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UNA SOCIETÀ IN CUI
SI INDAGA SUL
CALUNNIATO, NON
SUL CALUNNIATORE

di Delfo Galileo Faroni

 

siste un motto francese che afferma: «Calunniate, calunniate, qualche cosa alla fine sempre resterà». Non vi è dubbio che il calunniatore costituisca un rifiuto della società, un criminale della peggiore specie, un infame che infetta l’ambiente, «un farabutto cattivo, malefico, ripugnante». Il suo sporco obiettivo è quello di arrecare grave danno a un innocente attraverso un ben congegnato edificio di menzogne. Eppure questa forma odiosa usata per colpire ferocemente una persona incolpevole è diventata così comune nella nostra società che risulta sempre più difficile snidarla.

Spesso questi esseri reietti vivono e frequentano la buona società, vestono con eleganza, seguono la moda, hanno la parola facile e prolissa dei truffatori, il gesto energico, lo sguardo mobile e freddo dell’uomo risoluto e, naturalmente, tra i caratteri psichici possiedono un odio istintivo verso le persone di illibate virtù e di reputazione più alta e gloriosa.
A completare il quadro delle anomalie psichiche di questi detrattori dell’altrui onore e reputazione figurano l’affetto e l’attaccamento che spesso ipocritamente dimostrano verso la vittima designata: a un attento osservatore non sfuggono però il loro ingegno rivolto al male, l’astuzia, l’audacia e la vigliaccheria che loro riescono a colorare di generosità, di altruismo e di schiettezza.

Purtroppo questi calunniatori, persone invidiose e perverse le cui parole trafiggono più di una lama, non rinunciano per nessun motivo alle cattive azioni che guidano la loro mania diffamatoria. Per la giustizia gli artefici di uno dei peggiori atti di criminalità restano sempre impuniti ed anzi riescono ad assistere tranquillamente, e perfino con sarcasmo, alla rappresentazione della triste commedia di cui sono gli autori.

Questa società, sempre più popolata di persone che intimoriscono e torturano i galantuomini, quando li scopre si limita a compiangere e commiserare la vittima offesa, e tutt’al più a sbraitare contro l’inefficacia e la lentezza dell’amministrazione giudiziaria; ma anche a osservare e poi a domandarsi sottovoce: «Che si tratti di calunnie e di infamie siamo d’accordo: ma chi sa poi che non vi sia, in fondo, qualcosa di vero?».

Queste manifestazioni di viltà, che macchiano d’infamia l’umanità, finiscono indubbiamente a vantaggio dei maldicenti e, come se ciò non bastasse, sono rese più gravi da un’altra lacuna. Allorquando la calunnia avvenga non per mezzo di false dichiarazioni verbali, ma attraverso uno scritto anonimo, contrariamente alla regola vigente in tanti altri Paesi in base alla quale tutto ciò che è anonimo è ininfluente, non deve essere neanche preso in considerazione e va rigorosamente cestinato, in Italia si muove l’apparato giudiziario con tanto di pubblici ministeri, ufficiali di Polizia investigativa, carabinieri e guardie di Finanza per attingere informazioni. Su chi? Sull’accusato innocente che, afflitto e angosciato, oltre alla rabbia è costretto a ingoiare anche lacrime e lamentele.

E ancora non basta: il lassismo fatale che finisce per prevalere nelle investigazioni non riesce a dichiarare l’autore colpevole del misfatto, per cui il processo nel dubbio si conclude in istruttoria perché il suo operato, per quanto antisociale e criminoso, «non riveste i caratteri giuridici della calunnia e neppure quelli della falsa testimonianza».

Concludiamo con una sincera riflessione, sicuri che chiunque è in grado di comprenderla. L’invidia e la gelosia di chi è dotato di animo perverso sono come un morbo incurabile; appena scosse danno il via a indegne valanghe di rancore, animosità e livore. Con perfetta simulazione il calunniatore abilmente copre con un velo fittissimo l’odio che gli rode l’anima, e che egli fa colare goccia a goccia, tramutato in veleno, nella lettera anonima.

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