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LAMBERTO VALLARINO GANCIA

NON SOLO BOLLICINE

 

a cura di Francesco Pippi

Edoardo, Lamberto
e Massimiliano Vallarino Gancia
nella cantina storica.
Alle loro spalle, il ritratto
del fondatore Carlo Gancia


I due fratelli,
Lamberto e Massimiliano,
e un cugino, Edoardo:
sono la quinta generazione
alla guida del gruppo
Gancia S.p.A.,
nato dall’intuizione
dell’antenato Carlo Gancia
che, nel 1850, tornò
dalla Francia per creare
champagne italiano
usando, al posto del pinot
e dello chardonnay, un’uva
caratteristica della zona
piemontese: il moscato


nsieme fanno 234 anni di storia, quasi 700 milioni di euro di fatturato annuo (dati 2006) e due dei più bei nomi (e delle maggiori famiglie) dell’imprenditoria piemontese, rappresentanti di quel «made in Italy» che continua a mietere riconoscimenti nel vecchio e nel nuovo Mondo. E da inizio marzo Gancia e Pininfarina, si presentino in un hotel «chicchissimo» di San Diego o, com’è avvenuto nelle scorse settimane, in un ristorante altrettanto «di grido» non lontano dal Cremlino, fanno «coppia», o partnership, alla conquista del crescente mercato dei vini di qualità.

Tre nuovi prodotti, provenienti dalla storica cantina di Canelli, «quartier generale» della Fratelli Gancia, e contenuti in altrettante bottiglie disegnate dalla Pininfarina Extra, società del Gruppo Pininfarina specializzata in design di prodotto e di interni, si propongono di conquistare ristoranti ed alberghi di prima qualità, oltre che una clientela che non guarda tanto al numero di dollari, o rubli, o euro necessari per regalarsi, o regalare, una bottiglia singola o un astuccio da tre di Asti Docg Metodo Gancia, Prosecco Extra Dry e Rosé Brut.

Gli ultimi, in ordine di tempo, prodotti discendenti dall’intuizione di Carlo Gancia che nel 1850, dopo un lungo apprendistato in Francia per carpire i segreti delle tecniche di lavorazione dello champagne (il cosiddetto metodo «champenoise»), tornò in Italia con un’idea: produrre a nome della «Fratelli Gancia», costituita insieme al fratello Edoardo, uno «champagne italiano» che, al posto del pinot e dello chardonnay, utilizzasse un’uva caratteristica della zona, il moscato. Ci vollero 15 anni, costellati da una lunga e testarda serie di esperimenti e tentativi, prima che quell’idea da ossessione si trasformasse in realtà, dando vita al primo spumante italiano.

Da allora, e dal Castello residenza di Canelli, borgo altomedioevale a meno di 30 chilometri da Asti, alle guglie della piazza Rossa di Mosca, il cammino è stato lungo, temporalmente e geograficamente: oggi gli spumanti, i vini e i liquori Gancia sono esportati in oltre 60 Paesi rappresentando, ormai, quasi il 15 per cento del fatturato complessivo del Gruppo che per la prima volta, nel 2006, ha superato i 100 milioni di euro. Di questi il core-business viene dallo spumante, il resto dai prodotti distribuiti in esclusiva per la Maxxium.

«Internazionalizzazione, posizionamento del marchio verso l’alto, diversificazione produttiva e destagionalizzazione dei consumi sono le nostre linee strategiche fondamentali», spiega Lamberto Vallarino Gancia, esponente con il fratello Massimiliano e il cugino Edoardo di quella quinta generazione che oggi guida il Gruppo. «La realizzazione della linea di Spumanti Gancia-Pininfarina, con la sua progressiva promozione all’estero, rappresenta una sintesi di queste strategie».

Prima di ascoltare direttamente dal presidente della Gancia S.p.A. - holding che controlla al 100 per cento la Fratelli Gancia S.p.A. e l’Azienda Agricola Tenute dei Vallarino S.r.l., e che detiene una partecipazione del 50 per cento nell’Azienda Vinicola Riversa S.p.A. e nella Premium Brands S.r.l. - le ragioni e gli obiettivi delle nuove strategie intraprese, ecco alcune delle tappe fondamentali del cammino compiuto dal Gruppo leader nel mercato italiano degli spumanti con la marca Gancia, che ha il proprio punto di forza negli spumanti aromatici, e con la marca «Pinot di Pinot», leader fra gli spumanti secchi da vitigno.

Nel 1980 la famiglia Gancia compra la metà dell’Azienda Vinicola Rivera in Andria (Bari), stipulando una partnership con la famiglia De Corato per diffondere i vini pugliesi in Italia e all’estero. Segue, nel 1995, l’accordo con la Maxxium, in base al quale Gancia distribuisce i prodotti della multinazionale europea di champagne, alcolici e superalcolici, mentre quest’ultima vende i prodotti Gancia in Belgio e Finlandia. Nel 1998 nasce la Selezione Castello Gancia, divisione guidata da Massimiliano con l’obiettivo di produrre e commercializzare una linea di vini e spumanti esclusivi, non reperibili nei tradizionali canali di vendita. In seguito viene costituita l’Azienda Agricola Tenute dei Vallarino, con l’acquisto di due tenute (di Bricco Asinai e Ragazzi) che consentono l’approvvigionamento diretto delle uve da cui si ricavano i migliori vini rossi del Monferrato.

Infine, le iniziative più recenti: l’acquisizione nel dicembre 2003, dalla Barbero 1891 S.p.A., del marchio Conte di Cavour, che consente l’ulteriore rafforzamento nel mercato degli spumanti, e l’avvio nel 2004 del progetto Capocroce, nuove cantine della famiglia Vallarino Gancia situate nella Contrada Castellazzo, in provincia di Trapani, da cui nascono pregiate etichette quali Nero d’Avola, Cataratto, Inzolia, Grillo, Cabernet e Syrah.

Domanda. Perché il Gruppo Gancia ha deciso di espandersi in settori e in territori diversi?
Risposta. Gancia è l’inventore e il primo e maggiore produttore italiano di spumanti secchi e dolci. Per molti decenni questi hanno avuto un posizionamento che ha permesso a tutti gli italiani di acquistare e consumare uno spumante di buona qualità ad un prezzo accessibile. Ma la domanda sta cambiando e si sta facendo più esigente in aree sempre maggiori di popolazione. Per questo è nata la linea Cantine Gancia, che mira a soddisfare una richiesta di consumo qualitativamente più elevata. E sulla stessa strada di un livello qualitativo superiore si pone l’offerta congiunta Gancia-Pininfarina.

D. Perché lo «sbarco» a Mosca?
R. La Russia è un mercato in forte crescita (l’anno scorso il Gruppo Gancia ha aumentato molto i volumi di vendita) oltre che ricettivo al consumo di spumanti di fascia alta. E poi in questo grande Paese, e non solo in esso in verità, il made in Italy gode di forte appeal, in quanto sinonimo di bellezza, di qualità e di buon gusto, anche nel settore eno-gastronomico.

D. L’aumento della richiesta di qualità costituisce una tendenza generale del mercato vinicolo, nazionale e internazionale. Come rispondete?
R. Perseguendo il continuo aumento della qualità attraverso, in primo luogo, il controllo della filiera produttiva, a cominciare dalla materia prima. Tutto il processo viene seguito per ottenere prodotti con uno «stile» preciso, frutto di una tradizione secolare unita alla ricerca e al gusto per l’innovazione.

D. Qual è la sua formazione professionale?
R. Mi sono laureato nel 1982 in Scienza della fermentazione con specializzazione in enologia all’Università Davis in California.

D. Che cosa ha imparato da quell’esperienza?
R. A pensare al mercato internazionale come ad un terreno di confronto fondamentale per un Gruppo che voglia continuare a crescere. E a considerare la qualità come la chiave più importante per aprire le porte di tanti Paesi.

D. Come si ponevano allora i vini italiani, dal punto di vista della qualità, sul mercato mondiale?
R. Proprio in quell’epoca è cominciato il passaggio della produzione italiana dal Lambrusco e dal Chianti in fiasco a un crescente numero di rossi di qualità. Ha preso in quegli anni il via il «Rinascimento» della viticoltura e delle cantine italiane i cui risultati si vedono ancora oggi e che hanno portato alcuni marchi italiani ad acquisire leadership che, all’epoca, erano impensabili.

D. A partire dagli anni Ottanta il Gruppo Gancia ha rafforzato la presenza in settori diversi da quello tradizionale dello spumante. Perché?
R. Per avere un grande spumante bisogna prima fare un ottimo vino, visto che lo spumante si ottiene da una seconda fermentazione del vino stesso. E per fare un grande vino occorre partire dalle vigne: da qui l’acquisto delle tenute di proprietà, e poi di cantine, sia nella nostra zona di origine sia in Puglia e Sicilia. In questo modo abbiamo completato la sinergia fra vini e spumanti: oggi proponiamo prodotti che soddisfano i vari gusti e le esigenze dei nostri clienti: dall’aperitivo con lo spumante di qualità ai vini di qualità per tutto il pasto.

D. Non era meglio continuare a puntare sulla «nicchia» degli spumanti?
R. Quando si vantano un’esperienza e un know-how come i nostri, è un peccato perdere delle opportunità. Gancia è oggi considerato, in Italia e all’estero, un produttore di qualità per tutte le occasioni di consumo dei vini.

D. Quali sono i vostri maggiori mercati di esportazione?
R. Giappone e Portogallo sono i due mercati principali dell’Asti Spumante; seguono Francia e Belgio con l’Americano Gancia, l’aperitivo a base di vino e bitter. Ma il nostro marchio è presente in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Est europeo, dal Nord Europa alla Cina e alla Corea, fino al Centroamerica. E pur ovviamente presidiando il mercato italiano, che rimane per noi il principale, consideriamo primaria la nostra proiezione verso l’estero.

D. È ancora forte nei consumatori l’identificazione fra spumante e festività?
R. Sì. È in occasione delle feste che viene tuttora effettuata la maggior parte delle vendite, anche se poi il consumo si distribuisce in un più ampio arco temporale. Le «bollicine», non solo in Italia, continuano ad essere associate ad un evento lieto, da festeggiare. La nostra politica è di costruire, accanto a quella tradizionale, altre occasioni di consumo proponendo, ad esempio, lo spumante come aperitivo nei ristoranti e come flute al bar. Questa è una delle ragioni per cui il mercato è cresciuto negli ultimi decenni.

D. Se la domanda è in crescita, sia nei mercati tradizionali sia in quelli emergenti, l’offerta lo è almeno altrettanto, da parte tanto dei Paesi tradizionalmente produttori, fra cui l’Italia, quanto di quelli «nuovi»: Australia, Nuova Zelanda, Cile e così via. Come si vince la battaglia?
R. Il problema di una certa produzione europea sta nella scarsa competitività di molti suoi vini «generici», non legati cioè a un territorio o a una tradizione conosciuti, rispetto a vini provenienti da nuovi Paesi ma con nomi di vitigno, come Chardonnay, Pinot Nero o Cabernet Sauvignon, che incontrano il crescente apprezzamento dei consumatori. Ma la competizione, specie quando si entra in nuovi mercati, investe anche gli spumanti.

D. E allora?
R. In entrambi i casi i produttori europei non possono non puntare sulla valorizzazione delle proprie tradizioni, legate a un territorio o ad un vitigno specifici, facendo conoscere ad un consumatore che, comunque, diventa sempre più attento ed esigente, il patrimonio di qualità racchiuso nei propri marchi. Ma bisogna anche sapersi rinnovare, perché il marchio, per quanto prestigioso, da solo non basta. Occorre essere dinamici, flessibili e veloci nel rispondere alle richieste, nella consapevolezza che ogni mercato presenta caratteristiche peculiari.

D. Lo scorso aprile lei è stato rieletto, per un secondo mandato triennale, presidente del Ceev (Comité Européen des Entreprises du Vin), organismo con sede a Bruxelles che rappresenta 22 organizzazioni nazionali industriali e commerciali del settore vini. Quanto incide la politica dell’Unione Europea per l’economia del settore viti-vinicolo dei Paesi membri?
R. Moltissimo. L’attuale commissario all’Agricoltura, Mariann Fischer Boel, è impegnata in una complessa riforma del mercato comune che introdurrà forti cambiamenti in tema di liberalizzazione degli impianti, aiuti alla distillazione, etichettatura etc. Il Ceev si propone come referente del Legislatore europeo su questa e sulle altre materie attinenti al settore (rapporti con i Paesi terzi, fiscalità, sicurezza alimentare ecc.), affinché la nostra filiera viti-vinicola non sia penalizzata.

D. Come lei ha detto prima, però, in alcune produzioni l’Europa è in gravi difficoltà. Come possono i produttori non subirne le conseguenze?
R. Fino ad oggi la politica comunitaria ha speso risorse in incentivi volti a ridurre la capacità produttiva anziché in azioni di promozione del mercato. È un fatto che oggi si produca di più di quanto si consumi, ma occorre trovare un equilibrio, certo non facile, fra le ragioni del mercato e la tutela della produzione.

D. Dov’è questo punto di equilibrio?
R. Nella valorizzazione della qualità, con la tutela dell’etichettatura e delle pratiche enologiche, unita a una progressiva diminuzione delle produzioni generiche eccedenti le richieste del mercato.

D. Dunque i produttori europei non hanno paura del mercato?
R. Non temiamo la competizione, purché - è l’altro impegno che chiediamo a Bruxelles - questa sia ad armi pari con tutti. Noi produttori italiani, abbiamo un grande vantaggio: la forza della gastronomia e la ristorazione del nostro Paese, il cui successo si riverbera anche nel settore vinicolo. E un limite: il perdurante, eccessivo individualismo con il quale ci affacciamo alla competizione internazionale; meglio meno missioni individuali all’estero (si tratti di aziende o enti locali) e più di gruppo, preferibilmente sotto l’egida delle istituzioni nazionali. Fare «gioco di squadra», in questo caso, non è uno slogan ma una necessità.

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