paesi
dell’Area mediterranea


La crescita dell’Italia
è stata trascurabile
negli ultimi sei anni,
ad eccezione del 2006
quando sono stati
registrati segni di vita;
i risultati, anche ottimi,
sono stati più deboli
rispetto al resto
dell’Eurozona:
qualunque Paese voglia
rinvigorire la crescita
economica deve puntare
allo sviluppo
della produttività


icepresidente della divisione Intelligence dell’Economist per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa e grande esperto di problemi relativi allo sviluppo economico e di prospettive per i mercati emergenti, Nenad Pacek viene spesso coinvolto da grandi aziende in riunioni di pianificazione e come relatore in presentazioni aziendali al management. Il best seller di cui è autore, «Mercati emergenti», è basato sull’attività svolta come consulente per alcune delle più grandi aziende del mondo. Moderatore nella maggior parte delle tavole rotonde dell’Economist, vorrebbe estenderle in tutto il mondo perché le considera un’utile piattaforma per un dialogo produttivo e continuo tra Pubblica Amministrazione e aziende. Insegna Business internazionale ed economia alla Webster University a Vienna; è professore invitato alla London School of Economics, all’Università di Vienna, all’Essec MBA in Francia e al programma di studio all’estero dell’Università St. Lawrence di Vienna.

Domanda. Considera l’Italia un Paese competitivo in Europa? Quali aziende italiane necessitano di aumentare il proprio ruolo concorrenziale?
Risposta. Oggi la competizione va rivista in un’ottica globale. L’Italia, analogamente a tutta l’Eurozona, ha di fronte a sé sia i mercati già stabilizzati sia quelli emergenti. Le piccole e medie imprese dominano il suo scenario economico, ma sono sempre più chiamate a fronteggiare nuovi concorrenti, provenienti soprattutto dall’Est asiatico e dalla Cina. Il rischio reale per l’Italia e per le altre economie europee consiste nel fatto che molti di questi mercati emergenti, nell’Europa dell’Est e in Asia, stanno guadagnando posizioni nel mercato del valore. Non sono più da inscrivere semplicemente nella sfera dei prodotti a basso costo, perché in realtà prestano una sempre maggiore attenzione al design, alla qualità e al marchio, tutti punti di forza tradizionali del made in Italy. Questo tipo di concorrenza è destinato ad aumentare: saranno tempi sempre più duri per tutte le aziende italiane che non intendono investire nell’innovazione e nel costante progredire nel mercato del valore. Altri ottimi punti di riferimento in termini di investimento in Ricerca & Sviluppo ed educazione giungono dai Paesi scandinavi; la Finlandia, per esempio, è costantemente indicata tra le economie più competitive nel mondo.

D. L’Italia è pronta per la globalizzazione?
R. La domanda sulla prontezza dell’Italia rispetto alla globalizzazione è piuttosto interessante. Credo che parte del Paese sia pronto, ma è l’intera economia ad aver reagito con un certo ritardo. Ancora una volta è un dato che non sorprende. I cambiamenti propri dei mercati emergenti sono talmente rapidi che molti dei sistemi economici sono stati colti di sorpresa.

D. Gli esportatori italiani sono stati danneggiati dall’introduzione dell’euro?
R. Secondo alcuni osservatori, le aziende europee cominciano a lamentarsi quando l’euro si rafforza oltre il rapporto compreso fra il 25 e il 30 per cento rispetto al dollaro. Il vero problema è rappresentato dall’imponente deficit delle partite correnti americane, che potrà essere compensato solamente se il dollaro scivolerà di un ulteriore 10-20 per cento. Un problema è anche rappresentato dallo yen, che continua ad attrarre ingenti quantità di transazioni speculative sul differenziale dei tassi e che si è anche svalutato nei confronti dell’euro. A loro volta le autorità cinesi mantengono la loro valuta artificialmente bassa per stimolare le esportazioni nel mercato globale. Ai valori attuali dell’euro, gli esportatori di tutta Europa stanno certamente soffrendo, in particolare in quei Paesi che con il loro export non hanno risalito posizioni nella catena del valore. Prima del 1999 gli esportatori italiani potevano contare su una serie di periodiche svalutazioni della lira per mantenere le loro esportazioni a livello competitivo. Tuttavia quel sistema ha contribuito solamente a nascondere temporaneamente i problemi, ma non a risolverli. Non è più possibile andare avanti così, le aziende non hanno altra scelta se non fare i conti con la realtà, inventando e producendo beni e servizi capaci di sostenere la concorrenza globale, sia nei mercati sviluppati sia in quelli emergenti. Molte grandi imprese europee hanno spostato le produzioni all’estero per restare competitive e creare delle coperture «naturali» rispetto ai rischi delle fluttuazioni di cambio fra valuta di costo e valuta di vendita.

D. Perché le aziende italiane faticano a decollare?
R. Non sarei così drastico: alcune riescono e altre no. In tutti i settori vi sono attori globalmente competitivi. Hanno saputo riconoscere in tempo i rischi insiti nella globalizzazione, così da rivedere le strategie, lo sviluppo dei prodotti e l’efficienza operativa.

D. In Italia il familismo è una realtà concreta e importante; cosa fare per sostenerlo?
R. È vero, le imprese di stampo familiare sono il motore dell’economia italiana. Eppure sembra che alcune non siano bene informate, o addirittura ignorino quanto sta accadendo in Cina, nell’Europa e nell’Asia dell’Est. Nell’attuale mondo ormai globalizzato la concorrenza sopraggiunge da punti inaspettati e a notevole velocità. Non solo, ma interessa prodotti dalla qualità crescente. Le imprese familiari devono cominciare a pianificare la propria quotazione in Borsa, parziale o totale, così da poter contare su risorse finanziarie fresche da investire in ricerca e sviluppo, ma anche per trasferire la produzione all’estero e aprirvi filiali. Molti infatti stringono accordi puramente locali per vendere all’estero, mentre l’esperienza degli ultimi 10 anni insegna che questa non è affatto la strada vincente per rendersi internazionali. Presto o tardi non si può che perdere market share.

D. Quali iniziative economiche e politiche potrebbero garantire i migliori benefici sia per l’economia sia per i cittadini?
R. Innanzitutto è bene sottolineare che non si tratta di un compito facile. La coalizione di Governo non è pienamente stabile. Ecco perché non le sarà affatto semplice spingere le politiche necessarie ad accelerare la crescita economica e la competitività a livello internazionale. Oppure, alla meglio, si tratterà di un processo graduale, il che significa che la politica resta decisiva in termini di efficienza governativa e crescita economica.

D. Insomma, non dobbiamo aspettarci soluzioni rapide?
R. Il debito pubblico accumulato è qualcosa come il 107 per cento del vostro prodotto interno, di gran lunga incompatibile con l’idea di un buono standard economico. Il fatto che sia così alto - risultato di massicci deficit di bilancio disegnati in passato per mantenere una crescita accettabile -, significa che il Governo non ha altra scelta se non bilanciare la necessità di una crescita più veloce con il bisogno di un consolidamento fiscale. Quindi, sarà inevitabile e fondamentale introdurre in questo contesto nuove strategie, pur considerando che, data la situazione attuale, l’efficacia finale potrà in qualche modo essere minore. La crescita nel vostro Paese è stata veramente trascurabile negli ultimi 6 anni, eccezione fatta per il 2006 quando sono stati nuovamente registrati segni di vita. Tuttavia anche l’ottimo andamento dell’anno scorso è stato più debole rispetto a tutti gli altri Paesi dell’Eurozona.

D. Cosa occorre per rinvigorire la crescita economica?
R. Qualunque Paese che voglia farlo deve concentrare le proprie politiche nello sviluppo della produttività. È l’unico modo per migliorare la qualità della vita. Circa l’80 per cento di tutte le crescite produttive dei Paesi oggi sviluppati nascono dall’impiego delle tecnologie. A loro volta queste trovano origine sia direttamente dagli investimenti in ricerca, sviluppo ed educazione, in linea con le necessità del mercato del XXI secolo, sia incoraggiando la competizione in tutti i settori dell’economia, tuttora difficile da spingere in diversi settori italiani; sia ancora attraverso una legislazione in materia di flessibilità del lavoro, un attento ricorso all’innovazione da parte delle imprese e una generale consapevolezza della globalizzazione come forza inevitabile cui adattarsi rapidamente.

D. Che fare nei riguardi dell’economia sommersa?
R. Un’altra buona politica da perseguire consiste nella riduzione dell’economia grigia. Spesso essa è vista come un fattore dall’impatto trascurabile nello sviluppo economico. Non è così. Basti pensare all’introito che deriverebbe allo Stato dalla sua emersione. Inutile lamentarsi se non vi sono risorse sufficienti per la scuola, la sanità e le pensioni. Anche l’età pensionabile in Italia è troppo bassa, considerati i trend demografici correnti. Spero che in futuro l’Italia possa contare su un Governo duraturo e dalle basi ideologiche più stabili. Altrimenti, potrebbero aggravarsi le difficoltà economiche e i problemi rispetto alla concorrenza.

D. Quali sono le prospettive?
R. Prevediamo che quest’anno la crescita del prodotto interno in Italia si assesti intorno all’1,7 per cento, per poi registrare una media dell’1,5 fino al 2010: risultati decisamente migliori rispetto all’anemico periodo 2001-2005, eppure dello 0,5 per cento inferiori a quelli del resto d’Europa e anche quattro volte più bassi, se paragonate all’Europa centrale e dell’Est. Crediamo anche che il massiccio debito pubblico si ridurrà gradualmente, in concomitanza di precise misure statali. Entro il 2011 dovrebbe essere possibile portare il debito al di sotto del 100 per cento del prodotto interno; tuttavia un aspetto su cui i politici devono porre particolare attenzione è la posizione dell’Italia nelle esportazioni mondiali: nel 2002 si contava su quasi il 4 per cento, entro il 2012 questa voce scenderà al 2,8 per cento. Ecco un ulteriore segnale per ricordarsi della forte dinamicità dell’economia globale e del bisogno di un miglioramento costante della competitività da parte dell’economia italiana.

back