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DIARIO ARGENTINO

Più evidenti all’estero
le molte contraddizioni
italiane

di Giorgio Fozzati


Gli aerei dell’Alitalia
sono sempre pieni:
non faccio i conti di tutti
i suoi incassi,
ma resta un mistero
come riesca
ad andare in passivo
di tanti miliardi
ogni anno.
Giunti a destinazione,
si ricevono tre sms
dalla Tim: infastidisce
sapere che questa società
sia così bene informata
dei viaggi dei suoi utenti

a mia prenotazione Alitalia era chiara: soffrendo di un lieve disturbo di claustrofobia, avevo chiesto un posto, in classe turistica, che avesse spazio davanti e in vista dei portelloni di uscita. Sono ormai abituato alle battute di chi mi vuole bene e pensa che magari in volo mi prenda lo smodato desiderio di aprire il portellone e di andare a fare quattro passi fra le nuvole, tanto per prendere un po’ d’aria. La claustrofobia è qualcosa di mentale, di psicologico, ha le proprie regole e i propri bisogni. Avevo ricevuto tutte le assicurazioni e mi ero tranquillizzato.
Il volo prevedeva un no-stop di 14 ore e trovarmi in situazione difficile per tanto tempo non mi lasciava del tutto sereno. Al check-in di Fiumicino mi resi conto subito che c’era ressa allo sportello del mio volo, ma fiducioso delle assicurazioni mi avviai con il valigione. L’hostess fu garbata ma irremovibile: era stato cambiato l’aereo e le prenotazioni erano saltate. Inoltre era pieno. Niente da fare: parte centrale, fila centrale, posto centrale, chiuso davanti e dietro, a destra e a sinistra. Il seggiolino, che mi permetto di chiamare così perché di poltrona ha poco, è strettissimo e, quando arriva il vassoio, il rischio di addentare il pollo del vicino è alto.

Supplicai l’hostess di bordo la quale, altrettanto gentilmente, mi garantì che non c’era assolutamente niente da fare, dovevo rimanere al mio posto, l’aereo era pieno con 300 viaggiatori. Incrociai lo sguardo con un’altra signora che era nelle mie stesse condizioni e stava perorando la propria causa. Comprensione e condivisione. Pazienza. Mi rivolsi al mio santo in Paradiso, quello che mi risolve anche questi problemi, e funzionò. Mi tranquillizzai e cercai di approfittare per trascorrere il viaggio nel migliore dei modi. Che per me significa curiosare per capire come funziona un trasporto di quel genere, dove 300 persone stanno per tante ore insieme tutto sommato senza lamentarsi troppo delle gomitate inevitabili e del seggiolino anteriore troppo inclinato per riuscire a vedere il film sullo schermo personale.

A proposito di film: ottima la scelta, davvero per ogni gusto. Ho così potuto apprezzare «Il diavolo veste Prada» e «Radio America», un piccolo gioiello di Robert Bernard Altmann. Nel viaggio di ritorno mi ha fatto compagnia «L’illusionista», una bella favola in costume, tra esoterismi e piccole magie. La cena non presentava grandi inconvenienti, a parte un menù fisso che si è ripetuto anche nel viaggio di ritorno e gli equilibrismi per maneggiare il vassoietto. Sono riuscito a non sporcarmi, e questo è già un buon risultato. Ho seguito i suggerimenti di alzarmi dal mio posto almeno ogni due ore per fare alcuni esercizi e favorire così la circolazione sanguigna. Ho visto che ero in buona compagnia e così ho scambiato qualche parola con i miei compagni di viaggio, italiani per la maggior parte, ma anche inglesi e argentini. Passeggiare in un aereo semiaddormentato è stata un’esperienza di umanità particolare: c’erano giovani madri pazientissime e innamoratissime dei loro bebè sempre bisognosi di qualcosa, anziani vestiti di nero e con il cappello in testa che sembrava di essere su un piroscafo di inizio Novecento, aitanti quarantenni vestiti come dei ventenni e ridicoli nel loro forzato giovanilismo, inglesi al solito un po’ sprezzanti di regole e buone maniere con i piedi sopra a tutto ciò dove si poteva appoggiare un piede, con la scarpa naturalmente. Transit.

Mi incuriosiva particolarmente il movimento dell’equipaggio: steward e hostess (donne ancora con le gonne, eleganti e premurose, qualcuna un po’ più vistosa, altre più semplici e meno appariscenti) ogni tanto scomparivano dentro una porticina microscopica dalla quale riapparivano altri steward e altre hostess. Non capivo dove potessero stare, lo spazio era ristrettissimo. Così ho chiesto a uno steward che, sorpreso dalla mia curiosità, mi ha condotto nell’«alloggio» dell’equipaggio, dove a turno si riposano. Dietro la porticina c’è una scaletta tipo sottomarino che porta al livello dei vani per le valigie, sopra le teste dei passeggeri, tre cuccette a destra e tre a sinistra, divise da un separé. Non è molto, ma è qualcosa per affrontare un viaggio lungo e faticoso dovendo far fronte alle tante esigenze di 300 passeggeri.

E parlando di equipaggio un plauso particolare lo meritano i piloti: decollo e atterraggio senza il minimo sobbalzo, correzioni di rotta per evitare le turbolenze, orari rispettati. Penso che i piloti dell’Alitalia siano tra i migliori della categoria. La curiosità maggiore, per quanto riguarda l’Alitalia, mi è venuta facendo qualche calcolo, profittando per distrarmi dalle lunghe ore di volo. Una hostess che ho intervistato ha affermato che questo volo è sempre pieno, lei svolge servizio da 11 anni sulla tratta e non c’è giorno dell’anno che non si riempia. Ed è un volo giornaliero, parte a giorni alterni dagli aeroporti di Fiumicino e di Malpensa e vi fa ritorno.

Io ho pagato 1.327,44 euro che, moltiplicati per 291 posti - tralascio i posti di Classe Business e Magnifica, anch’essi pieni e a prezzi da capogiro -, danno ogni giorno la considerevole cifra di 386.285,04 euro. Calcoliamo solo 300 giorni all’anno (in realtà sono 365) e ne risulta un importo annuo di 115.885.512,00. Sul territorio nazionale mi capita di viaggiare spesso sulle tratte Roma-Torino e Torino-Napoli: gli aerei dell’Alitalia sono sempre pieni. Non faccio i conti anche per questi. Ma per me rimane un mistero come la compagnia di bandiera riesca ad andare sotto di tanti miliardi ogni anno. Per rispetto al mio portafoglio aggiungo che il prezzo del biglietto di andata e ritorno di 1.327,44 euro, pur essendo il meno caro in confronto a quello di Air France, Iberia e Lufthansa, è sempre molto elevato.

Arrivato a destinazione, è d’obbligo parlare del sistema di telefonia cellulare, che ormai ci accompagna ovunque. In fila per passare il controllo-passaporti, accendo il telefono e dopo poco mi arrivano tre sms dalla Tim, il mio gestore. Mi avvisano che, trovandomi in Argentina, per telefonare dovrò seguire una certa procedura. Che efficienza. Mi ha lasciato solo un po’ infastidito che vi fosse qualcuno, che io non avevo avvisato del mio viaggio, che fosse così ben informato dei miei spostamenti. Ma questo è il prezzo da pagare per la tecnologia. E così sia.

I dolori sono cominciati con le telefonate che alcuni mi facevano dall’Italia. All’inizio non vi ho fatto caso poi, controllando la scheda e il credito residuo, mi sono reso conto che ogni telefonata ricevuta era un vero e proprio salasso: per due minuti di conversazione la mia spesa è stata di 9 euro. Ho così spento il telefono, rinunciando alla comunicazione e dandomi per disperso nella pampa. Avevo provato anche con gli sms a comunicare: per ogni sms 0,89 centesimi. Penso che queste tariffe si commentino da sole: sono un vero e proprio ladrocinio. Nel piccolo paese di montagna della Sierra di Cordoba, dove ho trascorso un paio di settimane, c’erano alcuni punti internet che alla modica cifra di un paio di pesos, l’equivalente di 50 centesimi di euro, davano la possibilità di scaricare tutta la posta elettronica e di rispondere con comodo. All’esterno di uno di questi punti internet erano parcheggiate alcune vecchie Ford, qualche Chevrolet degli anni 60 e quasi sempre un paio di cavalli: un vero spettacolo.

Le banche con le loro carte di credito hanno messo la ciliegina sulla torta dei piccoli inconvenienti dei quali avrei fatto volentieri a meno. Desiderando pagare per un dono da riportare a casa, con un certo imbarazzo la cassiera di un negozio mi ha restituito la carta di credito comunicandomi che non veniva autorizzato il pagamento. In questi casi uno si sente osservato: Che cosa avrà combinato? Forse non ha i soldi e ci ha provato. Forse non è la sua carta di credito. Forse non è un tipo affidabile. Lascio il regalo alla cassiera ed esco mogio mogio. E anche indispettito. Con quello che costa la carta di credito.

Cosa era successo l’ho appreso ascoltando Radio 24 una sera nel mio amato traffico romano sul Lungotevere. Valerio Staffelli cura una rubrica di segnalazioni dei radioascoltatori, di questo genere, tra truffe, mancanza di chiarezza, disguidi ecc. Con la carta avevo cercato di pagare due biglietti aerei per me e per un mio collega; superando la cifra consentita, ne avevo pagato solo uno. Ma era rimasta l’impronta del secondo pagamento e la carta si era bloccata. Inutili le telefonate al Centro addetto: non capivano il problema quindi niente soldi e niente dono.

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